
Dopo aver analizzato nei due articoli precedenti l’inquadramento normativo e il conflitto tra algoritmi e diritti fondamentali è necessario volgere lo sguardo alle ripercussioni che la proposta CSAR avrà sulla competitività digitale dell’Europa e sulla sua capacità di porsi come modello regolatorio mondiale.
Il fenomeno del Brussels Effect rappresenta l’ambizione di esportare standard normativi europei a livello globale ricalcando il successo ottenuto dal GDPR ma in un ambito assai più controverso. Chi datempo segue le dinamiche del Diritto penale dell’informatica riconosce il tentativo di Bruxelles di imporre regole comuni ai colossi tecnologici della messaggistica istituendo uno standard di protezione che potrebbe influenzare le legislazioni di molti altri paesi. Tuttavia a differenza della protezione dei dati personali la creazione di un framework che ammette la scansione preventiva dei contenuti rischia di fornire una legittimazione normativa a regimi autoritari. Tali governi potrebbero utilizzare le medesime architetture tecniche per finalità di repressione politica sotto la veste formale della tutela dei minori.
La frammentazione della sicurezza digitale e il rischio di un isolamento tecnologico europeo emergono come minacce concrete nel momento in cui le aziende di messaggistica dichiarano la propria indisponibilità a indebolire la crittografia. Se fornitori come Signal o WhatsApp dovessero decidere di abbandonare il mercato europeo per non compromettere l’integrità dei propri protocolli E2EE si verificherebbe una perdita di sovranità tecnologica senza precedenti. I cittadini e le imprese dell’Unione si troverebbero privati di strumenti di comunicazione sicura necessari per il segreto professionale e la riservatezza commerciale. Questo scenario spingerebbe gli utenti a migrare verso piattaforme situate in giurisdizioni extra-UE prive di qualsiasi supervisione democratica e controllo giurisdizionale.
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La gestione sovranazionale dei dati e l’interoperabilità tra l’EU Centre e gli organismi di law enforcement configurano un nuovo modello di cooperazione internazionale che deve fare i conti con la sovranità degli Stati membri. L’accentramento dei processi di filtraggio e analisi presso un unico centro tecnico europeo solleva interrogativi non solo sulla protezione dei dati ma sulla catena di custodia delle evidenze digitali nel processo penale. Chi opera nel settore sa che la validità di una prova raccolta tramite sistemi algoritmici dipende dalla sua trasparenza e ripetibilità. Questi requisiti spesso mal si conciliano con il segreto industriale delle tecnologie di rilevazione proprietarie impiegate dai fornitori di servizi.
Il paradosso della conformità e il peso della responsabilità civile per i fornitori di servizi rischia di spingere il mercato verso una forma di censura algoritmica preventiva dettata dal timore di sanzioni. Nel modello di mitigazione del rischio proposto dalla presidenza danese la scelta di implementare la scansione appare formalmente volontaria ma diventa di fatto obbligatoria per evitare responsabilità colpose in caso di circolazione di materiale illecito. Questo spostamento della funzione di controllo dallo Stato al privato senza adeguate tutele per l’errore informatico crea un clima di incertezza legale. Tale incertezza danneggia l’innovazione e penalizza le piccole piattaforme europee incapaci di sostenere i costi di infrastrutture di monitoraggio così invasive.
Considerazioni finali su un bilanciamento necessario tra civiltà del diritto e sicurezza nel cyberspazio chiudono questa trilogia di analisi ricordando che la grandezza del diritto europeo risiede nella tutela della dignità umana e della libertà individuale. La lotta ai reati più odiosi come l’abuso sui minori deve essere condotta con la massima fermezza ma attraverso strumenti che non distruggano i presidi di libertà che la crittografia e la segretezza della corrispondenza garantiscono a tutti i cittadini. La maturità del legislatore europeo si misurerà nella capacità di respingere le tentazioni di un controllo sociale automatizzato privilegiando indagini di polizia mirate e cooperazione giudiziaria efficiente. Questo dimostrerebbe che la democrazia digitale non necessita di rinunciare ai propri valori fondamentali per essere sicura.
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