In un contesto internazionale sempre più difficile, i conflitti come quelli in Ucraina e le tensioni con l’Iran mostrano quanto la tecnologia possa diventare strumento e obiettivo di guerra. Diventa quindi cruciale per l’Europa disporre di tecnologie sovrane.
L’idea è semplice ma fondamentale: avere soluzioni controllabili e compliant alle leggi europee (e questo per i molti potrebbe essere già così), che siano ospitate in datacenter europei. Questo sulla carta significa poter garantire sicurezza, privacy e resilienza anche in scenari geopolitici estremi.
Non si tratta più solo di strategia digitale, ma di sicurezza nazionale: poter contare su software e infrastrutture il cui funzionamento è noto, auditabile e gestibile secondo normative europee è oggi una priorità.
Molti credono che parlare di tecnologia sovrana significhi semplicemente avere sistemi e dati che risiedono all’interno dei confini di uno Stato. In realtà, il concetto è più complesso e riguarda principalmente software e infrastrutture sviluppate, controllate e ospitate in Europa, secondo regole e standard europei.
Ma cosa vuol dire di preciso?
Negli ultimi anni il cloud americano è stato il riferimento globale, il cosiddetto standard de facto. Ma emergono dubbi sempre più concreti sul concetto di cloud che potrebbero bloccare o limitare e quindi mettere a rischio gli stati nazionali. Ma questo lo vedremo dopo.
Una tecnologia sovrana, quindi, non si limita a definire la geografia dei dati: significa che il codice è scritto e manutenuto in Europa, eseguito in datacenter europei su sistemi operativi ed hardware realizzati da aziende europee (oppure open source). Infatti le soluzioni open source, per il loro concetto di codice aperto, consentono di poter guardare dentro il codice e quindi verificare potenziali problemi di sicurezza (e le famose backdoor) che potrebbero essere presenti. Tutto questo occorre per poter garantire piena autonomia e resilienza anche in scenari geopolitici critici e salvaguardare la sicurezza nazionale.
Molti paesi europei hanno già iniziato a muoversi in questa direzione: l’adozione di suite office open source come LibreOffice o OpenOffice è solo un primo passo. Ma una tecnologia sovrana va oltre: significa software scritto da sviluppatori europei, con codice che può essere esaminato, modificato e mantenuto, e che viene eseguito esclusivamente in datacenter europei.
Negli ultimi mesi è diventato evidente che il cloud globale non è infallibile.
Interruzioni di Azure, AWS e Cloudflare hanno mostrato come anche le infrastrutture più robuste possano subire blackout improvvisi, causando disservizi su scala mondiale. Ma oltre a questi problemi tecnici, gli stati nazionali iniziano a riflettere su un rischio ben più insidioso: un’interruzione dovuta a problemi politici o sanzioni potrebbe compromettere settori critici della sicurezza nazionale.
Di conseguenza, molte aziende stanno iniziando un vero e proprio ritorno verso l’on-prem, soprattutto per applicazioni e servizi strategici che, in caso di blocco del cloud, potrebbero avere conseguenze rilevanti.
A questo si aggiunge il problema delle leggi americane: il Foreign Intelligence Surveillance Act (FISA), sezione 702, impone ai fornitori tecnologici statunitensi di consentire sorveglianza sulle persone straniere. Il caso Edward Snowden ha portato alla luce questo problema, scatenando uno scandalo globale senza precedenti. Nonostante ciò, la legge è stata prorogata da tutti i presidenti successivi, nonostante le lettere inviate al Congresso dai principali fornitori tecnologici americani, che la definivano incostituzionale e una backdoor al Quarto Emendamento.
Questo contesto rende evidente come una tecnologia sovrana europea, sviluppata e ospitata nel continente, non sia più solo un vantaggio strategico, ma una necessità per proteggere dati sensibili e garantire autonomia decisionale, evitando interferenze esterne e obblighi legislativi di altri paesi.
Mentre in Europa il dibattito sulla sovranità tecnologica è ancora in fase di definizione, altri attori globali si sono mossi con largo anticipo. Russia e Cina, spinte da sanzioni e tensioni geopolitiche, hanno accelerato negli ultimi anni la creazione di ecosistemi tecnologici domestici in grado di sostituire hardware e software occidentali.
