Ma produciamo veramente di più? Se l’AI scrive al posto tuo, ti rende invisibile.
C’è sempre più AI intorno a noi. Siamo circondati da migliaia di contenuti generati dall’intelligenza artificiale e se questo da una parte ci rende più efficienti, dall’altra può avere effetti disastrosi. Ogni prodotto che oggi abita nel mondo digitale è il risultato di una composizione algoritmica, la cui qualità viene analizzata, valutata e distribuita al meglio, per offrire contenuti migliori e genuini.
Negli ultimi mesi l’utilizzo massivo di strumenti AI ha trasformato radicalmente la produzione di contenuti: articoli, post, analisi, report, tutto più semplice, tutto più facile da comporre assemblare o “scrivere”, ma ce un punto che molti utilizzatori della AI stanno scoprendo, e forse troppo tardi: Produrre di più non equivale ad essere visti di più! Anzi è l’esatto contrario.
Vi ricordate quando al liceo chiedevamo al compagni bravo, quello secchione, di farci il tema, oppure il compito, perché magari non avevamo studiato oppure spontaneamente egli ci offriva il suo aiuto? Al momento della correzione la sentenza del Professore era implacabile: Non è farina del tuo sacco! E spesso questo si traduceva in un basso voto. Questo accadeva perchè chi sa scrivere riconosce subito quando un testo non ha una “forma” propria, uno stile univoco.
L’AI consente oggi a chiunque di generare contenuti in pochi minuti, testi corretti, fluidi, apparentemente completi – dite la verità quanti di voi hanno scritto la tesi con l’aiutino dell’AI?
Gli ecosistemi digitali, i motori di ricerca, le piattaforme social non premiamo questo tipo di produzione e ne riducono drasticamente la visibilità.
Già nel 2013, Howard Rheingold, nel suo fantastico saggio dal titolo, in Italia, “Perché la rete ci rende intelligenti”, spiegava che il valore della rete non risiede nelle connessioni veloci, nella fibra ottica, nei satelliti, ma è custodito in ciò che le persone ci mettono dentro. Competenze, capacità cognitive, esperienze reali e dirette, sono gli elementi base del valore della rete, il suo capitale. Quando apprendiamo, rielaboriamo, e costruiamo un pensiero autonomo, Allora utilizziamo davvero la rete e produciamo contenuti che hanno peso e sono visibili. E continuano ad essere visibili nel tempo.
Utilizzare l’AI in maniera errata o magari inseguendo le sirene del catastrofismo che avverrà nell’utilizzo senza regole dell’AI, mi fa tornare in mente le parole sempre attuali che Umberto Eco scriveva nel suo saggio – che forse dovremmo tutti rileggere. Quando in “Apocalittici ed Integrati” Eco descriveva le reazioni opposte alle innovazioni tecnologiche in quel lontano 1964 – il secolo scorso – suggeriva appunto come utilizzare al meglio la tecnologia e non creare due “Partiti” che dovevano fronteggiarsi. Eco non demonizzava l’innovazione, ma metteva in guardia da un rischio preciso. Delegare. Se deleghiamo il pensiero, la scrittura, la capacità critica, lasciamo il potere in mano all’AI. E di deleghe purtroppo, ne abbiamo già concesse molte in altri settori, anche vitali per la nostra stessa esistenza.
L’Ai quindi, non va idolatrata e non va rifiutata, ma va solo utilizzata come strumento per ragionare meglio, per elaborare idee, per costruire contenuti più solidi, non per sostituirsi a noi, anche nella scrittura.
Scrivo sgrammaticato? Bene, allora vuol dire che è originale, che è il mio stile, che posso migliorare, che posso crescere che posso sempre trovare soluzioni alternative, ma non delego all’AI di scrivere per me, perché col suo schema è uno schema costruito con centinaia di. Migliaia di informazioni di cui non conosco la fonte, l’autorevolezza, il pensiero. E tutto ciò che non ha una identità – giusta o da migliorare che sia – viene progressivamente reso invisibile.
A guardar bene poi, gli stessi principi emergono anche dalle linee guida ufficiali dei motori di ricerca. Non si parla di strumenti utilizzati, ma di qualità, utilità e valore dell’utente. I contenuti ripetitivi, superficiali, o costruiti senza un reale valore umano, entrano in una corsia preferenziale di quella strada che nel linguaggio tecnico – e lo sapete che io sono un dilettante del mondo cyber – viene definita “thin content”, ossia contenuti poco informativi e facilmente replicabili.
Qui non stiamo parlando solo di tecnologia, o termini informatici che magari da dilettante cyber voglio “spararmi” per apparire figo, ma di risultato finale. Se un contenuto non porta esperienza, analisi, punti di vista, non solleva critiche, diventa intercambiabile e ciò che diventa intercambiabile, diventa invisibile, è come un pezzo rotto della vostra auto che va sostituito.
Questa mediocrità che avanza su larga scala, è il fenomeno nuovo di questa Era che stiamo vivendo con le AI. Gli algoritmi elaborano i tempi di permanenza nella lettura, le interazioni, la qualità delle risposte e se il contenuto non “trattiene”,non viene distribuito, non viene visualizzato. E questo rischio aumenta vertiginosamente in tutti quei contenuti giornalistici, o quando si parla di sicurezza, perchè perdendo credibilità per aver diffuso contenuti poco originali, omologati nel linguaggio, si perde autorevolezza.
Provate solo a pensare quali effetti potrebbe avere questa mediocrità nella PA, già troppe volte compromessa – in Italia poi la credibilità dei cittadini verso gli apparati dello Stato non ha mai brillato di luce propria – al classico “tanto che je frega a loro”, si potrebbe presto sostituire “mica l’hanno scritta loro la legge, ma l’AI”!!
Iniziamo quindi a trasformare il pensiero che l’AI è uno strumento che dobbiamo utilizzare, cui dobbiamo farci aiutare, e che siamo noi stessi il “sistema operativo” che deve essere aggiornato con l’aiuto dell’AI e non l’AI che deve scriverci “l’aggiornamento”!
Dilettante nel cyberspazio, perenne studente di scienze politiche, sperava di conoscere Stanley Kubrick per farsi aiutare a fotografare dove sorge il sole. Risk analysis, Intelligence e Diritto Penale sono la sua colazione da 30 anni.
Aree di competenza: Geopolitica, cyber warfare, intelligence, Diritto penale, Risk analysis