Akira rappresenta una delle più recenti minacce ransomware in grado di aggirare i tradizionali strumenti di difesa delle organizzazioni. Un recente caso analizzato dal team di S-RM ha evidenziato come questo gruppo abbia utilizzato una webcam non protetta per distribuire il proprio payload, eludendo le difese di un sistema EDR (Endpoint Detection and Response).
Catena di attacco
Il modus operandi iniziale
L’attacco ha avuto inizio con la compromissione della rete della vittima attraverso una soluzione di accesso remoto esposta a internet. Dopo l’accesso, Akira ha implementato AnyDesk.exe, uno strumento di gestione remota, per mantenere il controllo dell’ambiente e procedere con l’esfiltrazione dei dati.
Durante la fase avanzata dell’attacco, gli aggressori hanno utilizzato il protocollo RDP (Remote Desktop Protocol) per spostarsi lateralmente all’interno della rete. Hanno poi tentato di distribuire il ransomware su un server Windows inviando un file ZIP protetto da password contenente l’eseguibile dannoso. Tuttavia, l’EDR implementato dall’organizzazione ha rilevato e bloccato la minaccia prima che potesse essere eseguita.
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Il pivot sulla webcam
Dopo aver realizzato che l’EDR ostacolava la diffusione del ransomware, gli attaccanti hanno modificato la loro strategia. Un’analisi della rete interna ha rivelato la presenza di dispositivi IoT vulnerabili, tra cui webcam e scanner biometrici. In particolare, una webcam risultava esposta con le seguenti criticità:
Presenza di vulnerabilità critiche che consentivano l’accesso remoto e l’esecuzione di comandi.
Sistema operativo basato su Linux, compatibile con la variante ransomware per Linux di Akira.
Assenza di protezione da parte dell’EDR o di altri strumenti di sicurezza.
Gli attaccanti hanno quindi utilizzato la webcam compromessa come punto di ingresso per distribuire il ransomware sulla rete della vittima. Il traffico SMB (Server Message Block) generato dal dispositivo per trasmettere il payload è passato inosservato, permettendo ad Akira di cifrare con successo i file sui sistemi aziendali.
Priorità nelle patch: Le strategie di gestione delle patch spesso si concentrano sui sistemi critici per il business, tralasciando dispositivi IoT che possono diventare punti di ingresso per gli attaccanti.
Evoluzione degli attaccanti: Akira ha dimostrato una notevole capacità di adattamento, passando da implementazioni in Rust a versioni in C++ e supportando sia ambienti Windows che Linux.
Limitazioni dell’EDR: L’EDR è uno strumento essenziale, ma la sua efficacia dipende dalla copertura, dalla configurazione e dal monitoraggio continuo. Dispositivi IoT spesso non sono compatibili con EDR, rendendoli vulnerabili agli attacchi.
Contromisure di sicurezza
Per mitigare minacce simili, le organizzazioni dovrebbero adottare le seguenti misure:
Segmentazione della rete: Gli IoT dovrebbero essere isolati dai server e dai sistemi critici, limitando la loro connettività a porte e indirizzi IP specifici.
Audit della rete interna: Controlli regolari sui dispositivi connessi possono identificare vulnerabilità e dispositivi non autorizzati.
Gestione delle patch e delle credenziali: Aggiornare regolarmente il firmware dei dispositivi e sostituire le password di default con credenziali robuste.
Spegnere i dispositivi non in uso: Se un dispositivo IoT non è necessario, dovrebbe essere disattivato per ridurre la superficie d’attacco.
Conclusioni
Il caso Akira evidenzia come gli attori delle minacce siano in grado di aggirare le misure di sicurezza tradizionali sfruttando punti deboli spesso trascurati, come i dispositivi IoT. Un’adeguata strategia di sicurezza che includa segmentazione di rete, monitoraggio continuo e aggiornamenti costanti è essenziale per ridurre il rischio di attacchi di questo tipo.
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Membro e Riferimento del gruppo di Red Hot Cyber Dark Lab, è un ingegnere Informatico specializzato in Cyber Security con una profonda passione per l’Hacking e la tecnologia, attualmente CISO di WURTH Italia, è stato responsabile dei servizi di Cyber Threat Intelligence & Dark Web analysis in IBM, svolge attività di ricerca e docenza su tematiche di Cyber Threat Intelligence presso l’Università del Sannio, come Ph.D, autore di paper scientifici e sviluppo di strumenti a supporto delle attività di cybersecurity. Dirige il Team di CTI "RHC DarkLab"
Aree di competenza:Cyber Threat Intelligence, Ransomware, Sicurezza nazionale, Formazione
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