Mi occupo di etica dell’intelligenza artificiale e il motivo è molto semplice: un chatbot non è mai neutrale e ha un potenziale di manipolazione enorme sull’interlocutore. Come filosofo, psicologo e coach non posso far finta di niente. È un tema che studio e porto sul campo da tempo: ad esempio, già a Ottobre 2025 ho tenuto una masterclass dedicata, presso la scuola di Coaching Ellecubica di Lucilla Rizzini, e a Dicembre l’ho replicata a Milano per AICP Lombardia (Associazione Italiana Coach Professionisti).
In questo articolo, vorrei condividere con voi alcune riflessioni sull’importanza di lavorare sulla nostra mente. La manipolazione delle persone attraverso l’informazione è una pratica secolare.
La propaganda esisteva, insieme alla censura, già dai tempi dell’Impero Romano ma con l’avvento di internet e in particolare con i social media i tentativi di influenza e manipolazione hanno assunto una nuova dimensione: sono al servizio soprattutto del modello di affari delle grandi piattaforme digitali, basato sulla pubblicità.
Per massimizzare i propri ricavi, queste aziende cercano continuamente di catturare sempre più l’attenzione degli utenti, sfruttandone i dati personali per profilarli e filtrare le informazioni con il pretesto della personalizzazione. Ciò causa una serie di effetti collaterali tra i quali la frammentazione dello spazio in bolle informative che isolano gli utenti mostrando solo ciò che corrisponde alle loro opinioni e convinzioni. Ma torniamo ancora ai chatbot.
Integrità cognitiva: i chatbot non sono neutrali
Nel 2024 uno studio condotto da tre ricercatori del dipartimento di psicologia dell’Università Cornell e della Sloan School of Management del MIT, pubblicato dalla rivista Science è stato così sintetizzato « I partecipanti allo studio hanno descritto una teoria del complotto a cui aderivano, e l’IA ha poi avviato con loro un dialogo, esprimendo argomentazioni convincenti e confutando le loro convinzioni con prove concrete. La capacità del chatbot di esporre contro-argomentazioni e sostenere conversazioni approfondite e personalizzate ha ridotto per mesi la loro adesione alle teorie complottiste.»
In un articolo sempre pubblicato nel 2024 alcuni ricercatori del Politecnico di Losanna hanno dato un nome a questo fenomeno: capacità di persuasività conversazionale dell’IA.
Numerosi altri studi hanno dimostrato come i chatbot possono influenzare l’atteggiamento delle persone senza che queste se ne rendano conto.
Allora, mi chiedo: se le macchine possono esercitare un’influenza di questo genere sui nostri cervelli, potrebbero rivelarsi utili, ad esempio, per incoraggiare l’adozione di abitudini quotidiane più sane o di comportamenti ecologici, altruistici, empatici?
Sembrerebbe affascinante tutto questo ma purtroppo le cose non possono essere esattamente così.
Come suggerisce l’economista Jean Marc Rickli, « Il cervello umano diventa un terreno conteso.»
E in tale battaglia, le tecnologie e coloro che le controllano possono diventare gli aggressori.
Il bersaglio è la nostra capacità cognitiva.
Il cervello come bersaglio: sovrastimolazione cognitiva
Il modo più semplice per impedire a qualcuno di pensare è sommergerlo di rumore.
Rumore sonoro ma anche rumore cognitivo. Un rumore che non è udibile ma che interferisce con le nostre facoltà mentali e che intacca la nostra capacità di pensare e prendere decisioni consapevoli.
Il cervello umano è potente e complesso ma i suoi limiti diventano evidenti quando si tratta di elaborare molte informazioni in parallelo. A differenza dell’IA che può funzionare solo sulla base di enormi quantità di dati, la mente umana viene spesso sopraffatta da questo.
Si potrebbero citare altre spiegazioni ma limitiamoci a citare, al momento, solo un articolo pubblicato nel 1956 intitolato The magical number seven, plus or minus two (Il numero magico sette volte, più o meno due) Lo psicologo cognitivo americano George Armitage Miller, in questo articolo, ci spiega che secondo le sue ricerche la memoria umana a breve termine può elaborare efficacemente fino a sette frammenti di informazione alla volta, con un margine di errore di più o meno due. Altri analisti tra i quali Gloria Mark, professoressa di informatica della California, hanno suggerito che la nostra attenzione è sempre più fratturata. Trascorriamo in media solo 47 secondi su uno schermo o su una finestra prima di passare ad altro. Nel 2012 i secondi erano 75 mentre nel 2004 erano 150.
