L’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale (ACN), è ormai pienamente operativa da qualche anno e ha segnato una svolta concreta nella costruzione dell’ecosistema italiano della sicurezza digitale.
Non si tratta soltanto di un presidio tecnologico oppure di un organismo di coordinamento, ma noi di RHC abbiamo sempre pensato che debba diventare un’infrastruttura istituzionale che porti ad un cambiamento di linguaggio, approccio e soprattutto mentalità in un paese che per troppo tempo ha considerato la cyber security come un tema di nicchia per soli professionisti.
Oggi, la sicurezza informatica alle volte rientra tra gli argomenti mainstream, soprattutto (e purtroppo) quando si parla di grandi violazioni informatiche di aziende o PA italiane. Ma non nascondiamolo, visto che il digitale è ovunque, questo non basta in quanto rientra a pieno titolo in quell’argomento che spesso chiamiamo “sicurezza nazionale” e occorre fare molto di più.
Questo cambio di guardia inaspettato ci porta ad un profondo ringraziamento al Prefetto Bruno Frattasi, il cui lavoro ha garantito una solida continuità e una visione capace di accompagnare una fase delicata di crescita dell’Agenzia dell cybersecurezza nazionale e del sistema Paese nel lungo periodo. La sua guida ha rappresentato un punto di stabilità in un contesto in cui la “trasformazione digitale” non concede tempi lenti, ma richiede decisioni rapide e strutturate.
Con il passaggio del testimone ad Andrea Quacivi, già amministratore delegato di Sogei, si apre una nuova fase della cybersecurity in Italia, che porta con sé aspettative importanti e una responsabilità più ampia delle gestioni precedenti. Tutto quello che ruota nel mondo cyber oggi, non è più soltanto difesa perimetrale o gestione dell’incidente. Parliamo di un dominio in cui si intrecciano economia, geopolitica, infrastrutture critiche e (soprattutto oggi) intelligenza artificiale. È il luogo dove si gioca una enorme partita sulla sovranità di uno stato moderno.
Il cambiamento che auspichiamo non riguarda solo gli strumenti, ma la natura stessa delle sfide, in quanto la sicurezza non può essere più reattiva, ma deve essere altamente predittiva.
Non potrà più essere isolata nei centri di competenza, ma dovrà essere distribuita lungo tutta la filiera tecnologica e industriale. E quindi dalle reti energetiche ai sistemi di trasporto, dal cloud (che auspichiamo diventi europeo nel vero senso della parola) alla gestione dei dati, fino alle nuove architetture di intelligenza artificiale. In sintesi, ogni livello diventa una nuova superficie di esposizione e quindi una leva strategica e geopolitica che deve essere supervisionata con molta attenzione.
In questo scenario, possiamo dirlo chiaramente, la vera trasformazione non è solo tecnica, diventa culturale.
Infatti la nostra Italia ha fatto passi in avanti significativi in questi ultimi anni, ma il prossimo salto “quantico” riguarderà una visione più ampia, capace di integrare innovazione, formazione e una consapevolezza diffusa dei rischi cibernetici.
Come già abbiamo fatto ai suoi predecessori, chiediamo di continuare ed accelerare la diffusione della consapevolezza all’educazione cyber verso tutti i livelli delle istituzioni. Inoltre, chiediamo di non dimenticare i giovani in quanto le vere trasformazioni iniziano dal basso, dalle scuole primarie e secondarie nel coltivare i talenti e non solo nelle università. Tra i banchi di scuola, i nostri competitor (sia alleati che non) ci hanno ampiamente superato, perché hanno saputo anticipare i tempi e quindi plasmare e innovazione il futuro.
Le attuali guerre che stanno sconvolgendo il mondo, vedono protagonisti paesi con una forte tradizione di insegnamento nella matematica, informatica e nell’ingegneria del mondo digitale. Cina, Russia, Israele e USA hanno da sempre una forte scolarizzazione in queste materie.
Purtroppo in Italia, ancora non abbiamo programmi ministeriali che vedono l’informatica e l’educazione civica al digitale un pilastro fondamentale delle materie di studio. Dalla scuola elementare fino ad arrivare alla scuola superiore non si parla di informatica nelle scuole (se non per voglia di professori illuminati che sono molto rari) e questo è un ritardo enorme che ci porta ad una mancanza di di visione e successiva carenza di innovazione. I bambini e i ragazzi che sono oggi nei banchi di scuola, saranno la classe dirigente e gli ingegneri che svilupperanno il digitale italiano tra 20 anni e quanti ne stiamo perdendo per strada?
La cybersicurezza quindi e il digitale in generale, non possono essere un tema per addetti ai lavori ma deve abbracciare tutta la società: deve diventare un patrimonio collettivo, per un paese che vuole diventare “digitale” e competitivo in un panorama europeo.
Il futuro sarà sempre meno una questione di difesa e di attacco e sempre più una questione di vera “costruzione”. Qua parliamo di costruzione di fiducia, di sistemi resilienti, di capacità industriale (italiana) e di autonomia strategica. È proprio in questa direzione che il ruolo dell’Agenzia dovrà essere decisivo, come punto di raccordo tra istituzioni, scuole, imprese pubbliche e private, difesa e ricerca.
Diamo quindi a nome di tutti i membri della community di Red Hot Cyber il benvenuto al nuovo Direttore Quacivi.
Rendendoci disponibili come sempre per ogni collaborazione, guardiamo questa fase non solo come un cambio di guida, ma come una reale evoluzione, dove la cybersicurezza possa diventare un nuovo linguaggio della sovranità digitale e una nuova capacità del paese di immaginare e proteggere il proprio domani.
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