
Khaby Lame, il creator italiano più seguito al mondo e ormai icona globale dei social media, ha compiuto un passo che potrebbe segnare un prima e un dopo nella storia dell’economia digitale. Secondo diverse fonti internazionali, il tiktoker ha ceduto parte fondamentale dei diritti commerciali legati alla sua identità e al suo brand personale in un’operazione che sfiora i 900-975 milioni di dollari.
L’accordo, siglato con la società statunitense Rich Sparkle Holdings, riguarda quote in Step Distinctive Limited, la compagnia che gestisce le attività commerciali collegate al marchio Khaby Lame. Per tre anni, la società acquirente deterrà diritti commerciali globali esclusivi su partnership, licenze, e-commerce e altre iniziative legate all’immagine del creator.
La cifra complessiva dell’operazione si aggira tra 900 e 975 milioni di dollari, rendendola una delle più grandi mai viste nella storia della cosiddetta “creator economy”. Per un influencer – per quanto estremamente popolare – questa somma non è solo un guadagno straordinario, ma una trasformazione radicale del modo in cui la fama digitale viene monetizzata a livello industriale.
Ma è proprio qui che nasce il nodo più inquietante dell’intera vicenda: non si tratta soltanto di una vendita di quote aziendali, ma della cedibilità dei diritti legati all’identità stessa di una persona pubblica.
Secondo i termini dell’accordo, oltre alla gestione commerciale del marchio, Khaby Lame ha autorizzato l’utilizzo dei suoi dati biometrici – come Face ID e Voice ID – e dei modelli comportamentali per lo sviluppo di tecnologie basate sull’intelligenza artificiale, tra cui un “gemello digitale” capace di replicare il suo volto, la voce e le espressioni nei contenuti digitali.
Questa prospettiva – di fatto la possibilità di replicare digitalmente un essere umano ormai celebre – solleva questioni etiche e legali che vanno ben oltre il singolo contratto commerciale.
Si apre infatti una nuova frontiera in cui un volto riconoscibile può continuare a produrre contenuti, accordi e persino vendite senza la presenza fisica della persona reale e mentre quella specifica persona invecchia.
Per la prima volta nella storia digitale recente, un influencer di portata mondiale non si limita a vendere prodotti, pubblicità o contenuti: ha concesso, seppur tramite una holding, la possibilità di sfruttare la sua identità come un asset commerciale continuo e replicabile tramite AI.
Non sorprende quindi che analisti e commentatori definiscano l’evento uno spartiacque nella creator economy: qui non si parla più di campagne pubblicitarie occasionali o di sponsor singoli, ma di un nuovissimo modello industriale di sfruttamento dell’identità digitale, con potenziale di generare oltre 4 miliardi di dollari l’anno in vendite.
L’idea che un avatar digitale di Khaby Lame possa continuare a operare, negoziare e produrre contenuti 24 ore su 24, senza limiti di tempo, zona linguistica o presenza fisica, genera sentimenti contrastanti. Da un lato, è un’opportunità di espansione economica enorme. Dall’altro, è inquietante pensare a un volto umano trasformato in prodotto replicabile, con implicazioni sconosciute per la privacy, per l’autenticità e per la percezione pubblica di cosa sia un “influencer”.
La transazione non si limita a un semplice cambio di quote societarie: essa consolida un cambiamento di paradigma nella gestione dei personaggi pubblici e dei creator digitali. L’accordo mostra come le piattaforme e le società commerciali stiano passando dal pagare per visibilità al possedere e sfruttare identità digitali come asset strutturali di business.
Se oggi un creator come Khaby può vendere diritti di questo tipo per cifre miliardarie, cosa impedirà domani a società di tech o media di acquisire “identità digitali” per realizzare contenuti, messaggi pubblicitari, live broadcast e attività commerciali con copie AI di persone reali?
Questo, più di ogni altra cosa, è ciò che rende l’accordo non solo importante, ma potenzialmente inquietante per il futuro della comunicazione digitale.
Questa operazione mostra chiaramente che il business dei creator sta maturando verso modelli sempre più sofisticati, finanziarizzati e integrati nel sistema economico globale. Ma, allo stesso tempo, mette a nudo una verità scomoda: non siamo pronti.
Non lo sono le persone, non lo sono le istituzioni, e soprattutto non lo è il diritto. Ci troviamo davanti a un punto in cui l’essere umano, la sua immagine, la sua voce e persino i suoi comportamenti diventano asset negoziabili, replicabili e potenzialmente eterni, mentre le regole restano ancorate a un mondo che non esiste più.
Il caso Khaby Lame non è inquietante solo per la cifra o per la portata mediatica, ma perché anticipa uno scenario in cui l’identità personale diventa un’infrastruttura commerciale, separabile dall’individuo che l’ha generata.
Un volto può continuare a “vivere”, parlare, promuovere e influenzare anche quando la persona reale non è presente, non decide, o un giorno non esisterà più. È un passaggio che rompe un tabù culturale profondo: l’idea che l’identità sia inseparabile dall’essere umano.
Siamo quindi davanti a uno spartiacque reale. Da una parte il passato dei social media, fatto di persone che usano piattaforme. Dall’altra un futuro in cui le piattaforme e le holding possiedono persone digitali, o meglio, ciò che di esse è economicamente utile. In mezzo, un vuoto normativo enorme, dove consenso, limiti, reversibilità e responsabilità sono concetti ancora vaghi, quando non del tutto assenti.
Forse il vero problema non è che tutto questo sia possibile, ma che stia accadendo prima che ci siamo posti le domande giuste.
Chi controlla un’identità digitale quando viene ceduta?
Può essere revocata?
Può essere modificata?
E cosa succede se l’avatar dice o fa qualcosa che l’essere umano non avrebbe mai fatto?
Il diritto, come spesso accade, arriverà. Ma potrebbe arrivare quando il modello sarà già consolidato, normalizzato e irreversibile. E allora non si tratterà più di regolare un’eccezione, ma di rincorrere un sistema già fuori controllo.
Ed è forse questo l’aspetto più inquietante: non stiamo assistendo a un abuso, ma a un precedente. E i precedenti, nella storia della tecnologia, raramente restano isolati.
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