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TikTok sotto accusa dalla Commissione europea: il punto di vista del MOIGE

9 Febbraio 2026 07:43

La Commissione europea ha avviato diverse indagini contro TikTok per presunte violazioni del Digital Services Act (DSA), con particolare attenzione al design e l’impatto per il benessere degli utenti, in particolare minori con dei risultati preliminari il 6 febbraio 2026. Già da tempo, in Italia, il MOIGE aveva mosso accuse simili e avviato una class action a riguardo.

In un’intervista ad Antonio Affinita, Direttore Generale del MOIGE, il chiarimento sui passaggi più rilevanti dell’iniziativa.

Direttore, la Commissione europea ha rilevato che TikTok viola il Digital Services Act con un design che crea dipendenza. Come accoglie questa notizia?

Accogliamo con grande soddisfazione e apprezzamento questa decisione preliminare della Commissione europea. È un riconoscimento fondamentale di quanto il MOIGE sostiene da anni: le piattaforme social utilizzano meccanismi progettati scientificamente per creare dipendenza nei minori, mettendo in pericolo il loro sviluppo psicologico e mentale. Quando Bruxelles afferma che funzionalità come lo scorrimento infinito, la riproduzione automatica e le notifiche push mettono il cervello degli utenti in “autopilota” e incoraggiano comportamenti compulsivi, sta essenzialmente confermando ciò che noi genitori viviamo ogni giorno nelle nostre case e che abbiamo denunciato attraverso i nostri canali legali.

Il MOIGE è impegnato da tempo su questo fronte. Può raccontarci le vostre iniziative?

Il 2 ottobre 2024, il MOIGE ha compiuto un passo storico per l’Italia: insieme a un primo gruppo di genitori e allo Studio legale Ambrosio & Commodo, cui hanno aderito anche altre associazioni di genitori quali Age, ANFN, Forum associazioni familiari, abbiamo presentato al Tribunale di Milano la prima class action inibitoria contro Meta, che comprende Facebook e Instagram, e contro TikTok. Si tratta di un’azione legale senza precedenti nel nostro Paese, un’iniziativa innovativa che punta a proteggere bambini e adolescenti da pratiche che riteniamo dannose e illegali. Non ci siamo limitati a denunciare un problema: abbiamo documentato sistematicamente come queste piattaforme operano e quali danni provocano ai nostri figli.

Quali sono le richieste specifiche della vostra class action?

Il cuore della nostra azione legale si articola in tre macro-aree fondamentali. La prima e più urgente riguarda il rispetto dell’obbligo di verifica dell’età e del divieto di accesso ai social per i minori di 14 anni. Abbiamo documentato in modo incontrovertibile come le piattaforme Facebook, Instagram e TikTok consentano facilmente l’iscrizione illegale di minori, violando a nostro avviso, le normative nazionali e compromettendo la protezione che il legislatore ha voluto garantire ai più piccoli. È inaccettabile che la legge italiana sia così sistematicamente aggirata con la complicità, o quanto meno l’inerzia, di queste multinazionali digitali.

Oltre alla verifica dell’età, quali altri aspetti state contestando?

La nostra azione si concentra anche sui meccanismi di design che creano dipendenza, esattamente ciò che ora la Commissione europea contesta a TikTok. Parliamo di algoritmi di raccomandazione iperpersonalizzati, del sistema di infinite scroll che intrappola l’attenzione, delle notifiche studiate per richiamare continuamente l’utente alla piattaforma. Questi meccanismi non sono casuali: sono il risultato di sofisticate ricerche psicologiche finalizzate a massimizzare il tempo che i ragazzi trascorrono sulle app, indipendentemente dalle conseguenze sulla loro salute mentale. Come ha dichiarato la vicepresidente della Commissione Ue Henna Virkkunen, la dipendenza dai social media può avere effetti dannosi sullo sviluppo mentale di bambini e adolescenti .

La Commissione europea ha evidenziato che anche i controlli parentali sono insufficienti. Cosa ne pensa?

