AzureHound, parte della suite BloodHound, nasce come strumento open-source per aiutare i team di sicurezza e i red team a individuare vulnerabilità e percorsi di escalation negli ambienti Microsoft Azure ed Entra ID.
Oggi, però, è sempre più spesso utilizzato da gruppi criminali e attori sponsorizzati da stati per scopi ben diversi: mappare infrastrutture cloud, identificare ruoli privilegiati e pianificare attacchi mirati.
Perché AzureHound è diventato uno strumento pericoloso
Scritto in Go e disponibile per Windows, Linux e macOS, AzureHound interroga le API di Microsoft Graph e Azure REST per raccogliere informazioni su identità, ruoli, applicazioni e risorse presenti nel tenant.
Advertising
Il suo funzionamento, progettato per scopi legittimi, si rivela utile anche a chi vuole colpire:
Può essere eseguito da remoto, senza accedere direttamente alla rete vittima.
Produce output JSON compatibili con BloodHound, che li traduce in grafici di relazioni, privilegi e potenziali percorsi di attacco.
In altre parole, AzureHound consente di automatizzare quella fase di ricognizione che, in passato, richiedeva tempo e competenze manuali, trasformando il cloud reconnaissance in un processo rapido e preciso.
Execution of AzureHound to enumerate usersBloodHound illustration of available key vaults.
Dall’uso legittimo all’abuso
Nel corso del 2025 diversi gruppi di cybercriminali hanno adottato AzureHound per scopi offensivi. Secondo analisi di threat intelligence, Curious Serpens (noto anche come Peach Sandstorm), Void Blizzard e il gruppo Storm-0501 hanno impiegato lo strumento per enumerare ambienti Entra ID, individuare configurazioni errate e pianificare escalation di privilegi. Ciò dimostra come strumenti nati per la sicurezza possano diventare parte integrante delle campagne di compromissione, soprattutto quando gli ambienti cloud non sono monitorati in modo adeguato.
Come viene sfruttato
Dopo aver ottenuto un primo accesso a un tenant Azure tramite credenziali compromesse, phishing o account di servizio vulnerabili, gli operatori malevoli eseguono AzureHound per:
raccogliere informazioni su utenti, ruoli e relazioni;
individuare identità privilegiate o service principal con permessi eccessivi;
scoprire percorsi indiretti di escalation di privilegi;
costruire, tramite BloodHound, una rappresentazione grafica dell’intero ambiente.
Questa visibilità permette di pianificare con precisione i passi successivi: dall’escalation al movimento laterale, fino all’esfiltrazione dei dati o alla distribuzione di ransomware.
Advertising
Cosa fare per difendersi
Le organizzazioni che utilizzano Azure e Microsoft Entra ID dovrebbero implementare controlli mirati per individuare e bloccare comportamenti anomali legati all’uso improprio di strumenti come AzureHound.
Monitorare le API per individuare pattern di enumerazione insoliti verso Graph e REST API. Creare alert su query massicce o su richieste con user-agent sospetti. Limitare i permessi delle applicazioni e delle service principal, adottando il principio del privilegio minimo. Applicare MFA e controlli stringenti sugli account sincronizzati con privilegi elevati. Integrare regole di hunting nei SIEM (come Microsoft Sentinel o Defender XDR) per rilevare comportamenti riconducibili alla raccolta automatica di dati.
Conclusione
AzureHound rappresenta un esempio concreto di come strumenti nati per migliorare la sicurezza possano diventare un’arma nelle mani sbagliate. Capire come questi strumenti vengono abusati è fondamentale per costruire strategie di difesa efficaci, potenziare la visibilità sugli ambienti cloud e ridurre il tempo di reazione in caso di compromissione. Solo conoscendo le stesse tecniche impiegate da chi attacca è possibile anticiparle e mantenere il controllo delle proprie infrastrutture digitali.
📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su Google Discover (scorri in basso e clicca segui) e su 🔔 Google News. Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram. Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici
Appassionato di tecnologia da sempre. Lavoro nel campo dell’informatica da oltre 15 anni. Ho particolare esperienza in ambito Firewall e Networking e mi occupo quotidianamente di Network Design e Architetture IT. Attualmente ricopro il ruolo di Senior IT Engineer e PM per un’azienda di Consulenza e Servizi IT.
Aree di competenza:Firewall, Networking, Network Design, Architetture IT, Servizi IT
È uscito il sesto episodio di Betti-RHC, la serie a fumetti di Red Hot Cyber nata con l'obiettivo di trasformare la cybersecurity awareness in un'esperienza di formazione più semplice, coinvolgente e accessibile. Quello che è nato come un progetto editoriale innovativo è diventato negli anni un vero e proprio corso di cybersecurity awareness a fumetti, adottato da aziende e professionisti per sensibilizzare le persone sui rischi informatici attraverso storie, personaggi ed emozioni. In cinque anni di attività, la serie Betti-RHC ha raggiunto un risultato importante: circa 70.000 copie vendute, a testimonianza dell'interesse crescente delle organizzazioni verso nuovi strumenti per costruire una concreta cultura della sicurezza.
Il sesto episodio porta Betti dentro le nostre case, in un mondo "connesso", dove lampadine, telecamere, assistenti vocali, serrature, sensori ed elettrodomestici intelligenti promettono comfort e sicurezza, ma possono nascondere nuove e insidiose superfici di attacco. Attraverso una nuova avventura, Betti ci accompagna alla scoperta del mondo della domotica e dei dispositivi IoT, mostrando come la poca cautela nell'utilizzo di queste tecnologie possa trasformare oggetti quotidiani in porte d'accesso per chi vuole osservare, controllare o colpire.
Per accompagnare la crescita del progetto abbiamo realizzato il sito ufficiale di Betti-RHC, dove è possibile conoscere meglio la serie, gli episodi e il progetto di cybersecurity awareness sviluppato da Red Hot Cyber. L'obiettivo è continuare a portare la cultura della sicurezza fuori dai tradizionali percorsi formativi standard, utilizzando il linguaggio immediato del fumetto per parlare a dipendenti, professionisti e persone senza competenze tecniche. Per maggiori informazioni su Betti-RHC e sul sesto episodio “Open Mic” è possibile visitare il sito ufficiale:betti.redhotcyber.com.