I criminali informatici stanno diventando sempre più furbi e hanno trovato un nuovo modo per sfruttare i protocolli di sicurezza aziendali. Sembra incredibile, ma è vero: stanno usando una funzionalità di autenticazione Microsoft legittima per rubare gli account utente.
Il team di ricerca di Proofpoint ha rilevato un aumento del “Device Code Phishing”, una tecnica di phishing che convince le vittime a concedere il controllo completo dei propri account semplicemente inserendo un codice su un sito web attendibile. È come se i malintenzionati avessero trovato un modo per trasformare i protocolli di sicurezza in una debolezza. Ma come funziona esattamente questa tecnica? E cosa possono fare le aziende per proteggersi? Scopriamolo!
Quando OAuth diventa il bersaglio: il dirottamento del flusso di autorizzazione
“La tradizionale consapevolezza del phishing spesso enfatizza la verifica della legittimità degli URL. Questo approccio non affronta efficacemente il phishing tramite codice dispositivo, in cui agli utenti viene chiesto di inserire un codice dispositivo sul portale Microsoft attendibile”, hanno riportato gli esperti nel loro rapporto.
La campagna evidenzia un cambiamento di tattica: invece di rubare direttamente le password, gli hackerrubano le “chiavi” dell’account stesso tramite il protocollo OAuth 2.0. L’attacco sfrutta il flusso di autorizzazione del dispositivo, una funzionalità progettata per aiutare gli utenti ad accedere a dispositivi con capacità di input limitate, come smart TV o stampanti. Quando il dispositivo è legittimo, visualizza un codice e l’utente lo inserisce su un computer o telefono separato per autorizzare l’accesso.
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Gli aggressori hanno dirottato questo processo. Inviano email di phishing contenenti un codice e un link al portale di accesso ufficiale di Microsoft (microsoft.com/devicelogin). Poiché l’URL è legittimo, la formazione standard sul phishing spesso fallisce. Questa non è una tecnica isolata utilizzata da un singolo gruppo. I ricercatori di Proofpoint hanno osservato “molteplici cluster di minacce, sia di matrice statale che motivate da interessi finanziari”, che adottano questo metodo.
Una volta che l’utente inserisce il codice, all’applicazione dannosa dell’aggressore viene concesso un token che consente l’accesso persistente all’account Microsoft 365 della vittima. Questo accesso può essere utilizzato per “esfiltrare dati e altro ancora”, spesso aggirando la necessità di conoscere la password dell’utente nelle sessioni future.
L’attacco Account Takeover (ATO).
L’Account Takeover (ATO) è una tecnica di attacco informatico in cui un criminale ottiene il controllo completo di un account legittimo, impersonando l’utente reale senza destare sospetti immediati. A differenza delle violazioni tradizionali, l’ATO non richiede necessariamente il furto della password: gli attaccanti possono sfruttare token di autenticazione, flussi OAuth o meccanismi di accesso legittimi per entrare nell’account in modo del tutto valido dal punto di vista tecnico. Questo rende l’attacco particolarmente insidioso, perché i sistemi di sicurezza registrano l’accesso come regolare.
Una volta compromesso l’account, l’attaccante può leggere email, accedere a documenti riservati, creare regole di inoltro invisibili, avviare frodi interne o mantenere un accesso persistente nel tempo, anche dopo il cambio della password. L’Account Takeover è oggi una delle minacce più pericolose per le organizzazioni, perché sfrutta la fiducia riposta nei meccanismi di autenticazione moderni e nella stessa identità digitale dell’utente, trasformando un accesso legittimo in un vettore di compromissione.
La componente psicologica negli attacchi OAuth-based è sempre la base
La chiave del successo di questi attacchi risiede nella manipolazione della psicologia degli utenti. Un senso di urgenza viene creato dalle esche, che spesso mimano avvisi di sicurezza o richieste amministrative. Gli aggressori, rappresentando l’attacco come un controllo obbligatorio o un aggiornamento di sicurezza, inducono gli utenti a compiere l’azione che li rende vulnerabili.
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Mentre le organizzazioni rafforzano le loro difese con l’autenticazione a più fattori (MFA) e le chiavi FIDO, gli aggressori sono costretti a trovare soluzioni alternative. L’abuso di flussi di autorizzazione validi sembra essere la prossima frontiera. “Proofpoint stima che l’abuso dei flussi di autenticazione OAuth continuerà a crescere con l’adozione di controlli MFA conformi a FIDO”, hanno concluso i ricercatori.
Come difendersi dal Device Code Phishing
La difesa da questo tipo di attacco richiede un cambio di paradigma: non basta più insegnare agli utenti a controllare l’URL. Il Device Code Phishing sfrutta portali legittimi e flussi di autenticazione validi, rendendo inefficace la formazione basata esclusivamente sul riconoscimento di siti falsi. È quindi fondamentale affiancare alla consapevolezza dell’utente controlli tecnici mirati sui flussi OAuth.
Dal punto di vista operativo, le organizzazioni dovrebbero limitare o disabilitare il Device Code Flow ove non strettamente necessario e applicare policy di Conditional Access più restrittive, includendo MFA anche per i flussi OAuth e non solo per il login interattivo. Il controllo del contesto di accesso (posizione, dispositivo, rischio della sessione) diventa cruciale per intercettare utilizzi anomali di token apparentemente legittimi.
Infine, è essenziale monitorare e governare le applicazioni OAuth autorizzate nel tenant. L’uso di app non verificate o con privilegi eccessivi rappresenta un vettore di compromissione spesso sottovalutato. La revisione periodica dei consensi, il principio del minimo privilegio e il monitoraggio dei log di autenticazione legati al Device Code Flow possono fare la differenza nel rilevare e contenere un Account Takeover prima che l’accesso diventi persistente.
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Membro e Riferimento del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab, è un ingegnere Informatico specializzato in Cyber Security con una profonda passione per l’Hacking e la tecnologia, attualmente CISO di WURTH Italia, è stato responsabile dei servizi di Cyber Threat Intelligence & Dark Web analysis in IBM, svolge attività di ricerca e docenza su tematiche di Cyber Threat Intelligence presso l’Università del Sannio, come Ph.D, autore di paper scientifici e sviluppo di strumenti a supporto delle attività di cybersecurity. Dirige il Team di CTI "RHC DarkLab"
Aree di competenza:Cyber Threat Intelligence, Ransomware, Sicurezza nazionale, Formazione
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