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Categoria: Diritti

Chat Control: tra caccia ai canali illegali e freno a mano su libertà e privacy

La notizia è semplice, la tecnologia no. Chat Control (CSAR) nasce per scovare CSAM e dinamiche di grooming dentro le piattaforme di messaggistica. La versione “modernizzata” rinuncia alla backdoor server-side e sposta la lente sul dispositivo dell’utente: client-side scanning prima che il contenuto venga cifrato end-to-end. È qui che si giocano i due piani della vicenda: da un lato capacità investigativa e disarticolazione dei canali illegali; dall’altro erosione della confidenzialità e un’infrastruttura di controllo pronta per essere allargata. Wired Italia ha messo in fila i punti caldi, noi entriamo sotto il cofano. Come funziona davvero: pipeline di rilevazione lato client Il modello

Dal furto d’immagine ai deepfake: la nuova frontiera della manipolazione digitale

Negli ultimi mesi mi sono trovato più volte a redigere querele per video falsi che circolavano online. Non parliamo soltanto di contenuti rubati e diffusi senza consenso, ma anche di deepfake: filmati nei quali volti noti vengono sovrapposti a corpi estranei, spesso utilizzati per sponsorizzare investimenti finanziari o inseriti in contesti pornografici. Un fenomeno che, purtroppo, non sorprende più per la sua presenza, ma per la rapidità con cui cresce, si diffonde e si perfeziona. Dai siti “amatoriali” ai falsi digitali: un continuum di abusi Chi segue il settore ha appreso di realtà come Mia moglie o Phica. Piattaforme dove l’apparente spontaneità

Data breach: cosa leggiamo nella relazione del Garante Privacy

All’interno della relazione presentata da parte dell’Autorità Garante per la protezione dei dati personali con riferimento all’attività svolta nel 2024, un capitolo è dedicato ai data breach. Saltano all’occhio il numero di notifiche e la particolare frequenza delle violazioni di riservatezza e disponibilità. Non solo: nel 66,6 % dei casi (quindi: 2 su 3), è avvenuta una notifica per fasi con una notifica preliminare e successive notifiche integrative. Doverosa considerazione di metodo: il rapporto riguarda i settori che hanno notificato o per cui sono stati rilevati data breach da parte dell’autorità di controllo. Questo impone pertanto di fare attenzione a non incappare

Il Tribunale dell’Unione Europea “salva” il trasferimento dei dati personali verso gli Stati Uniti. Per ora

Quello dello scorso 1 aprile non era un pesce d’aprile: la prima udienza del caso Latombe c. Commissione, infatti, rinviava alla data del 3 settembre per un giudizio sul ricorso presentato per l’annullamento della decisione di adeguatezza relativa al Data Privacy Framework. Una decisione di adeguatezza è lo strumento giuridico previsto dall’art. 45 GDPR attraverso il quale la Commissione riconosce che un paese terzo o un’organizzazione garantisce un livello di protezione adeguato, anche in relazione a un ambito territoriale o settoriale, consentendo così il trasferimento internazionale dei dati personali senza che debbano ricorrere ulteriori autorizzazioni o condizioni. Con un comunicato stampa la

La battaglia tra OnlyFans e Google: pirateria, IA e il caos del copyright automatizzato

Il massiccio scontro tra creatori di contenuti per adulti e pirati, trasferito oggi ai sistemi automatizzati di protezione del copyright, sta iniziando a modificare radicalmente il volto di Internet. Ogni giorno diventa sempre più difficile navigare online, e il motivo non è soltanto la censura, ma anche il funzionamento impreciso degli algoritmi. Questo fenomeno è particolarmente evidente su piattaforme come OnlyFans, dove gli autori indipendenti stanno cercando in massa di proteggere i propri materiali da fughe e distribuzioni non autorizzate. La pirateria pornografica è presente sul web fin dagli albori, ma con l’esplosione dei guadagni legati agli abbonamenti, sempre più creatori hanno

