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Disinformazione e minacce ibride: l’Italia è pronta a fronteggiare le crisi come Ceuta?

Disinformazione e minacce ibride: l’Italia è pronta a fronteggiare le crisi come Ceuta?

5 Agosto 2026 17:35
In sintesi

Il caso Ceuta mostra come una falsa interpretazione di una sentenza possa trasformarsi in una minaccia ibrida: social network, disinformazione e reti criminali possono modificare comportamenti reali, mettere sotto pressione le frontiere europee e creare nuove sfide di sicurezza anche per l’Italia.

Quanto successo a Ceuta non è solamente questione di immigrazione clandestina. Il caso dimostra come una sentenza può essere decostruita rapidamente in un messaggio semplice e rilanciata fino a produrre conseguenze concrete su un confine europeo.

Il copione è ormai noto: un dato di fatto viene estrapolato, semplificato e mescolato a creazioni di fantasia o comunque informazioni non verificabili. Nel caso di Ceuta è stata fatta passare come se consentisse una nuova forma di ingresso e permanenza nel territorio spagnolo una sentenza del Tribunal Supremo su los procedimientos aplicables a las personas interceptadas en el mar. Il passaggio da una tutela procedurale alla promessa di una futura regolarizzazione ha fatto cambiare completamente il senso della notizia.

Ma, quindi, la disinformazione ha semplicemente irrigidito le discussioni pubbliche. Ha orientato i comportamenti, ha messo sotto pressione i centri di accoglienza, ha trasformato una vulnerabilità normativa e comunicativa in problema di sicurezza europea. Una sentenza trasformata in promessa.

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Il fatto

L’8 luglio 2026, il Tribunal Supremo spagnolo ha stabilito che il cosiddetto “respingimento alla frontiera” non poteva essere applicato automaticamente alle persone intercettate in alto mare mentre tentavano di raggiungere Ceuta o Melilla a nuoto. In tali circostanze, doveva essere rispettata la procedura formale di rimpatrio prevista dalla legislazione spagnola e le garanzie applicabili. La decisione non stabiliva un diritto automatico al soggiorno né, per così dire, garantiva una regolarizzazione.

Nelle settimane successive, tuttavia, il messaggio legale è stato annacquato in un messaggio molto più immediato: chi arriva a Ceuta via mare non può essere rimandato indietro. A questo livello si sarebbe dovuto aggiungere un secondo livello di semplificazione, ancora più ingannevole: si poteva richiedere protezione, soggiornare in una struttura di accoglienza e ottenere i documenti in seguito.

Il Ministero dell’Interno spagnolo ha affermato che le reti di trafficanti di esseri umani stavano sfruttando la sentenza per incoraggiare un maggior numero di migranti irregolari, soprattutto giovani, a entrare nel Paese. Le autorità non hanno pubblicato il contenuto completo dei messaggi diffusi né hanno identificato pubblicamente tutti i responsabili della loro diffusione. Si tratta di reti che li sfruttano, senza nominarne alcuna, mentre ciò che leggo sono resoconti di esperienze vissute o testimoniate da popolazioni indigene.

A rendere più credibile la narrazione contribuiva l’esistenza di un fatto reale ma estraneo ai nuovi arrivi: la Spagna aveva appena concluso un vasto procedimento di regolarizzazione straordinaria. Il termine per presentare le domande era scaduto il 30 giugno, prima della crisi di Ceuta, e riguardava persone già presenti nel Paese con determinati requisiti. La regolarizzazione spagnola non era dunque accessibile a chi fosse entrato alla fine di luglio. Tuttavia, l’esistenza di oltre un milione di domande ha fornito materiale comunicativo facilmente deformabile: “la Spagna sta regolarizzando gli irregolari” poteva diventare, nella comunicazione clandestina, “entra oggi e i regolarizzato domani”.

Fonte: https://www.tiktok.com/@abc.es/photo/7670118704167816470?q=ceuta assault &t=1785857615790 Data post 04.08.2026 – ore 12.00

Quando la disinformazione produce effetti fisici

La singolarità del caso non risiede solo nella falsità o nell’inesattezza della notizia, ma anche nei suoi effetti mobilitanti. Una notizia manipolata può trasformarsi in una vera e propria mappa stradale: traccia un percorso, suggerisce un momento propizio, diminuisce la percezione del rischio e offre un punto debole legale come un’opportunità di business concreta.

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Le reti criminali non si limitano a offrire il trasporto. Creano aspettative, pubblicano itinerari, selezionano testimoni e vendono l’ingresso irregolare come un investimento razionale. Europol, informa che le organizzazioni di trafficanti utilizzano social network, applicazioni mobili e servizi finanziari digitali per promuovere i propri servizi, risolvere problemi logistici e reagire agli eventi geopolitici.

