Quanto è rilevante il ruolo della community per la creazione di contenuti informativi relativi alla sicurezza cyber? Possiamo dire che è tutta una questione di stile.
O di format. E di volontà.
C’è chi predilige un approccio alla “ve lo spiego io”. Il che risulta sempre meno credibile nel momento in cui c’è la tendenza a proporsi come tuttologi senza mai riconoscere alcun contributo, merito o ispirazione ad altri soggetti. Inoltre, il rischio di transitare dal cringe al cancer diventa piuttosto rilevante.
Gli scenari di sicurezza cyber sono un multiverso particolarmente complesso. Che tenderà a richiedere skill sempre più varie, verticalizzazioni e soprattutto valorizzerà ogni esperienza. Se conoscere i fondamentali è sempre utile, anche sapere da dove si proviene non è male. E no, non significa diventare dei necromanti della tecnologia (necrotek?), ma conoscere la storia della (in)sicurezza e la sua evoluzione nel tempo.
Ci può essere spazio per l’illusione allucinatoria di una one-man-band?
Semmai, ci può essere un gruppo e un frontman. Come in un buon party c’è il face. Ma è un membro del party, per l’appunto. Chi può raccontare meglio una storia, divulgare, farla conoscere. Ma senza il supporto del gruppo sarebbe più nudo di quel Cyber Re che ritiene – errando – di poter silenziare il mondo. Ma prima o poi la realtà, che come ci ricorda Philip K. Dick ha la brutta abitudine di continuare ad esistere nonostante la nostra volontà di negarla, presenta il conto.
Insomma: la community è una mitica forgia di idee per chi fa informazione e divulgazione in ambito cyber. Il quale, beninteso, non è detto che debba essere un esperto (nota: non deve nemmeno presentarsi come “appassionato” nel tentativo di simulare understatement) ma che abbia il rispetto di riconoscere il ruolo della community, così come la dignità delle fonti e dei riconoscimenti, avendo il coraggio di impiegare anche un linguaggio tecnico senza cadere nelle trappole della banalizzazione. E resistere alla tentazione di asservirsi all’hype o al trend del momento.
Instaurare una buona sinergia con la community dà valore all’informazione. Un valore che il pubblico percepisce, dal momento che la domanda di informazione dei lettori – o dei follower – è tutto ciò che inevitabilmente, nel tempo, comanda l’offerta. Una maggiore educazione digitale, che comprende quanto meno una consapevolezza delle tecnologie, delle dinamiche della società digitale e dei comportamenti, comporta una richiesta di contenuti di qualità, interattivi e non forniti “a cucchiaiate” senza ricercare feedback o interazioni.
Dal momento che la moneta spirituale richiesta è quella del tempo e dell’attenzione, relegare il destinatario ad un ruolo passivo è non solo irrispettoso ma è una strategia destinata a fallire nel lungo periodo. Massima resa con un “effetto wow”, ma prima o poi la saturazione arriva.
Al contrario, offrire al lettore l’opportunità di assumere un ruolo attivo ed entrare a far parte della community è quell’azione di ricollocare l’umano al centro che è un intento che oggi tanto si racconta e troppo poco si persegue. Soprattutto quando bisogna fare la propria parte rinunciando a facili scorciatoie.
Grazie alla community che è e che sarà, però, si può ancora essere in grado di resistere a sacrificare la qualità dell’informazione cyber sull’altare di algoritmi e delle facili leve di engagement.
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Il meme proviene dritto per dritto dalla conclusione del mio intervento alla RHC Conference 2025.
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Privacy Officer e Data Protection Officer, è Of Counsel per Area Legale. Si occupa di protezione dei dati personali e, per la gestione della sicurezza delle informazioni nelle organizzazioni, pone attenzione alle tematiche relative all’ingegneria sociale. Responsabile del comitato scientifico di Assoinfluencer, coordina le attività di ricerca, pubblicazione e divulgazione. Giornalista pubblicista, scrive su temi collegati a diritti di quarta generazione, nuove tecnologie e sicurezza delle informazioni.
Aree di competenza:Privacy, GDPR, Data Protection Officer, Legal tech, Diritti, Meme
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