
ROMA – La profonda crisi istituzionale che ha investito l’Autorità Garante per la Protezione dei Dati Personali ha spinto Guido Scorza, componente del Collegio, a un intervento pubblico mirato a ristabilire la cronologia dei fatti.
Attraverso un video condiviso su LinkedIn, Scorza ha cercato di offrire una ricostruzione obiettiva della vicenda che ha visto il personale richiedere le dimissioni dell’intero vertice, innescate da una controversa richiesta di accesso ai dati interni.
La vicenda ha avuto inizio il 4 novembre, quando l’allora Segretario Generale dell’Autorità indirizzò una comunicazione al Direttore del Dipartimento dei Sistemi Informatici. La missiva chiedeva la consegna di una vasta mole di dati del personale, compresa la corrispondenza elettronica.
Il giorno seguente, il Direttore dell’IT del garante rispose con un fermo diniego, sottolineando l’impossibilità di dare seguito alla richiesta senza violare apertamente la legge, i diritti dei dipendenti e la “giurisprudenza granitica”, come riporta Scorza, che lo stesso Garante ha storicamente costruito a presidio della dignità dei lavoratori.
Scorza ha insistito su un elemento dirimente: l’interscambio epistolare tra il Segretario Generale e il Direttore era stato gestito con un protocollo riservato. Di conseguenza, il Collegio non fu mai informato del contenuto specifico delle lettere. Scorza ha specificato di essere venuto a conoscenza dello scambio solo il 20 novembre, durante l’assemblea del personale, dopo aver ricevuto una copia dal Direttore.
“La richiesta formulata dall’ex Segretario Generale del Garante è un fatto di indiscutibile gravità” ha riconosciuto Scorza, rimarcando che l’iniziativa non poteva e non doveva essere in alcun modo difesa. La gravità dell’accaduto ha portato all’immediata presentazione delle dimissioni da parte del Segretario Generale nello stesso giorno dell’assemblea.
Nonostante ciò, il personale ha avanzato un’ulteriore e più radicale richiesta: le dimissioni dell’intero Collegio. Questa richiesta era fondata sulla convinzione che il vertice politico avesse agito di concerto con il Segretario Generale, o quantomeno fosse a conoscenza dell’iniziativa e non l’avesse bloccata.
Scorza ha categoricamente smentito l’esistenza di un mandato per la sorveglianza di massa. Il Collegio non ha mai richiesto all’ex Segretario Generale di formulare quella specifica richiesta o di violare la legge.
La realtà, secondo il componente del Garante, è che a fronte di “frequenti fuoriuscite di dati e documenti” dall’Autorità, il Collegio aveva semplicemente manifestato al Segretario Generale l’esigenza di effettuare gli “accertamenti necessari a capire cosa stesse accadendo.”
Scorza ha evidenziato che non è compito del Collegio impartire direttive operative e che l’intervento si limitava alla necessità di approfondire la situazione, nulla di più.
Di fronte alla richiesta di fare un passo indietro, Guido Scorza ha risposto “no”.
Il suo rifiuto è motivato dalla convinzione di non poter identificare alcuna propria responsabilità personale nell’accaduto, data la ricostruzione dei fatti. Soprattutto, ha affermato di ritenere un proprio dovere istituzionale quello di rimanere per “provare a rimediare alla crisi di fiducia prodotta,” sia all’interno che all’esterno dell’Autorità.
Scorza ha comunque condizionato la sua permanenza. Ha lasciato intendere che potrebbe rivedere la sua posizione qualora dovessero emergere responsabilità che al momento non vede, o se gli sforzi per recuperare la fiducia del personale non dovessero sortire effetti.
L’intervento si è concluso con un appello a circoscrivere le critiche alle sue presunte responsabilità individuali, separandole dall’istituzione nel suo complesso. “Io passo, ma l’autorità e le donne e gli uomini, quelli che ci lavorano, restano e svolgono un ruolo irrinunciabile nella vita di milioni di persone,” ha chiosato.
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