Da questo risultato a Ceuta è emerso subito un quadro evidente. Il governo ha allertato di oltre 1.500 arrivi via mare in pochi giorni, con più di 200 entrate giornaliere e un sistema di assistenza ai minori sottoposto a una pressione ben oltre la sua normale capacità. Il presidente locale, Juan Vivas, ha chiesto la creazione di “un comando di coordinamento multilaterale unico tra le amministrazioni” incaricato di rappresentare questa sfida, riconoscendo implicitamente che la questione non poteva più essere affrontata come una classica oscillazione dei flussi migratori. La catena causale acquisisce così una dimensione strategica: una frase produce un cambiamento nella procedura; tale cambiamento diventa manipolativo; dal messaggio, se amplificato in potenziali comunità interessate, aumentano le uscite; la frontiera, se percepita come ostile; la crisi produce immagini, tensioni politiche e nuove narrazioni contro-egemoniche.

È proprio nel passaggio dal dominio digitale a quello materiale che la disinformazione diventa una questione di sicurezza nazionale.

Ceuta come laboratorio geopolitico

Ceuta non è una frontiera come le altre. Si tratta di territorio spagnolo, quindi anche europeo, sulla costa africana, inserito in una zona in cui si intrecciano interessi diplomatici, controllo migratorio, rapporti economici e rivendicazioni territoriali, separato dal resto della Spagna. Ogni crisi locale assume immediatamente una risonanza internazionale.

Al momento, ci sono supposizioni non confermate da canali ufficiali, che indicano che la crisi di luglio 2026 sia stata organizzata da uno Stato estero. Alcuni video sui canali social mostrano che le autorità marocchine abbiano agevolato questo fenomeno migratorio, altre informazioni apparse in rete hanno ipotizzato che tra i migranti ci potessero essere alcuni, provenienti dalle patrie galere africane. Il governo spagnolo ha invece lodato la cooperazione delle autorità marocchine, che avrebbero contrastato migliaia di tentativi di attraversamento, raggiungendo con Madrid un accordo per intensificare le attività di controllo e di rimpatrio.

Tuttavia, si tratta di un fenomeno geopoliticamente rilevante. In seguito a una precedente crisi nel 2021, il Parlamento europeo si era apertamente sdegnato per l’uso dei controlli di frontiera e della migrazione come strumento di ricatto politico nei confronti di uno Stato membro. Quel precedente non prova una colpevolezza nell’episodio attuale, ma dimostra quanto la frontiera di Ceuta possa diventare leva nelle relazioni tra Marocco, Spagna e Unione europea. L’Unione europea considera ormai la strumentalizzazione della migrazione, la manipolazione informativa, le attività cyber e il sabotaggio come componenti possibili delle campagne ibride.

Le conclusioni del Consiglio dell’UE di marzo 2026 qualificano esplicitamente questi strumenti alla luce dello stesso ambiente di minaccia, in cui attori statali e non statali e intermediari possono collaborare in vario modo. Un attore nemico ha la possibilità di seguire un evento in atto, far leva sulle più destabilizzanti interpretazioni, diffondere colpe fasulle, generare fratture interne e diminuire la fiducia nelle istituzioni. Basta che una difficoltà amministrativa venga trasformata in una rappresentazione di perdita di controllo.

Immagine suggerita: carta geografica di Ceuta, dello Stretto di Gibilterra e delle principali rotte del Mediterraneo occidentale.

Le mafie del traffico, i gruppi estremisti e i soggetti di disinformazione non sono per forza sovrapponibili. Ma potrebbero usufruire della medesima infrastruttura di comunicazione: social network, canali cifrati, profili temporanei, filmati brevi, contenuti emotivi e messaggi su misura per target diversi. La rapidità della comunicazione consente anche ad alcuni estremisti di intervenire in una crisi anche dopo che questa si è avviata, utilizzando immagini ed effetti di una crisi, indipendentemente dal fatto che l’abbiano causata.

I social, la messaggistica crittografata, le piattaforme di gioco, le community decentralizzate sono ormai dei veri e propri ecosistemi per la propaganda (in questo caso di come attraversa a nuoto il confine senza tenre conto del rischio di morire per le forti correnti), la radicalizzazione, il recruitment e l’operational planning per azioni aggressive. Una crisi migratoria distorta dal pretesto dell’informazione falsa potrebbe pertanto rappresentare tre opportunità per gli ambienti estremisti. Può bloccare temporaneamente le capacità di identificare e monitorare, può fornire propaganda anti-istituzioni europee, o anche alimentare la polarizzazione sociale fomentando allo stesso tempo le narrazioni jihadiste o xenofobe o pro-accelerazioniste.

Nel cerchio il salvagente lanciato dalla motovedetta spagnola, nel quadrato due marocchini che ne tentativo di arrivare a Ceuta stavano per annegare per le condizioni avverse del mare. – Fonte: TikTok

L’elemento di rischio che può essere sfruttato dai terroristi, non è dunque quello legato all’identità collettiva dei migranti, ma è l’opportunità di sfruttare un incidente caotico, con singoli, gruppi che lo facciano proprio nel momento in cui la risposta della autorità è rivolta in prima linea verso la gestione dell’urgenza.

