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Che fine ha fatto Immuni?

Autore: Stefano Gazzella

Che fine ha fatto Immuni? Dopo le maratone televisive proposte per sensibilizzare sull’utilizzo, le “raccomandazioni” sul download in forza di un obbligo morale, possibile che sia naufragata senza che sia stato dato un annuncio a riguardo? Quel “rapporto di mutua collaborazione tra la App e chi scarica la App” di cui parlava il Commissario Arcuri è venuto meno al punto che non c’è neanche spazio per un messaggio di addio?

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Il silenzio a riguardo è particolarmente sospetto, dunque è stato d’obbligo andare a controllare le dashboard apprendendo così che dal 7 settembre l’andamento di utenti positivi e notifiche tocca lo zero. Senza comunicazione pubblica alcuna su questa anomalia di funzionamento. Dando un’occhiata con la WaybackMachine si apprende che “i numeri di Immuni” sono esattamente gli stessi dal 12 giugno.

Se non verranno forniti chiarimenti, lo scenario è quello dell’estinzione di un’opera traghettata più da narrazioni che da riscontri di evidenze e capacità di raggiungere degli obiettivi. E non si vada ad imputare una colpa agli “irresponsabili” che non l’hanno scaricata: l’ammanco di trasparenza informativa è stato pagato con una sfiducia nei confronti dell’app e l’inefficacia manifesta dello strumento ha dissuaso dal download ed impiego, piuttosto.

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La responsabilità andrebbe ricercata nell’impermeabilità del progetto ad ogni critica e all’autoreferenzialità che a tratti l’aveva posto addirittura in contrapposizione al rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali.

Nella propaganda tecnoentusiasta si era giunti persino ad accusare il Garante Privacy di rappresentare un ostacolo burocratico, un “Signore dei cavilli” che in luogo degli Anelli del Potere ha inteso dedicare la propria opera di forgiatura a pareri e provvedimenti.

Eppure, le critiche sull’impiego di Immuni per lo più hanno riguardato la sua pretesa efficacia salvifica, nonché molteplici dubbi sollevati circa la conformità normativa non solo per quanto riguarda il GDPR ma anche in relazione agli obblighi di marchiatura CE sono sempre stati sviliti con un silenzio e l’accusa neanche troppo indiretta di non avere cura della salute degli italiani.

Oggi, però, all’evidenza riscontrata segue solo un assordante silenzio. Meglio non parlarne, forse? Tutto il contrario. Avere contezza del perché un progetto di contact tracing possa aver avuto tale esito – e apprendere del relativo rendiconto di costi – andrebbe a beneficio dell’esperienza per non ripetere i medesimi errori.

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Salvo che, ovviamente, non si ritenga tutt’ora che chi ha avuto responsabilità nel progetto abbia sempre agito…immune da ogni possibilità di errore. Nel qual caso allora diventa impossibile apprendere qualsivoglia lezione e così – con buona pace di Vico – assisteremo a corsi e ricorsi storici in cui l’eccesso di narrazione getta i semi dell’inevitabile fallimento di un progetto incentrato esclusivamente su uno strumento digitale che non guarda al profilo del corretto inserimento all’interno di un sistema.