
Il dibattito che ruota attorno all’intelligenza artificiale relativa al riconoscimento facciale, oramai sta diventando molto acceso.
Ecco che il nostro Garante della Privacy, chiede dei chiarimenti alla società Clearview AI, sull’utilizzo dei volti per allenare i suoi algoritmi di intelligenza artificiale.
Clearview AI è una società americana di riconoscimento facciale che fornisce software ad aziende, forze dell’ordine, università e privati. Gli algoritmi di AI venduti dell’azienda, vengono allenati su dataset di immagini prelevate da Internet, comprese le applicazioni dei social media con lo scopo di essere sempre più efficaci nel riconoscimento facciale.
Ma i proprietari di questi volti, hanno acconsentito al loro utilizzo?
L’azienda recentemente era stata criticata dai no profit di Privacy Network, una organizzazione italiana che affronta le sfide dell’innovazione tecnologica per la tutela di privacy e dei diritti fondamentali, dove nello specifico, avevano richiesto il blocco delle tecnologie di riconoscimento facciale chiedendo al Garante di fare chiarezza.
Infatti, al centro della polemica risulta il fatto che l’azienda Clearview AI, acquisisce in modo automatizzato (data scraping) 3 miliardi di immagini dai social network, allo scopo di allenare le sue IA e sono numeri veramente allarmanti della vastità del fenomeno.
Si tratta di cifre mostruose presenti all’interno dei loro database e tutto questo non risulta in linea con il GDPR europeo, in quanto i dati devono essere trattati consentendo ai relativi proprietari di averne il controllo.
Nonostante le diverse critiche, lo scorso febbraio, l’amministratore delegato della società Hoan Ton-That, ha detto:
“La nostra tecnologia non è disponibile nell’Unione europea. Attendiamo di attivare un dialogo con il Data protection officer di Amburgo nell’ottica di rimediare alle loro preoccupazioni”.
Ma questa tecnologia, proprio in questi momenti sta sbarcando in Europa, e dunque anche in Italia. Ecco perché la situazione sembra ora interessare il Garante italiano.
L’azienda, attraverso la tecnica del data-scraping, ha raccolto e inserito nei suoi database anche i volti dei cittadini europei e anche di noi italiani.
Il tutto è avvenuto senza chiedere nessun consenso e, dunque, non tutelando la privacy dei diretti interessati.
Ma il Garante italiano ha indagato sulla faccenda dopo l’autorità di Amburgo, che ha ordinato all’azienda di cancellare le informazioni relative a qualsiasi cittadino tedesco e tutelare la sua stessa privacy, ma gli effetti sembra che siano stati insignificanti.
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