E siamo ancora all’inizio di questa perturbazione cognitiva. Stiamo parlando ancora di quantità.
Seguitemi e andiamo avanti.
La nostra attenzione: controllo mentale come terreno fertile
Noi oggi siamo in una fase di transizione. Ciò amplificherà l’assalto alla nostra integrità cognitiva.
E a tal proposito, Graham Burnett,, professore di storia delle scienze all’Università di Princeton, chiama questo fenomeno attention fracking, la fratturazione della nostra attenzione, per analogia con la fratturazione idraulica che consiste nell’iniettare ad alta pressione una miscela di acqua, sabbia e sostanze chimiche nelle formazioni rocciose per creare fratture che permettano di liberare il gas o il petrolio in esse contenute.
I segni visibili di tutto questo, nella nostra quotidianità, sono ovunque: dai brevi clip a ritmo veloce, in rapida successione sui social, alla velocità con cui ogni giorno scrolliamo i nostri schermi. E quindi?
E quindi la nostra capacità di valutare il mondo, comprenderlo, agirvi e interagirvi dipende in definitiva dalla nostra attenzione: dove la dirigiamo e verso chi la indirizziamo. Una eccessiva abbondanza di informazioni genera una povertà di attenzione.
Michel Levy Provencal, curatore di TedxParis sostiene: « Più la macchina diventa capace, più produce. Più produce e più dobbiamo elaborare. Più dobbiamo elaborare, meno possiamo pensare. Siamo connessi a tutto ma presenti a nulla.»
Ecco che occorre prestare attenzione alla nostra attenzione!
Gli stoici 2000 anni fa ci dicevano che diventiamo ciò a cui prestiamo attenzione: e se non scegliamo noi stessi i pensieri a cui ci esponiamo, qualcun altro lo farà per noi. Ebbene per l’individuo contemporaneo, quel qualcun altro sarà sempre più spesso l’intelligenza artificiale e ovviamente coloro che la possiedono, la sviluppano e la controllano. Preoccupante? Andiamo avanti.
Tracciare una frontiera morale: questione spinosa
Di certo le attuali trasformazioni epocali in corso sono un’altra esperienza unica per la storia del genere umano. E io sono d’accordo con l’approccio del filosofo italiano Giulio Giorello che invita a non tirarsi indietro, anzi a lanciarsi nel mondo e nel futuro senza paura e con spirito critico, dominando sempre l’esperienza e non subendola. La sfida è alta!! E da qui mi vengono in mente tre domande:
- Fino a che punto è possibile influenzare o monitorare legittimamente i processi cognitivi senza intaccare le libertà fondamentali dell’individuo?
- Esiste un livello di influenza cognitiva accettabile?
- Ma se non capiamo appieno come funzionano le intelligenze artificiali e perché producono certi risultati, quale grado di autonomia dobbiamo concedere loro?
Leggi, regole e strutture di governance sono fondamentali, ma da sole non possono far fronte al dinamismo dell’evoluzione tecnologica. Occorre operare per rendere resistente la società istruendo gli individui che la compongono.
Conclusione
Essere istruiti di fronte alla minaccia cognitiva non significa solo saper usare efficacemente le tecnologie che la strutturano. Significa imparare a cogliere le implicazioni umane, psicologiche, sociali ed etiche. Se continuiamo a subire la tecnologia, tra incidenti informatici, uso inconsapevole e una pigrizia mentale che si accontenta di un click, il vero problema non sono le macchine ma siamo noi. Quindi prima di lavorare sul codice, dobbiamo tornare a lavorare sull’uomo!
Insegnare a riconoscere un phishing o un deepfake oggi è come mettere un cerotto su una ferita aperta. Ne ho parlato il 19 Maggio 2026 alla Conferenza di Red Hot Cyber presso il Teatro Italia, un evento unico per la grandezza degli ospiti e degli sponsor. Nella Cybersecurity come nell’IA, la sola formazione tecnica non basta più. Il vero lavoro va fatto sulla mente delle persone.
Perché prima di qualsiasi software viene la nostra consapevolezza: l’unico reale firewall capace di proteggere la nostra libertà o di consegnarci direttamente nelle mani di chi vuole manipolarci.
Nei prossimi articoli, vedremo insieme cosa fare in concreto per evolvere la awareness e trasformare il fattore umano da anello debole a punto di forza. Stay tuned!
Umanista per vocazione lavora in Cybersecurity per professione. In FiberCop S.p.a come Risk Analyst.
Aree di competenza: Cyberpsicology, Philosophy, Counseling, Coaching, Digital Wellbeing, Digital Ethics, Risk Analisys