In sintesi: Nel dominio cognitivo si gioca una parte crescente della sicurezza delle nostre società digitali. Se il processo decisionale umano viene alterato, anche le migliori misure di sicurezza possono perdere efficacia. Per questo motivo la mente umana deve essere considerata una vera infrastruttura critica da proteggere al pari delle altre.
Nel settore della sicurezza informatica siamo abituati a considerare critiche le infrastrutture dalle quali dipende il funzionamento della società: reti energetiche, sistemi sanitari, trasporti e telecomunicazioni, ovvero servizi essenziali per la tenuta sistemica del Paese.
Dopo oltre dieci anni trascorsi in questo settore, ho maturato una convinzione che può sembrare quasi banale: la più importante infrastruttura critica non è tecnologica. È la mente umana.
L’assunto può sembrare una provocazione, ma in realtà è una doverosa riflessione che trae origine dall’osservazione delle minacce informatiche e dalla loro evoluzione nel dominio cibernetico.
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Dietro ogni sistema informativo, ogni rete e ogni processo, infatti, esiste sempre una persona che agisce, valuta informazioni e prende decisioni. Se tale processo decisionale viene manipolato, anche le migliori misure di sicurezza e mitigazione dell’evento avverso possono perdere di efficacia.
È in questo scenario che assume rilevanza il concetto di dominio cognitivo ovvero quel segmento spaziale legato profondamente a dinamiche psicosociali, nel quale le informazioni vengono assunte, percepite, interpretate e trasformate in decisioni.
Ed è proprio in questa superficie di attacco che, sempre più spesso, si sviluppano alcune delle minacce cibernetiche più attive e insidiose.
Quando il bersaglio è la decisione
Nel corso della mia esperienza professionale mi è capitato di osservare come molti incidenti apparentemente riconducibili lato sensu al settore IT, avessero in realtà origine da una scelta umana: una comunicazione ritenuta affidabile, una richiesta considerata urgente o una valutazione effettuata in condizioni di pressione e scarsa consapevolezza del rischio.
Il phishing rappresenta plasticamente l’esempio più evidente di questa dinamica, e il suo successo raramente dipende dalla sofisticazione tecnica dell’attacco. Molto più spesso dipende dalla capacità di generare fiducia, urgenza, paura o curiosità.
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Lo stesso principio vale per il vishing e lo smishingnonché per tutte quelle tecniche di social engineering che mirano a influenzare il comportamento delle persone.
Da questa prospettiva il dominio cognitivo non rappresenta una nuova frontiera separata dalla cyber security, bensì una dimensione che riguarda la psicologia e il comportamento umano, con cui il settore si confronta da anni, anche se spesso senza definirla esplicitamente in questi termini.
Nel dominio cognitivo il vero bersaglio è il processo decisionale umano
La tecnologia amplifica il fenomeno
Nell’attuale società IT dove tutto è interconnesso, dove ogni utente del web quasi indossa i propri dispositivi digitali esponendosi ai vari rischi legati all’utilizzo spasmodico dei vari servizi digitali, l’arrivo pervasivo dell’intelligenza artificiale sia generativa che agentica ha amplificato e agevolato la commissione di reati informatici fondati sulla c.d. social engineering.
Nella nostra giornaliera attività di navigazione nel dominio cibernetico, disseminiamo numerose di tracce digitali.
Difatti postiamo contenuto anche molto personali sui social media, accettiamo cookie, mostriamo i nostri tic comunicativi online.
Mettendo insieme tutti gli elementi informativi raccolti, con una crescente funzione predittiva dei comportamenti umani, gli attaccanti sfruttando algoritmi ad hoc riescono a cucirci addosso una profilazione quasi sartoriale, con il risultato di creare, con la nostra inconsapevole collaborazione, messaggi e strategie di persuasione calibrati al millimetro proprio sulle nostre debolezze individuali.
Dietro ogni infrastruttura critica c’è sempre una persona che decide
Proteggere la mente come infrastruttura critica
Per questo motivo ritengo che sia necessario ampliare il concetto stesso di infrastruttura critica. Proteggere reti, sistemi e dati rimane fondamentale, ma non è più sufficiente.
Parimenti è di vitale importanza investire nella formazione soprattutto delle persone che rivestono un ruolo nevralgico nell’ambito della PA e delle PMI, nello sviluppo delle competenze digitali e nella capacità di valutare criticamente le informazioni con cui interagiamo ogni giorno.
In altre parole, trasformare ogni utente in una sorta di firewall umano, competente e capace di riconoscere tentativi di manipolazione prima ancora che si trasformino in veri e propri incidenti di sicurezza.
Conclusioni
In questo un quadro d’insieme possiamo dire che non possiamo rifuggire alla sfida che ci attende e che riguarda istituzioni, imprese e i cittadini tutti. Ogni giorno prendiamo decisioni sulla base delle informazioni che riceviamo, spesso senza interrogarci sulla loro provenienza o affidabilità.
È proprio in questa zona grigia, tra percezione e realtà, che si gioca una parte crescente della sicurezza della nostra società digitale. Perché la più importante infrastruttura critica non è fatta solo di server, reti o algoritmi.
È la mente umana.
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Ha conseguito la Laurea magistrale in Scienze Politiche e si interessa di cybersecurity, infrastrutture critiche e analisi delle minacce nel dominio cibernetico.
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