In Francia, l’autorità di controllo aveva pubblicato un elenco dei Comuni con oltre 20mila abitanti che ancora non avevano comunicato i dati di contatto del DPO e che erano stati diffidati ad adempiere a tale obbligo del GDPR al fine di evitare un procedimento sanzionatorio.
L’effetto di questa diffida ad adempiere è stato che alla scadenza dei quattro mesi la quasi totalità dei destinatari aveva provveduto a conformarsi e, stando al comunicato della stessa CNIL, quanti ad oggi inadempienti saranno destinatari di provvedimenti correttivi.
Facendo un parallelismo con la situazione italiana ci si può ben domandare a che punto sia lo stato di molti Comuni, i quali sono purtroppo ben lungi dall’essere citati come esemplari per il rispetto della normativa.
Basti pensare ai molteplici attacchi informatici da cui si evincono vulnerabilità che sarebbero dovute essere note per stato dell’arte, alle incertezze circa i tempi di ripristino dell’operatività dei servizi, alla disattenzione di ogni buona prassi per le comunicazioni agli interessati del data breach, nonché ad informative pubblicate sui siti istituzionali incomplete, inesatte o non aggiornate, o anche alla poca trasparenza nel caso di iniziative di social scoring o sistemi di sorveglianza massiva.
Il problema, dunque, non può essere solamente riconducibile ad una mancata nomina di DPO, ma ad una sua inefficace designazione. Insomma: se nominato, probabilmente giace dormiente o altrimenti si trova intrappolato nelle maglie di uno scenario tutt’altro che incentivante. Vero è però che chi accetta – o peggio: ricerca – determinati incarichi scommettendo su improbabili prezzi più bassi e all’accumulo degli stessi o non si cura di segnalare che già nel bando si descrivono posizioni di palese conflitto d’interesse (si pensi quando si richiede di garantire anche la difesa in giudizio, o di svolgere l’incarico di amministratore di sistema ad esempio), come può possedere quelle qualità professionali richieste dal GDPR per lo svolgimento della funzione?
È bene ricordare che i dati personali che transitano per le attività svolte dai Comuni riguardano aspetti particolarmente sensibili della vita dei cittadini, quali ad esempio le concessioni di aiuti (e dunque: uno stato di disagio economico) o le relazioni dei servizi sociali.
Non solo: per volume e qualità sono delle basi dati che possono esporre ad ulteriori e significative conseguenze negative gli interessati in caso di violazioni, quali il furto di identità o diventare facili vittime di attività fraudolente come il phishing.
Inoltre, il problema evidenziato spesso comporta anche una compromissione della fiducia del cittadino nei rapporti con la Pubblica Amministrazione e ben lungi dal soddisfare quei bisogni di trasparenza e correttezza istituzionale.
Qual soluzione? Certo, si spera sempre nelle azioni di iniziativa del Garante Privacy, ma occorre anche in una spinta dal basso ad opera dei cittadini nel pretendere che gli amministratori degli enti locali sappiano garantire il rispetto della normativa in materia di protezione dei dati personali. Soprattutto nel momento in cui presentano i programmi elettorali.
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