La riunione straordinaria dei ministri degli Interni dell’Unione Europea del 4 agosto ha confermato che il problema della disinformazione è parte integrante della gestione delle frontiere. Il Consiglio Giustizia e affari interni ha individuato tra le sue priorità il rafforzamento dell’intelligence prima del confine, la sorveglianza dei social network, la tempestività della comunicazione istituzionale e la lotta contro gli attori esterni dediti alla manipolazione e all’interferenza informativa.

Secondo l’aggiornamento fornito durante la riunione, la maggior parte di coloro che erano entrati illegalmente erano stati rimpatriati e non vi erano informazioni su movimenti non autorizzati verso la Spagna continentale o altri Stati membri. Quindi la parte più difficile è stata contenuta, ma la commemorazione europea ha dimostrato che la lezione principale non riguarda solo le barriere o le deportazioni. Cosa aspettarsi?

Se devi identificare una falsa narrativa prima di prendere migliaia di decisioni individuali. Bisogna vedere dove nasce, a quali comunità si sta rivolgendo, quali resoconti stanno amplificando e se la sua propagazione finirà solo economicamente o addirittura politicamente e destabilizzando. Le attuali frontiere sono necessarie anche nel settore cyber. Quando il messaggio viene presentato alle autorità, la crisi è già in corso.

Se accadesse in Italia, saremmo pronti?

L’Italia non le deve costruire da capo. Il nostro Paese è dotato di capacità consolidate in materia di controllo delle frontiere, soccorso marittimo, antiterrorismo, intelligence e in ambito di coordinamento europeo. La Strategia nazionale di cybersicurezza prevede espressamente il contrasto alla disinformazione online nell’ambito delle minacce ibride e richiama la necessità di monitoraggio, analisi e risposta coordinata di crisi.

L’Italia ha anche saputo dimostrare di aver compreso la valenza strategica degli avvenimenti di Ceuta, nella lettera sottoscritta da ventidue leader europei, di cui il premierè promotore insieme alla Danimarca, nella quale si sottolinea il pericolo che possa diffondersi la convinzione per cui un ingresso illegale possa tradursi in una permanenza legale. Il testo invita a contrastare le reti criminali e a rimuovere i fattori di attrazione in vista di una risposta europea coordinata.

Ma disporre di capacità specifiche non vuol dire essere automaticamente capaci di utilizzarle tutte insieme. In uno scenario italiano analogo a quello di Ceuta, si rende dunque necessaria immediata integrazione fra monitoraggio delle reti sociali, intelligence, attivit&agrave diplomatiche, controllo di mezzo marino, ordine pubblico, procedure di identificazione, accoglienza, comunicazione istituzionale, contrasto al terrorismo.

La prima risposta non potrebbe essere affidata soltanto alle forze presenti sulle costa. Ci vorrebbe un’organizzazione in grado di capire istantaneamente perché migliaia di persone stiano andando nella stessa direzione e quale informazione abbia cambiato il loro comportamento. Una cellula di crisi dovrebbe operare anche per fornire chiarimenti tempestivi sulle norme, per diffondere messaggi nelle lingue degli Stati di origine, per interfacciarsi con le piattaforme digitali, senza che venga riempito il vuoto del silenzio istituzionale da trafficanti, propagandisti o attori ostili.

Conclusioni

Ceuta dimostra che un confine può essere pressato senza carri armati, attacchi informatici o sabotaggi materiali. A un certo punto può bastare un unico messaggio, credibile, tradotto nel momento giusto e indirizzato a persone disposte a rischiare la vita perché convinte di trovarsi di fronte a un’opportunità irripetibile per destabilizzare un paese, mettere in difficoltà uno Stato che si deve in qualche modo giustificare con la comunità internazionale.

La disinformazione diventa minaccia ibrida quando altera comportamenti, mobilita masse, sfida stati amministrativi e continua a influenzarne le azioni politiche. Può essere anche considerata interferenza quando è amplificata con il fine di influenzare le determinate scelte di uno Stato. Può anche fondersi col terrorismo quando quegli ecosistemi estremisti utilizzano il caos, la polarizzazione e la perdita di fiducia come un veicolo per propagandare, reclutare o sporgere azioni violente.

La domanda da porci è non è solo di quanti mezzi dispone il nostro Paese per tenere sotto controllo le coste; la domanda reale è se siamo in grado di vedere una crisi prima che le navi arrivino a salpare, quando esiste solo in forma di messaggi, video, promesse e istruzioni su uno smartphone.

Perché nel nuovo spazio geopolitico la prima linea della frontiera potrebbe non trovarsi più semplicemente in mare. Si può essere all’interno di un canale Telegram, di un gruppo WhatsApp, o di un video di qualche secondo che trasforma una falsità


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Massimo Dionisi 300x300
Analista geopolitico e cybersecurity specialist, esperto di terrorismo e cyberterrorismo. Autore di studi su Sahel, risorse strategiche e sicurezza digitale, collabora con istituzioni, accademie e progetti formativi su AI e cybersecurity.
Aree di competenza: Cybersecurity, Cyber Threat Intelligence, Geopolitica, Cyberterrorismo, OSINT, Analisi del rischio, Sicurezza delle infrastrutture critiche, Intelligenza artificiale