Red Hot Cyber
Sicurezza Informatica, Notizie su Cybercrime, Analisi Vulnerabilità e Intelligenza Artificiale
Una persona che sta di schiena di fronte ad un laptop e sullo sfondo la bandiera italiana e il colosseo e san pietro.

Internet: come la rete plasma proteste e violenza in Italia. Da Modena a Milano

26 Ottobre 2026 07:44
In sintesi

L'articolo analizza due casi recenti, l'attacco a Modena e le proteste a Milano, evidenziando il ruolo di internet nella diffusione di idee radicali e nella mobilitazione. Vengono esaminati i processi di radicalizzazione, le responsabilità legali e il confine tra legittima protesta e violenza, con riferimenti a indagini forensi, perizie e la normativa italiana sul terrorismo. Si sottolinea l'importanza di un approccio equilibrato, basato su prove concrete e sul rispetto dei diritti costituzionali.

Due casi diversi riportano l’attenzione sul ruolo di internet, sulla responsabilità personale e sulle regole della convivenza, che in questo nostro paese dal 1946 ad oggi, la storia dimostra non hanno mai avuto processi accusatori verso razze, religioni o culture che sono giunte da lontano. Le nostre radici culturali, sono di gran lunga superiori a quelle di molti altri paese che vengono definiti “civili”.

Questi due casi è possibile analizzarli insieme, a patto di non trasformare le somiglianze e le domande nell’affermazione di una regia unica, la cui esistenza non è stata dimostrata, quantomeno ancora non è stata dimostrata, ciò non significa che sia meno assente, perché anche qui ci viene in soccorso la storia recente di questi nostro paese. Gli interessi e le spinte di ingerenza straniera, hanno sempre agito in Italia sia con la leva del terrorismo sia con quella della criminalità organizzata sopratutto.Ma questo sarà la Magistratura a verificarlo.

Internet può riflettere un processo di radicalizzazione, amplificare la diffusione di determinate idee o diventare uno strumento di mobilitazione. E questo è ampiamente documentato ed analizzato dalla nostra intelligence, ed i processi di radicalizzazione sono da sempre al centro delle attenzioni delle FF.OO che sotto traccia contrastano questo fenomeno.  Tuttavia, per comprenderne il ruolo concreto, è necessario ricostruire le azioni, i contatti e la cronologia degli eventi. È proprio questo il problema che, seppur in forme diverse, emerge nelle indagini sull’attacco di Modena e sull’attività del movimento “17 ottobre” a Milano.

Advertising

Ricorderete che il 16 maggio 2026 a Modena, Salim El-Kudri ha investito alcuni passanti con l’auto e ha ferito con un coltello un uomo che tentava di fermarlo. Monica Esposito, rimasta gravemente ferita, è in seguito deceduta in ospedale. Nei giorni successivi, l’analisi dei dispositivi elettronici ha attirato l’attenzione sulle informazioni che l’uomo cercava su internet: secondo la redazione regionale del TGR del 25 maggio, egli visualizzava e scaricava materiali relativi ad altri attentati in Europa. In quella fase non erano emersi legami con gruppi organizzati.

Gli eventi successivi hanno completato il quadro. Molti media Idi rilievo  hanno  riferito di ricerche legate a ISIS, DAESH, Bin Laden e attentati, a partire dal marzo 2026. Il 15 ottobre l’agenzia ANSA  ha riferito che il 24 aprile El-Kudri avrebbe pubblicato su Instagram un’immagine di una bandiera legata all’ISIS; la stessa immagine è stata trovata nel suo telefono. Queste circostanze vanno valutate nella loro sequenza e nel loro contesto, senza trasformare ogni traccia digitale in una prova automatica di appartenenza a un’organizzazione.

L’ipotesi di un’assimilazione autonoma dell’ideologia jihadista è stata esposta anche nella relazione di un perito nominato dall’avvocato del fratello della vittima. Ma qui dobbiamo fare in inciso che spesso non viene valutato dal lettore. E’ la valutazione di un perito incaricato da una delle parti, non una conclusione giudiziaria definitiva, perché di perizie, per definire una conclusione ne servono almeno tre.  Allo stesso modo, la perizia secondo cui El-Kudri, al momento del fatto, era capace di comprendere e dirigere le proprie azioni non dimostra di per sé uno scopo terroristico, anche perchè il nostro ordinamento, ben formato sul tema terrorismo – ed anche qui la storia ci ha insegnato molto – prima di accusare qualcuno di terrorismo, definisce una complesso ben strutturato, come molte sentenza della Cassazione hanno affermato chiaramente. Pertanto secondo quanto riportato dai giornali e dal TGR regionale, al 2 ottobre non era stata ancora formulata l’accusa con l’aggravante dello scopo terroristico.