Dopo l’inizio della guerra in Ucraina e le conseguenti sanzioni occidentali, la Russia ha rapidamente intensificato il processo di costruzione di un ecosistema tecnologico nazionale. Mosca ha investito sia sul lato hardware che software:
Hardware
L’obiettivo russo è chiaro: ridurre drasticamente la dipendenza da tecnologie straniere, soprattutto statunitensi, in modo da evitare che eventuali sanzioni possano paralizzare infrastrutture critiche.
Se la Russia sta recuperando terreno, la Cina è probabilmente il paese che ha investito di più nella sovranità tecnologica negli ultimi quindici anni. Pechino ha costruito progressivamente un ecosistema alternativo che comprende hardware, software e piattaforme cloud.
Hardware
Ma il caso più emblematico riguarda il software mobile. Quando nel 2019 gli Stati Uniti inserirono Huawei nella Entity List, impedendo l’accesso ai servizi Google e all’ecosistema Android, l’azienda cinese accelerò lo sviluppo di un sistema operativo alternativo: HarmonyOS. Il sistema è stato lanciato nel 2020 come risposta diretta alle sanzioni. In pochi anni Huawei è riuscita a costruire un nuovo ecosistema software:
Il passaggio da Android a un sistema operativo completamente indipendente è avvenuto in circa sei anni, dimostrando come un grande ecosistema tecnologico possa essere ricostruito relativamente rapidamente quando esiste una strategia industriale chiara.
Le sanzioni tecnologiche statunitensi avevano l’obiettivo di limitare l’avanzata tecnologica di questi paesi. Nel breve periodo hanno sicuramente creato difficoltà: blocchi nell’accesso a componenti, software e servizi occidentali. Nel lungo periodo, queste sanzioni hanno generato ’effetto opposto.
Russia e Cina hanno accelerato gli investimenti nella sostituzione completa delle tecnologie occidentali, sviluppando soluzioni autonome che oggi rendono questi paesi molto meno dipendenti dalle infrastrutture digitali statunitensi. In altre parole, ciò che inizialmente era pensato come uno strumento di pressione geopolitica si è trasformato in un errore strategico di lungo periodo: una volta creati ecosistemi alternativi, questi paesi diventano sempre meno controllabili attraverso le leve tecnologiche e commerciali.
E mentre queste trasformazioni sono già in atto in Asia e in Eurasia, la domanda che rimane aperta e sulla quale non usciamo ad andare avanti è la seguente: l’Europa dove si colloca in questa nuova corsa alla sovranità tecnologica?
Oggi stiamo assistendo a un fenomeno interessante: un numero crescente di aziende e startup europee sta iniziando a sviluppare tecnologie definite “sovrane”. Tuttavia, per garantire un impatto reale e rapido, è necessario un coordinamento centrale da parte dell’Europa, che possa definire linee guida comuni, incentivare lo sviluppo di software sovrano e fornire fondi e agevolazioni per l’hosting sui cloud europei.
Solo con una strategia condivisa e con investimenti mirati sarà possibile creare un ecosistema robusto, competitivo e sicuro. La collaborazione tra stati membri, università e imprese può accelerare l’adozione di queste tecnologie, trasformando un bisogno strategico in un vantaggio competitivo per l’Europa.
Il tema del cloud e della tecnologia sovrana sta diventando sempre più centrale. Molte aziende stanno riportando i loro applicativi “on-premise” proprio per evitare rischi legati a contenziosi geopolitici o possibili sanzioni.
Esempi recenti evidenziano l’urgenza ne vediamo tutti i giorni. Esempio recente è la sanzione ad Anthropic per la scelta di non fornire tecnologia al Pentagono e la sospensione dei servizi di Azure da parte di Microsoft verso l’intelligence israeliana dimostrano che il controllo della tecnologia è anche questione di autonomia strategica.
Questo riporta l’attenzione su un tema che avevamo già sollevato: gli Stati Uniti sembrano soffrire di una contraddizione strategica strutturale. Una dinamica che avevamo già analizzato nell’articolo “La schizofrenia USA è alle stelle! Europa, hai capito che sulla tecnologia ci si gioca tutto?”, dove evidenziavamo come alcune scelte geopolitiche nel campo tecnologico possano produrre effetti opposti a quelli desiderati.
A prescindere dagli Stati Uniti D’America, garantire soluzioni software europee, ospitate in datacenter europei e basate su principi open source, non è più un’opzione ma una necessità. L’Europa deve muoversi rapidamente per consolidare la propria sovranità tecnologica e garantire la sicurezza dei propri dati, delle proprie aziende e dei propri cittadini.