
Gli americani sono i più propensi a imprecare sui social media, ma gli australiani sono più creativi nell’uso della famigerata parolaccia che inizia con la “f”. Questa è la conclusione a cui sono giunti i ricercatori dell’Università della Finlandia Orientale dopo aver analizzato il comportamento di quasi mezzo milione di utenti negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia. Hanno scoperto che le persone usano imprecazioni più tra conoscenti che tra amici intimi e raramente imprecano nei social network più piccoli.
Gli autori dello studio, descritto in uno studio pubblicato una analisi che ha esaminato gli aggiornamenti e le connessioni degli utenti su Twitter dal 2006 al 2023, integrandoli con metadati relativi al luogo e al contesto della comunicazione. In primo luogo, i ricercatori hanno selezionato oltre 2.300 varianti ortografiche della parola con la f, inclusi errori di ortografia e distorsioni intenzionali, e poi hanno monitorato come e in quali reti venivano utilizzate. Utilizzando metodi computazionali, hanno stimato quindi la densità delle connessioni sociali e la dimensione delle reti per comprendere esattamente dove le parolacce siano più comuni.
Lo studio ha rivelato tre tendenze chiave. In primo luogo, gli utenti imprecano più spesso quando comunicano con conoscenti lontani rispetto agli amici intimi. In secondo luogo, in reti molto piccole, fino a 15 persone, le imprecazioni non vengono quasi mai utilizzate, indipendentemente da quanto siano vicine le persone. Questo è coerente con precedenti osservazioni sul comportamento delle persone in reti sociali molto piccole e dimostra che le dimensioni della rete stessa influenzano significativamente la tendenza a imprecare.
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In terzo luogo, man mano che una rete cresce, la distinzione tra amici e conoscenti si assottiglia gradualmente. Nelle reti molto grandi, a partire da circa 100-120 membri, la densità delle connessioni non ha praticamente alcun effetto sulla frequenza delle parolacce: gli utenti imprecano più o meno allo stesso modo, indipendentemente dal livello di conoscenza reciproca.
Questo risultato rispecchia studi precedenti sulla fiducia e l’interazione nei gruppi sociali, in cui una soglia simile di circa 100 membri è già stata individuata come soglia oltre la quale i meccanismi sociali cambiano significativamente.
A prima vista, studiare le parolacce online può sembrare un argomento leggero e frivolo.
Tuttavia, i ricercatori osservano che tale analisi può aiutare a identificare account falsi e partecipanti a campagne di disinformazione sui social media. Il comportamento reale delle persone, incluso come e dove imprecano, crea un'”impronta digitale” linguistica e sociale unica di un utente, difficile da falsificare.
Secondo l’autore principale dello studio, il professor Mikko Laitinen, la sola analisi del testo non è più sufficiente, poiché l’intelligenza artificiale generativa è diventata abile nell’imitare il linguaggio umano. Pertanto, è importante considerare anche la struttura delle reti di comunicazione stesse, comprese le connessioni che un account stabilisce, la sua durata e il suo comportamento in diversi contesti.
Nel complesso, i dati sul linguaggio, la frequenza delle parolacce e le caratteristiche della rete possono aiutare a distinguere un utente autentico da un profilo creato artificialmente e impegnato a diffondere disinformazione.
Tale ricerca richiede una combinazione di linguistica e informatica, pertanto il team di Laitinen comprende sia filologi che analisti di big data. I ricercatori ritengono che tali approcci interdisciplinari costituiranno la base di strumenti futuri per l’identificazione di account falsi, operazioni di informazione e altre minacce online.
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