Concordo pienamente con l’analisi di Bruxelles. La Commissione ha correttamente rilevato che i limiti parentali non hanno successo anche perché le piattaforme non danno accesso ai genitori per conoscere la loro attività sui social. In pratica, queste piattaforme scaricano la responsabilità sulle famiglie, offrendo strumenti complessi,ma anche limitazioni alla conoscenza del minore sulla rete. Le piattaforme devono assumersi la responsabilità primaria della sicurezza dei minori, implementando sistemi efficaci di verifica dell’età e disattivando automaticamente le funzionalità pericolose per gli utenti minori. A tal fine abbiamo fatto partire una petizione per chiedere sul modello australiano l’accesso dei minori a partire dai 16 anni. Per firmare è possibile andare sul nostro sito www.moige.it.

Quali potrebbero essere le conseguenze se la vostra class action avesse successo?

Se il Tribunale di Milano il 14 maggio 2026 accogliesse le nostre richieste, Meta e TikTok sarebbero obbligate a cessare immediatamente le pratiche contestate. Si creerebbe un precedente giurisprudenziale di portata nazionale con decisa influenza sull’Unione Europea, che potrebbe trasformare radicalmente il rapporto tra minori e social media non solo in Italia ma in tutta Europa. Immagini l’impatto: piattaforme costrette per legge a verificare realmente l’età degli utenti, a disattivare gli algoritmi di dipendenza per i minori, a rendere trasparenti i loro meccanismi di funzionamento. Sarebbe una rivoluzione nella protezione dell’infanzia nell’era digitale.

La decisione della Commissione europea rafforza la vostra posizione?

Assolutamente sì. Questa decisione preliminare rappresenta un sostegno straordinario alla nostra battaglia legale. Quando un’istituzione autorevole come la Commissione europea rileva che TikTok ha violato il Digital Services Act proprio per il design che crea dipendenza , sta essenzialmente confermando la fondatezza delle nostre contestazioni. La Commissione ha dichiarato che per conformarsi al Digital Services Act, TikTok deve “cambiare il design di base del suo servizio”. È esattamente ciò che chiediamo noi: un cambiamento strutturale, non semplici aggiustamenti cosmetici. Le potenziali sanzioni fino al 6% del fatturato globale dimostrano la gravità delle violazioni contestate.

Giornalista: Quali sono i prossimi passi del MOIGE in questa battaglia?

Direttore Generale MOIGE: Continueremo a sostenere la nostra class action con determinazione, raccogliendo ulteriori adesioni di genitori che vogliono unirsi a questa causa. La decisione della Commissione europea ci fornisce argomenti ancora più solidi per dimostrare la nocività di queste pratiche. Parallelamente, intensificheremo la nostra attività di prevenzione e formazione nelle scuole e tra i genitori, perché la consapevolezza è il primo strumento di difesa. Collaboreremo anche con le istituzioni italiane ed europee per promuovere normative ancora più stringenti. Non ci fermeremo finché i nostri figli non saranno adeguatamente protetti dai rischi del mondo digitale.

Un messaggio finale ai genitori che ci seguono?

Il messaggio è chiaro: non siete soli in questa battaglia. Il MOIGE è al vostro fianco con strumenti legali concreti e con un’azione che sta già producendo risultati a livello europeo . Vi invito a unirvi alla nostra class action, a informarvi sui rischi reali dei social media per i minori, a pretendere dalle piattaforme il rispetto delle leggi italiane ed europee. La protezione dei nostri figli non è negoziabile, e insieme possiamo fare la differenza. Questa decisione della Commissione europea dimostra che quando le famiglie si organizzano e agiscono attraverso canali legittimi, possono davvero cambiare le regole del gioco contro colossi multinazionali che fatturano miliardi sulle spalle dei nostri ragazzi

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Stefano Gazzella 300x300
Privacy Officer e Data Protection Officer, è Of Counsel per Area Legale. Si occupa di protezione dei dati personali e, per la gestione della sicurezza delle informazioni nelle organizzazioni, pone attenzione alle tematiche relative all’ingegneria sociale. Responsabile del comitato scientifico di Assoinfluencer, coordina le attività di ricerca, pubblicazione e divulgazione. Giornalista pubblicista, scrive su temi collegati a diritti di quarta generazione, nuove tecnologie e sicurezza delle informazioni.
Aree di competenza: Privacy, GDPR, Data Protection Officer, Legal tech, Diritti, Meme
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