Quando il POS chiede di scegliere il circuito di pagamento, la decisione può influenzare le commissioni pagate dal negoziante ma quasi mai il cliente. L'analisi approfondisce il funzionamento delle carte co-badged, il blackout dei pagamenti del 2024, i limiti della resilienza delle infrastrutture e il futuro tra Bancomat, euro digitale e sovranità europea.
Molte carte di pagamento italiane sono co-badged, cioè supportano due o più circuiti elettronici di pagamento (di solito uno nazionale e uno internazionale).
Si avvicina la carta al POS, l’esercente chiede “Carta o ITALOpay?”, e il cliente risponde spesso istintivamente. Quella scelta, normalmente, non può compromettere la riuscita della transazione ma riguarda altri aspetti, il primo tra tutti quanto costerà all’esercente incassarlo. Infatti quando il POS mostra la lista, sta chiedendo di scegliere tra diversi fornitori del servizio, con caratteristiche e costi spesso eterogenei.
La scelta del circuito ha un peso economico rilevante quasi solo per l’esercente: le commissioni applicate dal proprio acquirer cambiano da circuito a circuito.
La commissione è una somma di: interchange fee (la quota che va alla banca che ha emesso la carta), scheme fee (trattenuta dal circuito), e margine dell’acquirer (la società che gestisce il terminale). Un circuito nazionale riduce soprattutto le prime due voci, mentre il margine dell’acquirer dipende comunque dall’offerta commerciale scelta sul mercato dei terminali e servizi POS.
Ci sono anche situazioni in cui al titolare della carta interessa scegliere un circuito specifico, per i programmi fedeltà o nelle transazioni fuori dall’area euro.
Chi pensa che alcuni circuiti posticipino l’addebito confonde la tipologia di carta con il circuito.
Per chi paga, nella quotidianità di un pagamento di debito domestico, la differenza è largamente invisibile: l’addebito arriva negli stessi tempi indipendentemente dal circuito scelto. Il differimento esiste per le carte di credito a saldo, e non dipende da quale circuito la transazione attraversa.
I terminali POS non mostrano i circuiti sempre nello stesso ordine: alcuni elencano per primo il circuito più locale, altri quello con costo più favorevole per l’esercente, altri ancora seguono una logica che dall’esterno appare del tutto casuale. Chi non lo sa finisce per scegliere a sentimento, per abitudine, o per ignoranza, il che nella pratica significa lasciare che sia il fornitore del terminale a orientare la scelta.
Qui abbiamo notato un paradosso normativo comunitario. Il Regolamento europeo IFR, che nasce soprattutto per garantire concorrenza, evita che la scelta sia imposta automaticamente dal mercato a monte, schemi, issuer, acquirer o processor: per questo vieta meccanismi automatici che la limitino, pur riconoscendo all’esercente la facoltà di preimpostare una priorità tra i circuiti sul POS, a patto di non impedire al cliente di modificarla.
Sulla carta mono-circuito questa tutela per il cliente ha un senso, ma sulla carta co-badged produce invece un’asimmetria difficile da giustificare: nonostante l’esercente paghi l’intermediazione, e il cliente abbia già avuto modo di scegliere la propria carta con i circuiti preferiti, la scelta spetta sempre al cliente che da quella scelta non trae alcun vantaggio economico.
La via d’uscita più pratica per questo paradosso, per chi vende, è a monte: scegliere terminali POS con accordi commerciali più vantaggiosi, che supportino solo i circuiti più convenienti.
L’obbligo italiano di accettazione dei pagamenti elettronici non specifica quali circuiti debbano essere abilitati, ed è una libertà commerciale che in pochi sfruttano, semplicemente perché non sanno di averla.
I circuiti internazionali garantiscono accettazione in tante nazioni, utile per chi viaggia o per un esercente con clientela straniera.
Un circuito locale, in teoria, dovrebbe garantire una filiera più corta, quindi meno soggetti esposti ai metadati della transazione, e continuità anche quando un problema colpisce infrastrutture dall’altra parte del mondo.
Il problema è che questi vantaggi, specie quello della resilienza, restano più teorici che verificati. In certi casi, per far funzionare un circuito “locale” servono comunque proxy, piattaforme, servizi di supporto o elementi della supply-chain che possono essere a loro volta internazionali. A quel punto il vantaggio di continuità si riduce o annulla, perdendo quella prerogativa di circuito nazionale, potenzialmente identificato come “autonomo”.
L’esercente può chiedere al proprio acquirer quali circuiti sono attivi, a quale costo, e se il terminale supporta il Least Cost Routing, l’instradamento automatico verso il circuito meno costoso, spesso disponibile presso molti acquirer, ma non sempre attivato di default.
Il cliente, non subendo differenze di costo sulla transazione, può tranquillamente lasciare la scelta all’esercente, o comunque orientarsi verso il circuito che in media risulta più economico per il sistema.
Ma ora vogliamo approfondire, per i più interessati, ancora più tecnicamente qualche aspetto “oscuro” dei sistemi di pagamento elettronici…
Il modello di riferimento nei pagamenti con carta è detto “four-party scheme”. L’esercente passa per un acquirer, che instrada la richiesta secondo le regole dello schema (o circuito) fino all’issuer (la banca del titolare della carta) che autorizza o rifiuta. Nei grandi circuiti internazionali schema e infrastruttura di processing spesso coincidono nello stesso soggetto.
Per il nostro circuito domestico, Bancomat, schema e processor sembrano esser stati storicamente soggetti distinti. Il processing tecnico è stato affidato solitamente a soggetti terzi, tra i quali equensWorldline (controllata dalla francese Worldline) e Nexi, che si è occupata soprattutto della rivendita commerciale (il processing lo comprava a sua volta da equensWorldline) senza erogarlo direttamente.
