
La tecnologia è un’estensione straordinaria della nostra mente, ma il benessere è il sistema operativo che la fa girare. Non serve vivere come eremiti digitali o fuggire nelle caverne; la vera sfida del ventunesimo secolo non è saper usare l’ultimo software, ma saper restare umani. È il passaggio dalla schiavitù del clic alla libertà del respiro.
Immaginiamo di essere al timone di una barca a vela in mare aperto. La tecnologia è il vento: una forza straordinaria che può portarci ovunque. Ma oggi, quel vento è diventato una tempesta di raffiche incessanti che ci costringe a lottare con il timone solo per restare a galla. Finiamo per fissare ossessivamente la bussola, dimenticandoci di guardare l’orizzonte e di sentire il sapore del sale. Lo smartphone non è la tempesta, è solo il vento che abbiamo smesso di governare.
Il Digital Wellbeing non significa gettare l’ancora e fermarsi, ma regolare di nuovo le vele per tornare a decidere noi la rotta, invece di farci trascinare dalla corrente delle notifiche. Dopo aver compreso che il benessere è il “sistema operativo” della nostra vita e che la sfida attuale è restare umani, sorge spontanea una domanda: come si passa dalla teoria alla pratica?
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Il Protocollo B.E.L.L.A. è la sceneggiatura che scriviamo per riprendere il comando. Non è un insieme di divieti, ma una bussola che ci guida attraverso cinque stadi progressivi: dal profondo di noi stessi (il bisogno), verso l’esterno (l’ecologia e i limiti), fino a tornare agli altri (il legame) e, infine, alla nostra piena libertà (l’autonomia).
Vediamo ora come ogni singola lettera del protocollo agisce come una chiave per scardinare gli automatismi digitali e riaccendere la nostra presenza:
Prima di sbloccare lo smartphone, chiediamoci: “Perché lo sto facendo?”.
Spesso il gesto di accendere lo schermo è un riflesso condizionato, una risposta automatica a momenti di noia, solitudine o stress. Cerchiamo una scarica di dopamina per mettere a tacere un pensiero scomodo o per riempire un silenzio che ci spaventa. Riconoscere il bisogno sottostante, che sia il desiderio di distrazione o la ricerca di approvazione, è il primo passo fondamentale per riprendere il controllo del timone e non essere più alla deriva dei nostri automatismi.
Agire sull’ambiente digitale significa fare spazio. Proprio come non riusciremmo a riposare in una stanza caotica, non possiamo avere chiarezza mentale in un telefono intasato da notifiche inutili e app che reclamano la nostra attenzione senza dare nulla in cambio. Significa eliminare ciò che genera rumore visivo, organizzare lo spazio virtuale per servire i nostri scopi e creare zone “tech-free” nella casa e nella mente. Ridurre questo disordine digitale abbassa drasticamente la fatica decisionale, permettendoci di conservare le energie per ciò che conta davvero.
Non sono privazioni, ma protezioni. Impostare la modalità aereo durante i pasti, decidere un orario di “coprifuoco digitale” prima di dormire o lasciare il telefono in un’altra stanza mentre lavoriamo sono atti di amore verso noi stessi. Questi limiti preservano l’energia mentale dal sovraccarico informativo e ci restituiscono il diritto di non essere reperibili ovunque e in ogni momento, proteggendo il nostro spazio vitale.
Valorizzare la qualità delle relazioni è il cuore del benessere sociale. Il digitale nasce per unirci, ma troppo spesso finisce per isolarci in una bolla di interazioni superficiali. Dobbiamo ricordare che la tecnologia deve essere un ponte per favorire incontri reali, telefonate sentite e comunicazioni profonde, non un sostituto pigro della presenza fisica.
Il traguardo finale del nostro percorso. Essere autonomi significa smettere di essere “agiti” dagli algoritmi, dalle app e dalle notifiche progettate per tenerci incollati allo schermo. Significa tornare a essere decisori intenzionali, capaci di usare la tecnologia come uno strumento di crescita. Decidere quando entrare nel mondo digitale e, soprattutto, quando uscirne, con la consapevolezza che siamo noi i padroni del nostro tempo e della nostra attenzione.
Per rendere il protocollo B.E.L.L.A. una realtà quotidiana e non solo una bella teoria, usiamo la riflessione come bussola. Le domande che seguono sono un punto di partenza. Sono solo un esempio. Non esiste una formula magica universale. Il vero segreto è l’introspezione: sentiamoci liberi di esplorare e creare le nostre domande personali, quelle che risuonano meglio con la nostra routine e che sentiamo più congeniali al nostro modo di vivere.
Ecco una traccia da cui trarre ispirazione:
Abbiamo percorso il protocollo B.E.L.L.A. non come una lista di divieti, ma come una mappa per tornare a casa. In un mondo che ci vuole costantemente “connessi”, la forma più alta di ribellione e di lusso è diventare “presenti”.
C’è un concetto nella filosofia stoica, caro a Seneca, che risuona oggi più che mai:
“Non è che abbiamo poco tempo, è che ne perdiamo molto”.
La tecnologia spesso non ci ruba solo minuti, ma ci sottrae l’attenzione, che è la valuta più preziosa della nostra esistenza. Se la tecnologia è il mezzo, la nostra consapevolezza è il fine. L’integrazione, non la fuga!
Nel Coaching lavoriamo spesso sulla “Ecologia del Cambiamento”: non serve distruggere lo strumento, serve evolvere chi lo impugna. Applicare il protocollo B.E.L.L.A. significa passare dalla condizione di utente passivo a quella di architetto della propria esperienza. Significa onorare quello che lo psichiatra Viktor Frankl definiva lo spazio tra stimolo e risposta:
“Tra lo stimolo e la risposta c’è uno spazio. In quello spazio risiede il nostro potere di scegliere la nostra risposta. Nella nostra risposta risiede la nostra crescita e la nostra libertà.”
La vera sfida non è spegnere il telefono, ma riaccendere i sensi. Il lusso di essere presenti inizia in questo preciso istante. “Quale sarà il primo piccolo gesto consapevole che farai per riprendere il comando del tuo tempo?”
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