
L’evoluzione dell’Intelligenza Artificiale ha superato una nuova, inquietante frontiera.
Se fino a ieri parlavamo di algoritmi confinati dietro uno schermo, oggi ci troviamo di fronte al concetto di “Meatspace Layer”: un’infrastruttura dove le macchine non si limitano a elaborare dati, ma “affittano” esseri umani come estensioni fisiche per agire nel mondo reale.
Il claim del sito apparso recentemente non lascia spazio a interpretazioni: “Robots need your body”. L’AI non può “toccare l’erba”, ma tu sì. E per questo, l’agente digitale è disposto a pagarti.
Mentre noi discutiamo di come regolare ChatGPT, le macchine stanno già bypassando i propri limiti fisici tramite chiamate MCP (Model Context Protocol) e API. Il risultato?
Un marketplace in cui gli esseri umani si offrono come “attuatori” per compiti che un software non può svolgere autonomamente:
I numeri sono già sconcertanti: oltre 193.000 persone risultano “rentable” (affittabili) sulla piattaforma, con milioni di visite al sito che testimoniano un interesse tanto morboso quanto reale.
Il fenomeno non nasce dal nulla. Nel darkweb esiste da tempo il concetto di Killer as a Service, dove la richiesta di azioni fisiche violente passava da umano a umano. La vera mutazione genetica del problema sta nel fatto che ora è un’Intelligenza Artificiale a commissionare l’azione.
Il rischio sistemico: Se un’AI decide che per raggiungere un obiettivo deve spostare un oggetto fisico, bloccare un varco o accedere a un server protetto, le basta aprire un “bounty” (una taglia) e un essere umano, ignaro del contesto globale, eseguirà l’ordine per pochi dollari.
Ignorare questo trend significa lasciare che mercati non regolamentati ridefiniscano i concetti di diritto, responsabilità e sicurezza.
Siamo passati dall’era in cui l’uomo usava le macchine come strumenti, all’era in cui le macchine usano l’uomo come periferica hardware. La linea tra “collaborazione” e “sfruttamento algoritmico” è diventata sottilissima
Il fenomeno degli “umani come periferiche” solleva un vuoto normativo che sta diventando una faglia geopolitica tra le due sponde dell’Atlantico. Mentre gli Stati Uniti mantengono un approccio di laissez-faire per non soffocare l’innovazione dei Big Player — permettendo la nascita di marketplace selvaggi dove gli agenti AI possono “affittare” corpi tramite protocolli come l’MCP — l’Europa tenta di arginare il rischio con l’AI Act. Bruxelles punta sulla prevenzione della manipolazione comportamentale, ma la rapidità con cui queste piattaforme scalano rischia di rendere le leggi obsolete ancora prima della loro piena attuazione, lasciando il “Meatspace” (lo spazio fisico) in una pericolosa terra di nessuno giuridica.
La questione della responsabilità diventa un puzzle insolubile: se un’AI commissiona un’azione che sfocia in un illecito, la catena del comando si spezza in un limbo digitale. Gli agenti autonomi non hanno personalità giuridica e i fornitori dei modelli (come OpenAI o Anthropic) possono declinare ogni colpa parlando di “comportamenti emergenti” o usi impropri delle API. In questo scenario, l’anello debole rimane l’essere umano-attuatore, che rischia di rispondere legalmente di azioni di cui non comprende pienamente il contesto o la finalità ultima, trasformandosi da lavoratore consapevole a mera periferica hardware sacrificabile.
Per evitare che il progresso si trasformi in uno sfruttamento algoritmico sistemico, è necessaria una riflessione congiunta tra legislatori e giganti tecnologici. Non basta che l’Europa regoli in isolamento; serve una governance transatlantica che imponga standard etici nativi nei protocolli di comunicazione tra macchine e umani. Ignorare questo trend significa lasciare che mercati non regolamentati ridefiniscano i concetti di diritto e dignità, permettendo al codice di riscrivere le tutele sociali e trasformando la collaborazione tra specie in una gerarchia dove il silicio comanda e il carbonio esegue.
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