Adesso facciamo un salto Milano, perché  l’attenzione degli inquirenti si concentra, in particolare, sull’attività di informazione del movimento “17 ottobre”. La nostra agenzia di stampa nazionale riporta che, Youssef Sihèr è indagato con l’accusa di istigazione a commettere reati; la notizia riporta anche le aggravanti legate allo scopo terroristico e all’uso delle tecnologie informatiche. Gli inquirenti ipotizzano il suo coinvolgimento nella gestione della pagina Instagram del movimento. Tuttavia, un dettaglio cronologico impedisce conclusioni affrettate: secondo la ricostruzione dell’agenzia, la pagina è nata dopo i disordini della settimana precedente. Definirlo quindi “l’organizzatore” di tutti gli scontri significa attribuire alla notizia un significato che i dati riportati non confermano. Le accuse restano da provare.

Così, l’accostamento di questi due casi riguarda il ruolo della comunicazione digitale, non un’origine comune già dimostrata dei fatti. In un caso si esaminano i materiali consultati prima dell’attacco; nell’altro, i messaggi e gli strumenti di mobilitazione divenuti oggetto d’indagine. La sola comparsa di un determinato materiale sullo schermo non basta per affermare che sia stato proprio quello a causare l’atto. Ma sarebbe altrettanto sbagliato considerare le tracce digitali irrilevanti, quando esse aiutano a ricostruire intenzioni, preparazione e legami.

Advertising

Qui emerge una questione che riguarda anche il giornalismo nostrano, troppo spesso impegnato a dividere i lettori in pro e contro e poco invece a formare coscienze o unire il paese, senza distinzione. Se da un lato è necessario comprendere le circostanze personali e sociali in cui nasce la violenza, dall’altro lato usarle sistematicamente per attenuare e giustificarle per far piacere ad un editore, è tutt’altra cosa. Il disagio può aiutare a spiegare un comportamento, ma non rende accettabili l’aggressione contro un passante, l’intimidazione di una comunità o la trasformazione della protesta in devastazione e saccheggio.

La stessa attenzione è necessaria quando compaiono indizi di una possibile motivazione jihadista. Il timore di alimentare pregiudizi non deve ostacolare l’esame dei dati disponibili. Al tempo stesso, il richiamo all’islamismo non può diventare il pretesto per attribuire a una persona intenzioni criminali a causa del suo nome, della sua origine o della sua religione. Siamo sempre stati degli esperti mediatori e dei risolutori di situazioni di contrasto, e dobbiamo continuare su questa strada.

La nostra bussola, ed è quella che poi garantisce maggiormente il nostro stesso vivere civile,  è l’ordinamento costituzionale. Vorrei ricordare come, con la sentenza n. 203 del 1989, la Corte costituzionale ha riconosciuto la laicità come uno dei supremi principi dello Stato: garanzia di libertà di confessione in una condizione di pluralismo. Questo approccio protegge tanto i credenti quanto i non credenti, senza riconoscere a nessuna religione il diritto di imporre le proprie regole all’intera società.

E già solo questa affermazione della Corte Costituzionale deve mettere a tacere quanti sostengono che il nostro paese non sia pluralista, sopratutto quei partiti politici che per interessi elettorali spingono sul contrario, solo per trovare voti.

La Costituzione riconosce la libertà di confessione, la libertà di espressione e il diritto di riunirsi pacificamente e senza armi. L’articolo 8 stabilisce inoltre che le confessioni religiose non cattoliche hanno il diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, a condizione che non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. È proprio qui che l’accettazione delle differenze trova una base concreta: diritti garantiti e regole comuni. E badate bene i primi articoli della nostra costituzione – se i comici sui tavoli TV non ve lo hanno mai detto – non sono modificabili se non con un preciso iter Costituzionale., come ben definito dagli articoli 138 e 139 Cost. Leggeteli bene e non fateveli raccontare da altri.

