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Cyber security e Critical National Infrastructure: il 93% è stato colpito negli ultimi 12 mesi

Cyber security e Critical National Infrastructure: il 93% è stato colpito negli ultimi 12 mesi

27 Marzo 2026 17:51

Sintesi: Nel 2026 la sicurezza informatica delle infrastrutture critiche (CNI) entra in una fase decisiva: il 93% delle organizzazioni ha subito attacchi nell’ultimo anno, con regolamentazione e rischio AI che guidano le priorità. Il cloud emerge come principale punto d’ingresso, mentre sistemi legacy e OT obsoleti continuano a facilitare le violazioni. Il vero problema non è solo tecnologico: persistono lacune strutturali in visibilità, patching e gestione degli asset.

Il quadro che emerge da un nuovo report di Birdewell è tutt’altro che rassicurante. Le organizzazioni CNI nel Regno Unito si trovano strette tra minacce sempre più sofisticate e una pressione normativa crescente. Il punto è un altro: non si tratta più di rincorrere gli attaccanti, ma di colmare ritardi interni che durano da anni.

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Per CNI (Critical National Infrastructure), si intendono quelle infrastrutture critiche nazionali, che risultano essere necessari per il funzionamento di un Paese. Parliamo di settori come energia, trasporti, sanità, telecomunicazioni e approvvigionamento idrico: se uno di questi si ferma, l’impatto è immediato su economia, sicurezza e vita quotidiana. Il punto è semplice: non sono solo asset tecnologici, ma colonne portanti dello Stato. Proprio per questo sono bersagli privilegiati degli attacchi cyber, perché colpirle significa generare effetti a catena difficili da contenere.

I dati parlano chiaro e non lasciano spazio a interpretazioni comode. Il 2026 segna uno spartiacque perché introduce una convergenza pericolosa: attacchi più rapidi, automazione offensiva e una superficie di esposizione sempre più ampia. Il dato più brutale è uno. Il 93% delle organizzazioni ha subito almeno un attacco negli ultimi dodici mesi. Non è un’anomalia, è la norma. Eppure molte aziende continuano a comportarsi come se fosse un evento straordinario.

La regolamentazione è diventata il principale motore di maturità cyber. Non l’innovazione. Non la strategia interna. Questo ribalta una narrativa diffusa: la sicurezza cresce più per obbligo che per consapevolezza. Un segnale preoccupante, perché indica una reattività strutturale anziché una reale capacità di anticipare il rischio.

Poi c’è l’AI. Fino a ieri era un tema emergente, oggi è già tra le prime cinque minacce percepite. La velocità con cui è salita in classifica racconta un problema serio: i controlli non stanno tenendo il passo. Le organizzazioni stanno adottando tecnologie più velocemente di quanto riescano a proteggerle. Il cloud è diventato il punto di ingresso principale per gli attacchi. Non sorprende, ma dovrebbe preoccupare. Configurazioni errate e gestione frammentata continuano a creare falle evitabili. Qui il problema non è la tecnologia. È la sua implementazione superficiale.

E poi c’è il nodo storico. Sistemi OT legacy e infrastrutture obsolete restano tra i principali fattori di compromissione. Si continua a convivere con piattaforme che non sono state progettate per resistere agli attacchi moderni. Aggiornarle è complesso, certo. Ignorarle è irresponsabile. Le organizzazioni faticano ancora su tre fronti chiave: visibilità, patching e asset discovery. Lacune note da anni. Persistenti. Questo scenario apre un problema serio: non è più una questione di strumenti, ma di governance e priorità.

Sul fronte della risposta agli incidenti emerge una discrepanza evidente. Le aziende dichiarano preparazione, ma la realtà degli attacchi – più rapidi e automatizzati – dimostra il contrario. Le difese reagiscono ancora troppo lentamente. Non tutte le CNI sono esposte allo stesso modo. Alcuni settori subiscono pressioni maggiori, con livelli di rischio molto diversi. Ma il punto è che nessuno è realmente al sicuro. C’è un’idea diffusa che va messa in discussione. La vera falla non è il software del fornitore. È l’eccessiva fiducia nei modelli operativi e nei processi interni che non evolvono.

Il 2026 non è solo un anno di svolta. È il momento in cui diventa evidente che molte organizzazioni non stanno perdendo contro gli hacker, ma contro la propria inerzia. E la prossima ondata di attacchi potrebbe sfruttare proprio questo.



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