
L’assicurazione informatica è diventata un argomento nei comitati di gestione. Non è più un elemento aggiuntivo, ma piuttosto un elemento essenziale da considerare nella gestione del rischio aziendale.
Tuttavia, molte aziende fanno affidamento su una rete di sicurezza che potrebbe venir meno proprio quando ne hanno più bisogno. E non a causa di attacchi avanzati, ma a causa di falle fondamentali che rimangono irrisolte.
Le polizze assicurative per la sicurezza informatica sono progettate per ridurre l’impatto finanziario di un incidente, ma non sono un assegno in bianco. Nella pratica, molte aziende ricevono solo pagamenti parziali o addirittura si vedono respinte le richieste di risarcimento.
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Il motivo è solitamente il mancato rispetto dei controlli minimi richiesti dall’assicuratore: autenticazione a più fattori, gestione delle patch, igiene delle credenziali e piani di risposta documentati.
Se queste misure sono assenti o non applicate in modo coerente, la copertura si indebolisce.
Mentre i titoli dei giornali si concentrano sullo spionaggio o sugli attori statali, i dati raccontano una storia diversa. Secondo il rapporto DBIR 2025 di Verizon, il 22% delle violazioni è iniziato con l’uso improprio delle credenziali, il 20% è derivato da vulnerabilità non corrette e il 16% da attacchi di phishing.
Nel frattempo, gli incidenti che coinvolgono spionaggio o distruzione di dati hanno rappresentato solo il 2% del totale, secondo IBM X-Force. La realtà è chiara: la maggior parte degli attacchi sono semplici, opportunistici e sfruttano falle che avrebbero dovuto essere corrette molto tempo fa.
Il ciclo si ripete fin troppo spesso: un’azienda stipula un’assicurazione informatica, si sente protetta e sposta la sua attenzione sulle minacce “avanzate”. Col tempo, i controlli di base vengono applicati in modo incoerente o trascurati. Quando si verifica una violazione dovuta a una vulnerabilità fondamentale, l’assicuratore può negare il pagamento per inadempienza. Il risultato è un falso senso di sicurezza che maschera una mancanza di disciplina operativa.
Le compagnie assicurative stanno diventando sempre più rigorose. Affermare semplicemente che i controlli esistono non è più sufficiente: ora richiedono una prova continua che questi controlli siano in atto e funzionanti. E questo vale non solo per la firma iniziale del contratto, ma anche per i rinnovi e dopo un sinistro. Se il livello di maturità effettivo della compagnia non corrisponde a quanto indicato nella polizza, la copertura può essere ridotta o annullata.
La buona notizia è che queste minacce informatiche sono prevenibili, ma la prevenzione richiede coerenza. Il monitoraggio continuo delle credenziali trapelate consente di intervenire prima che si verifichino accessi non autorizzati. La risposta al phishing non può più limitarsi alla formazione; deve includere l’identificazione e la rimozione di domini fraudolenti e profili falsi.
Per quanto riguarda la gestione delle patch, è fondamentale dare priorità alle vulnerabilità con exploit attivi piuttosto che concentrarsi esclusivamente sul volume.
L’assicurazione informatica riflette la postura di sicurezza di un’azienda: premia la maturità e penalizza l’inerzia. Non sostituisce la disciplina operativa né copre le debolezze strutturali rimaste irrisolte.
Se un’organizzazione si affida all’assicurazione informatica per assorbire l’impatto di un attacco informatico, deve prima assicurarsi di aderire ai controlli che rendono valida tale copertura. Perché nella sicurezza informatica, ciò che fa davvero la differenza non è mai la polizza in sé, ma l’igiene di base.
Forse per molti tutto questo non è chiaro. Ma è importanti soffermarci a comprendere che l’assicurazione cyber è un buon paracadute. Ma se non sei capace ad atterrare, tutto può essere vanificato.
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