
La notizia è stata anticipata da politico.eu: a partire da maggio 2025, la Commissione von der Leyen revisionerà il GDPR introducendo semplificazioni. Certo, non sarebbe male pubblicare prima le CVE del Regolamento, ma quel che è stato anticipato riguarda per lo più una generale riduzione degli adempimenti nel settore tech e nelle PMI.
L’obiettivo dichiarato è quello di favorire la competitività, soprattutto nei confronti di Cina e Stati Uniti. Dopo il rapporto Draghi sul futuro della competitività europea, una rilettura degli adempimenti normativi in modo tale che non possano ostacolare l’innovazione e lo sviluppo tecnologico sembrerebbe una strada quasi obbligata. Quasi, perché quella fra innovazione e rispetto delle regole è una falsa dicotomia. La quale è però bastevole a rivelare l’approccio fallimentare dell’Unione Europea nel ritenersi un giardino dei diritti nella giungla internazionale e pretendere la sovraestensione del proprio sistema normativo. La sovranità tecnologia non può certamente essere ottenuta tramite una legge. A meno che, ovviamente, non si disponga la forza di imporla.
Ad ogni modo, sebbene gli eccessi dei vari “Act” e la resistenza a rimettere in discussione più che le regole la loro applicazione siano sotto gli occhi di tutti, il rischio è che in nome di una pretesa semplificazione si vada semplicemente a sostituire un dogma con un altro. Transitando così da un eccesso regolatorio alla promozione di comportamenti spregiudicati, finanche a premiare quanti semplicemente hanno ignorato o eluso l’applicazione del GDPR con la scusa di difficoltà indimostrate. Di fatto, andando ad operare al di fuori delle regole con un vantaggio competitivo indebito rispetto a chi invece ha investito in compliance.
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Dopo 7 anni dall’applicazione del GDPR è comunque opportuno trarre un bilancio della norma e metterla in discussione nelle parti in cui ha dimostrato di non funzionare o di avere un impatto eccessivo rispetto ai benefici. Ovviamente, senza snaturarne le finalità di garantire un’elevata protezione dei dati personali e la libera circolazione degli stessi. Anche nei nuovi scenari di competizione sulle tecnologie di Intelligenza Artificiale infatti bisogna ragionare secondo il canone della sostenibilità dell’impiego dei dati personali.
Le semplificazioni trapelate sembrerebbero però collegate alla dimensione dell’organizzazione, secondo un limite che potrebbe essere quello dei 500 dipendenti. Eppure, tale limite non risponde ad alcun tipo di criterio logico dal momento che l’esigenza di una maggiore responsabilizzazione – e dunque: maggiori adempimenti – non è correlabile alle dimensioni dell’organizzazione bensì al volume delle attività di trattamento svolte, alla natura dei dati e ai rischi.
Qualora venga seguita questa direzione, qualche dubbio circa l’approccio della Commissione è inevitabile che sorga. Se questa è la risposta europea ai dazi degli Stati Uniti, infatti, che allora venga dichiarata come tale e non mascherata dai pur condivisibili intenti di semplificazione.
Anche perchè il rischio è che i cittadini perdano ulteriormente fiducia nell’azione delle istituzioni dell’Unione Europea. Fiducia che dopo il QatarGate è stata già profondamente intaccata.
L’evoluzione sperata verso un GDPR 2.0 deve contemplare principi e framework, valorizzare l’accountability e, soprattutto, promuovere un’applicazione uniforme e coordinata della norma eliminando le incertezze a riguardo. Ben venga ogni semplificazione, purché ovviamente non sacrifichi in modo spoporzionato tanto la protezione degli interessati quanto le strategie e gli investimenti delle aziende data-driven “virtuose”.
Se invece la semplificazione diventa una pretesa indimostrata per giustificare qualsivoglia intervento, allora si apre la strada verso una deregolamentazione di fatto che sembra giovare più agli interessi delle Big Tech che alla competitività delle imprese europee.
Noyb e altri attivisti della privacy hanno denunciato il pericolo della messa in discussione del GDPR derivante dal cedere alla pressione delle azioni di lobbying. Ma poiché la protezione dei dati personali è una libertà fondamentale riconosciuta dall’ordinamento europeo, il nucleo di tutele e garanzie cui provvede continuerebbe comunque a resistere anche nel caso di profonde modifiche della norma. O della tecnologia.
Questo vale e varrà fintanto che i cittadini stessi percepiscano come un valore la protezione dei propri dati personali. E agiscano per difendere i propri diritti, anche per mezzo dei propri rappresentanti.
Non bisogna mai dimenticare infatti che è la domanda a condizionare l’offerta tanto tecnologica quanto politica.
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