Wikipedia nel mirino del Congresso USA: quando la libertà di espressione diventa “sorvegliata speciale”

Il 27 agosto 2025 la Wikimedia Foundation, che gestisce Wikipedia, ha ricevuto una lettera ufficiale dalla Committee on Oversight and Government Reform della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.La missiva, firmata da James Comer e Nancy Mace, mette la piattaforma sotto inchiesta e chiede la consegna di documenti, comunicazioni e, fatto ancora più delicato, i dati identificativi degli editor volontari che hanno scritto articoli ritenuti “anti-Israele”. Una richiesta che fa tremare i pilastri non solo di Wikipedia, ma dell’intero ecosistema digitale: privacy degli utenti e libertà di espressione. Il paradosso americano Gli Stati Uniti amano definirsi “la patria della libertà di parola”,

Riservatezza vs Privacy: il concetto che tutti confondono (e perché è pericoloso)

Ogni giorno sentiamo parlare di privacy in ogni ambito della nostra vita, tanto che tale termine è entrato nel lessico comune. Ma cosa vuol dire veramente? Cosa succede quando ci iscriviamo a un social network oppure quando chiediamo di effettuare un’operazione bancaria? Anche senza rendercene conto, ogni giorno lasciamo ovunque dati personali, cioè delle tracce che parlano di noi e delle nostre preferenze. Nel nostro ordinamento, tuttavia, alla parola privacy non corrisponde una definizione generalmente acquisita; essa, infatti, indica un concetto mutevole legato all’evolversi del contesto giuridico e sociale. Molto spesso, il termine privacy viene tradotto nel linguaggio comune con la parola

Avatar di minorenni e celebrità usati dai bot AI di Meta: esplode la bufera

Meta si è ritrovata al centro di uno scandalo dopo che un’indagine di Reuters che ha rivelato che sulle piattaforme dell’azienda venivano distribuiti chatbot dotati di intelligenza artificiale che imitavano le celebrità. Questi personaggi virtuali, creati sia dagli utenti che dai dipendenti di Meta, copiavano le sembianze di Taylor Swift, Scarlett Johansson, Anne Hathaway, Selena Gomez e altre senza il loro consenso. I bot non solo fingevano di essere persone reali, ma flirtavano attivamente con i loro interlocutori e, in alcuni casi, generavano immagini a sfondo sessuale. Particolarmente scandaloso era il fatto che fossero stati creati avatar di attori minorenni, tra cui

Garante Privacy: il “guasto informatico” non scusa la mancata risposta all’interessato

Quando si manca nella gestione di una richiesta di accesso ai propri dati personali da parte di un interessato, invocare un “guasto informatico” è una scusante che giustifica in modo analogo a quella del cane che ha mangiato i compiti. Questo è quello che, volendo essere prosaici, emerge dal provv. n. 277 del 29 aprile 2025 del Garante Privacy che ha avuto inizio con una richiesta e un reclamo da parte dell’interessato e si è concluso con la constatazione della violazione degli artt. 12 e 15 GDPR e l’applicazione di una sanzione pecuniaria di 2000 euro. Certo, il riscontro alla fine è

Il caso “Mia Moglie” e le sfide della responsabilità digitale tra privacy, revenge porn e ruolo delle piattaforme

La recente vicenda del gruppo Facebook “Mia Moglie”, attivo dal 2019 e popolato da oltre 32.000 iscritti, mette in luce una dinamica che intreccia violazione della privacy, pornografia non consensuale, misoginia sistemica e gravi interrogativi sul ruolo delle piattaforme digitali. In questo spazio gli utenti hanno condiviso fotografie di donne senza il loro consenso, spesso immagini rubate dalla vita quotidiana o scatti privati destinati esclusivamente a un partner, talvolta accompagnandole con commenti violenti ed esplicitamente sessisti. Questi comportamenti non possono essere liquidati come goliardia online. Siamo di fronte a condotte che ledono la dignità delle persone coinvolte e che hanno una precisa

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