In sostanza, il nostro “circuito di pagamento elettronico nazionale” non sembra esser mai stato un’infrastruttura totalmente italiana nella pratica.
Il 28 novembre 2024, i pagamenti elettronici si fermarono in buona parte d’Italia. La causa fu individuata in territorio svizzero, non italiano: lavori di posa delle condotte del gas da parte delle autorità locali danneggiarono i cavi in fibra che garantivano la connettività del data center italiano di Worldline. Un guasto fisico, avvenuto oltreconfine, bloccò la richiesta di gran parte delle transazioni di carta elettronica su territorio nazionale.
Il disservizio colpì gran parte del territorio italiano: American Express, Diners Club, Maestro, Mastercard, Visa e PagoBANCOMAT registrarono disservizi simultanei, tutti per lo stesso motivo. Una parte significativa del loro traffico condivideva lo stesso processor. La supposta ridondanza geografica non resse. Le richieste di pagamento effettuate attraverso processor differenti continuarono invece a funzionare regolarmente. Resta, ancora oggi, da chiedersi come un servizio così critico non prevedesse un percorso alternativo sicuro e ridondante, o quantomeno una connettività replicata rapidamente su due tratte geografiche distinte.
Per gli utenti su territorio italiano, i circuiti di pagamento elettronici nazionali e internazionali avevano uno stesso anello critico in comune, vanificando il concetto fondamentale di ridondanza, affidabilità e resilienza dell’avere a disposizione più circuiti differenti, sia nazionali che internazionali.
Bancomat e Nexi avevano già firmato, ad aprile 2024, un accordo pluriennale per costruire un Centro Applicativo Bancomat unificato, pensato proprio per rimediare a criticità e dipendenze estere come questa. Che a novembre 2024 il vecchio modello fosse ancora attivo lo dimostra proprio l’evento appena descritto.
Il disegno di rivalorizzazione del circuito, confermato anche dall’istruttoria AGCM sul caso Nexi-SIA, non punta a sostituire un fornitore unico con un altro. Bancomat vuole riprendere il controllo dello schema, aprendo il processing a più alternative parallele in concorrenza tra loro, invece che dipendere da un solo processor come accadeva finora. È abbastanza eloquente su quanto lo Stato consideri strategica questa infrastruttura il fatto che, nel 2025, CDP Equity abbia annunciato l’intenzione di salire fino al 29,9% del capitale di Nexi.
Scomponendo la catena livello per livello, il quadro risulta ancora un po’ eterogeneo.
Lo schema, Bancomat S.p.A., è a controllo pienamente italiano.
Il processing tecnico è stato storicamente in mano a equensWorldline, e dello stack del nuovo modello non sembra esistere documentazione pubblica verificabile. Nexi è italiana per sede legale, ma il suo azionariato è diffuso e composto in larga parte da investitori istituzionali internazionali.
L’infrastruttura cloud sottostante non è nota pubblicamente: anche un data center fisicamente in UE, se gestito da un hyperscaler americano, può rientrare nell’ambito applicativo del CLOUD Act, una questione giuridicamente ancora dibattuta.
Il clearing finale, tramite BI-COMP, è pienamente europeo.
Un’adeguata infrastruttura autonoma strettamente nazionale potrebbe rivelarsi meno efficiente di quanto sembri, e va letta in relazione all’obiettivo più ampio richiamato dalla BCE per un sistema di pagamento digitale europeo davvero indipendente dalle infrastrutture extra-UE. Ma in ottica di resilienza e ridondanza avere una catena verificabilmente italiana varrebbe strategicamente più dei suoi costi.
Se la questione fin qui riguarda chi controlla i circuiti esistenti, la stessa domanda diventa ancora più rilevante guardando il futuro.
Il Parlamento europeo ha approvato in prima lettura il regolamento sull’euro digitale. Avrà corso legale e obbligo di accettazione per gli esercenti, con eccezione per le microimprese sotto i dieci dipendenti che già oggi non accettano pagamenti digitali. Non sarà un nuovo circuito, ma una moneta di banca centrale, emessa dalla BCE e distribuita dagli intermediari esistenti. Per evitare la fuga di liquidità dalle banche è previsto un tetto di detenzione, ancora ipotetico, discusso attorno ai 3.000 euro.
La modalità online replica le stesse domande già poste per i circuiti tradizionali: chi controlla l’infrastruttura, dove risiedono i dati.
La vera novità sarà la modalità di trasferimento fondi off-line. Non potendo verificare in tempo reale l’unicità del token, il sistema si affiderebbe a hardware sicuro sul dispositivo e a controlli successivi alla riconnessione. L’ipotesi di una compromissione del componente hardware è ritenuta altamente improbabile ma non tecnicamente impossibile, e produrrebbe qualcosa di strutturalmente diverso da una banconota contraffatta: non un oggetto fisico da esaminare, ma un token indistinguibile dall’originale al momento stesso della transazione.
Per sviluppare la soluzione off-line la BCE ha scelto un consorzio guidato da Giesecke+Devrient, con Capgemini e Nexi, segnale di quanto sia ristretto il numero di attori europei capaci di gestire questo tipo di progetto.
Una domanda resta comunque aperta: perché l’Europa non abbia sviluppato prima, e con più decisione, un proprio circuito di pagamento realmente indipendente, analogo ad altri? Un tentativo esiste già, l’alleanza tra European Payments Initiative ed EuroPA sul wallet Wero, ma resta ancora agli inizi rispetto alla scala e diffusione di altri circuiti internazionali. Nel frattempo la concorrenza più insidiosa per gli stessi circuiti a carta potrebbe arrivare da un’altra direzione: i bonifici istantanei conto-a-conto, che promettono di scavalcare del tutto lo schema carta.
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