
Se vi state chiedendo quanto sia grande 31,4 terabit al secondo, la risposta pratica è: abbastanza da far sembrare “un problema di rete” quello che in realtà è un problema di ecosistema.
Perché il punto non è solo il picco (da Guinness dei primati), ma la normalizzazione del mostruoso: attacchi talmente grandi e talmente rapidi da diventare quasi “rumore di fondo”… finché non colpiscono te.
Cloudflare ha raccontato di aver mitigato una campagna attribuita al botnet Aisuru (Kimwolf) con due numeri che, messi insieme, fanno venire voglia di spegnere il router e trasferirsi in montagna: 31,4 Tbps a livello L4 e oltre 200 milioni di richieste al secondo (HTTP). Il tutto in una campagna soprannominata “The Night Before Christmas” (perché, ovviamente, ormai anche i criminali fanno branding).
La dinamica è altrettanto “moderna”: più della metà degli attacchi dura 1–2 minuti, e solo una piccola parte supera tempi più lunghi. Tradotto: non è il classico assedio medievale, è una serie di colpi di mazza, corti e ripetuti, progettati per mandare in crisi chi difende “a chiamata” o chi si accorge dell’incendio quando ormai sente odore di plastica fusa.
C’è una frase che vale più del picco: secondo quanto riportato, questi attacchi sarebbero stati rilevati e mitigati automaticamente, senza neppure generare alert urgenti. Non è magia: è la dimostrazione che, oggi, o hai difese sempre-on e capacità di assorbimento a livello di rete, oppure sei tu quello che diventa “case study” nel prossimo report.
E qui arriva la parte scomoda: la “resilienza” non è un prodotto che compri quando serve. È un’impostazione architetturale e operativa. Il DDoS, ormai, non è più “l’evento raro”: è una funzionalità del crimine digitale, disponibile in modalità burst.
Aisuru/Kimwolf viene descritto come alimentato da dispositivi IoT e router compromessi; nella campagna citata si parla anche di sorgenti legate a Android TV. E qui non serve fare poesia: se un oggetto connesso costa poco, resta online anni, non aggiorna mai, e vive con credenziali imbarazzanti… non è “smart”, è munizionamento preconfezionato.
Il problema non è solo quanti dispositivi: è che l’IoT si è infilato ovunque case, uffici, retail, hospitality, logistica — e ogni segmento “non gestito” diventa un pezzo di un’arma globale. L’attaccante non deve essere geniale: deve solo aspettare che la somma delle negligenze faccia massa critica.
Per capire che non parliamo di un caso isolato, basta guardare cosa ha raccontato Microsoft: un attacco DDoS multi-vettore contro Azure, con picco 15,72 Tbps e 3,64 miliardi di pacchetti al secondo, attribuito ad Aisuru e originato da oltre 500.000 IP sorgenti. Anche qui: scala enorme, automazione, e una lezione implicita, il cloud non è “immune”, è semplicemente più attrezzato (quando lo configuri e lo paghi per esserlo).
Nel quadro complessivo, i numeri riportati per il 2025 parlano di una crescita netta: 47,1 milioni di attacchi e +121% rispetto al 2024, con una media di 5.376 mitigazioni l’ora e una prevalenza di attacchi network-layer. Nel solo Q4: +31% QoQ e +58% YoY. Settori colpiti: telecom, IT/services, gambling/casino, gaming. E in parallelo: aumento marcato degli attacchi “grossi” (oltre 100 Mpps e oltre 1 Tbps) e una larga fetta di HTTP DDoS attribuibile a botnet note.
Se vi sembra “troppo”, è perché lo è. Ma è anche coerente con un mondo dove la banda cresce, i device proliferano, e la sicurezza degli oggetti connessi resta spesso un optional.
La lezione non è “compra più banda”. La lezione è: il DDoS è diventato un problema di supply chain digitale. Hai due scelte:
E sì, fa sorridere (male) che servano 31,4 Tbps per ricordarci una cosa banale: se lasciamo milioni di dispositivi insicuri online, poi non possiamo stupirci se qualcuno li usa come clava. Il Natale, a quanto pare, non è più stagione di shopping: è stagione di stress test.
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