Su questa base deve fondarsi anche il dialogo tra i giovani e le istituzioni politiche, tra i giovani e gli adulti. Una comunicazione che oscilla tra prediche e giustificazioni non crea fiducia. I giovani devono poter criticare il potere, denunciare le ingiustizie e partecipare alla vita pubblica. Gli adulti e le istituzioni devono ascoltare e rispondere. Ma nessuna delle due parti ha il diritto di trasformare la minaccia in un modo abituale di comunicare. Ma i primi sono obbligati a conoscere ciò che vogliono trasformare, e spesso quanto fatto da una scuola troppo “impegnata” in altro, ha facilitato una dimenticanza delle norme giuridiche che regolano una comunità. Internet non è una fonte attendibile di informazioni, se non si ha una base di capacità cognitive e analitiche che solo un buon studio scolastico può insegnare. E se i giovani sono obbligati a conoscere per avere contezza del futuro, gli adulti non devono sentirsi minacciati ma stimolarli nelle ricerche. 

Occorre anche usare con precisione la parola “terrorismo”. Non ogni violazione della legge è attività sovversiva, e non ogni azione volta a sovvertire l’ordine dello Stato costituisce automaticamente un reato terroristico. L’articolo 270-sexies del codice penale italiano richiede elementi specifici, tra cui la capacità di arrecare gravi danni e scopi come l’intimidazione della popolazione, la costrizione degli organi pubblici o la destabilizzazione delle strutture fondamentali. La qualificazione giuridica richiede dati concreti, non soltanto una valutazione morale della gravità di quanto accaduto. (parlamento.it)

E quanto, gli anticorpi che abbiamo nelle nostre leggi e nella nostra società siano ben tenaci, lo dimostrano anche i gesti  della società di agire insieme. Ricordo chiaramente che tra le persone che hanno tentato di fermare l’aggressore a Modena, ci fu  Osama Shalabi, un operaio egiziano che vive in Italia da trent’anni, e di suo figlio Mohammed, intervenuti insieme ad altri cittadini. La storia di questo padre e figlio, deve essere il modello da indicare verso chi intende vivere civilmente, senza spaccare vetrine nel nostro paese. Personalmente la loro religione non ha importanza, ciò che hanno fatto testimonia però una partecipazione concreta alla sicurezza della comunità, e di questo sono certo che molti italiani la pensino cosi.

Se si parla proprio della partecipazione dei musulmani alla vita civile, esistono esempi diretti. Nel 2018, a un incontro di COREIS dedicato all’integrazione e alle religioni, un ruolo centrale hanno avuto la conoscenza e il rispetto della Costituzione. Vi hanno partecipato rappresentanti di organizzazioni musulmane, tra cui Abdella Redouan e l’imam Salah Ramadan. Una singola iniziativa non riflette tutta la varietà delle esperienze individuali, ma mostra che l’identità musulmana e l’adesione alle regole costituzionali possono essere affermate apertamente insieme.

La tradizione dell’ospitalità e dell’accoglienza trova nella Repubblica il suo fondamento nei diritti, nella solidarietà, nell’uguaglianza e nella protezione di chi cerca asilo. Questo fondamento presuppone una responsabilità reciproca. Difenderlo significa proteggere le persone dalla discriminazione e, con la stessa fermezza, proteggerle dalle intimidazioni.

Il dialogo perde credibilità quando ignora le domande dei giovani. La perde anche quando si rifiuta di chiamare l’aggressione con il suo nome. Una società pluralista deve saper ascoltare chi dissente, verificare le accuse e chiamare a rispondere i responsabili concreti e sopratutto mandare messaggi chiari, che in Italia chi sbaglia paga: senza giustificare la violenza con le differenze culturali e senza addossare a un’intera comunità la colpa di un singolo.

Questo giochino noi/loro, voi/gli altri, lasciamo ai tifosi di calcio, a chi ha granitiche certezze della razza, a chi vuol cambiare i nomi agli oceani, ai telecomandati dal web che spingono per manovrarli come burattini da sempre, come una volta lo erano quelli guidati dai “cattivi maestri” che spesso ritornano in questo nostro paese.

Abbiamo le capacità per essere un gran paese, anzi siamo sempre stati il “Bel Paese” anche se ciclicamente chi ci dice “siamo amici dell’Italia” si vende per meno di 30 denari. 


📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su 🔔 Google News.
Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram.
Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici


Villani 150x150
Dilettante nel cyberspazio, perenne studente di scienze politiche, sperava di conoscere Stanley Kubrick per farsi aiutare a fotografare dove sorge il sole. Risk analysis, Intelligence e Diritto Penale sono la sua colazione da 30 anni.
Aree di competenza: Geopolitica, cyber warfare, intelligence, Diritto penale, Risk analysis