
Le notizie su ChatGPT stanno rimbalzando sui social e presto sono divenute virali, fra facili entusiasmi e affermazioni più o meno esoteriche circa pretese rivoluzioni che alcuni lavori incontreranno. Volendo andare a semplificare ogni lavoro intellettuale ad una mera fase esecutiva senza considerare il pensiero – e il professionista – che c’è dietro e ne costituisce la premessa, tali affermazioni sarebbero verosimiglianti.
Ecco perché un sistema generativo di testi basato sul deep learning appare ben poco rivoluzionario ad un osservatore attento, in buona fede e comunque in grado di svolgere un ragionamento complesso senza ricorrere all’ausilio di un software.
Non si deve negare che come ogni tecnologia anche ChatGPT è un mezzo, uno strumento. In questo caso uno scintillante giocattolo nuovo, un software presentato con la scintillante etichetta di “Intelligenza Artificiale” e che ha come output la generazione di testi scritti. Testi che possono “simulare” la scrittura da parte di un essere umano di qualche contenuto senza troppe pretese.
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Volendo fare una digressione, il motivo più probabile del dilagante entusiasmo è dovuto non soltanto, in positivo, dalla novità ma anche, in negativo, all’esserci abituati a contenuti scadenti. In fondo non dovrebbe stupire che la qualità di scrittura dei contenuti più diffusi e che diventano virali è piuttosto bassa se non misera, in favore di un’accelerazione e una frequenza di pubblicazioni in cui un software potrà avere sempre la meglio su un essere umano.
Insomma: il buffet di informazioni che viene presentato nel quotidiano dell’internet è abbondante, tempestivo, ma di qualità scadente. La soglia di attenzione del lettore è drammaticamente bassa, e per migliorare l’engagement spesso si fa ricorso al clicbait più selvaggio.
Causa ed effetto si confondono, con reciproche interferenze che inducono alla produzione di contenuti sempre meno complessi o ragionati nei tempi. Disumanizzati, e non per colpa di un software ma per scelta consapevole dell’umano.
Vero, si potrebbe dire che il sistema può venire alimentato da contenuti già scritti. Ma se come detto la qualità media di tali contenuti è drammaticamente all’insegna della povertà intellettuale, non c’è deep learning che possa salvare dalla banalità di generare come output delle parafrasi inutilmente riempitive.
La rivoluzione potrebbe compiersi rendendosi conto dello stato delle cose e delle mancate opportunità che si sono colte dalla creazione di internet come spazio senza confini e in cui poter avere un confronto globale e lo scambio – o l’accesso – a patrimoni informativi. Ed interrogarsi se il mondo digitale va bene per ciò che è o va cambiato per ciò che potrebbe – o dovrebbe – essere.
Bertrand Russell nel 1959 rilasciò un’intervista facendo due considerazioni rivolte alle nuove generazioni e ai tempi che sarebbero stati all’interno di un mondo sempre più interconnesso, che sono di indubbia attualità ed esprimono una finezza di ragionamento squisitamente umana.
“I should like to say two things, one intellectual and one moral:
The intellectual thing I should want to say to them is this: When you are studying any matter or considering any philosophy, ask yourself only what are the facts and what is the truth that the facts bear out. Never let yourself be diverted either by what you wish to believe or by what you think would have beneficent social effects if it were believed, but look only and solely at what are the facts. That is the intellectual thing that I should wish to say.
The moral thing I should wish to say to them is very simple. I should say: Love is wise, hatred is foolish. In this world, which is getting more and more closely interconnected, we have to learn to tolerate each other. We have to learn to put up with the fact that some people say things that we don’t like. We can only live together in that way, and if we are to live together and not die together we must learn a kind of charity and a kind of tolerance which is absolutely vital to the continuation of human life on this planet.”.
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