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Droni e robot: non è l’AI il vero problema, ma la connessione

Droni e robot: non è l’AI il vero problema, ma la connessione

24 Marzo 2026 15:52

Nella vita reale, le conversazioni su droni e robot spesso si incentrano su questioni ben più prosaiche della semplice intelligenza artificiale: la comunicazione risulta essere una sfida ben più comune.

Qualsiasi drone o robot dipende dalla trasmissione dati wireless. Il canale radio trasmette il video dalla telecamera, la telemetria (ovvero informazioni su velocità, coordinate, stato dei sensori e altri parametri), i comandi di controllo e gli aggiornamenti sulla missione.

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Il problema della connettività wireless

Finché il drone vola vicino all’operatore, di solito non si presentano problemi seri. Quando la distanza aumenta fino a diversi chilometri, iniziano a manifestarsi delle limitazioni, imposte non dagli sviluppatori o dal software, ma dalle leggi stesse della fisica.

Senza un canale radio stabile, anche il dispositivo più sofisticato diventa rapidamente inutile: non può trasmettere dati, ricevere comandi o coordinare azioni con altre macchine. È proprio questo aspetto meno ovvio dei sistemi autonomi che Ashish Parikh di Doodle Labs mette in evidenza .

Il segnale si indebolisce con la distanza e il ritardo tra l’invio e la ricezione dei dati diventa più evidente. Questo ritardo è chiamato latenza. Nei dispositivi convenzionali, anche pochi millisecondi sono appena percettibili, ma per droni e robot, persino un piccolo ritardo può essere problematico: la macchina reagisce a dati già obsoleti. Nel controllo in tempo reale, questa differenza diventa rapidamente critica.

Il tutto si complica con una logica a sciame

La situazione si complica notevolmente quando, invece di un singolo drone, uno sciame di droni opera in aria o a terra. Uno sciame di diverse decine di droni non solo sovraccarica la rete, ma ne modifica anche la natura stessa. È possibile trasmettere simultaneamente decine di flussi video, i droni iniziano a scambiarsi dati tra loro e alcuni di essi fungono da nodi intermedi nel caso in cui l’operatore perda il contatto visivo. Se si applica senza modifiche un sistema progettato per un singolo drone a uno sciame, la rete si sovraccarica rapidamente, con conseguenti interferenze, collisioni di segnale e perdita di pacchetti.

I limiti delle comunicazioni radio non dipendono dalla sofisticatezza del software. I segnali radio obbediscono alle leggi fondamentali della fisica: si disperdono nello spazio, si indeboliscono con la distanza e interferiscono con altri segnali sulle stesse frequenze. Gli ingegneri possono adattare le apparecchiature a queste condizioni, ma i limiti in sé non possono essere superati.

La Zona di Fresnel

Un fattore importante in questo contesto è la zona di Fresnel. Si tratta del volume che circonda la linea retta tra trasmettitore e ricevitore. Per una connessione stabile, questo spazio deve rimanere il più libero possibile. Quando edifici, colline, macchinari o altri oggetti di grandi dimensioni entrano nella zona di Fresnel, la qualità del segnale inizia a degradarsi sensibilmente. A lunghe distanze, persino la curvatura terrestre gioca un ruolo, poiché la linea radio non rimane più approssimativamente rettilinea.

Pertanto, la progettazione dell’antenna è altrettanto importante quanto il modulo radio stesso.

Le antenne omnidirezionali inviano un segnale in tutte le direzioni e sono particolarmente adatte ai droni che si inclinano, ruotano e cambiano orientamento continuamente. Le antenne direzionali funzionano in modo diverso: concentrano l’energia in un fascio stretto. Ciò aumenta la portata e la stabilità della comunicazione, ma solo con un puntamento preciso. Alcuni sistemi utilizzano un sistema di inseguimento meccanico a questo scopo, in cui l’antenna ruota fisicamente per seguire i movimenti del drone e mantenere la direzione desiderata.

Non c’è nulla di fondamentalmente nuovo in queste tecniche. Molte di queste soluzioni sono note agli ingegneri radio da decenni. Ciò che sta cambiando è che i vecchi metodi vengono ora combinati in schemi molto più complessi, in cui decine di dispositivi devono trasmettere dati simultaneamente senza interferire l’uno con l’altro.

Il disturbo intenzionale del segnale

Oltre alle interferenze naturali, esiste un altro problema: il disturbo intenzionale del segnale . Il principio alla base del disturbo è piuttosto semplice: la sorgente di interferenza crea un rumore potente che impedisce al ricevitore di rilevare il segnale desiderato. Di conseguenza, il canale viene interrotto e il drone o il robot perde una connessione stabile con l’operatore.

Per proteggersi da tali interferenze, i sistemi radio utilizzano, ad esempio, l’agilità di frequenza . La trasmissione dei dati salta tra diversi canali per evitare le interferenze. Questo metodo è spesso chiamato salto di frequenza. Tuttavia, i dispositivi di disturbo non sono statici: possono tracciare nuove frequenze e continuare a interferire con la trasmissione. Il risultato è una situazione di stallo costante, in cui frazioni di secondo decidono tutto.

I diversi schemi presentano vantaggi e svantaggi. Un approccio prevede il continuo passaggio tra centinaia o migliaia di frequenze al secondo. Questo rende le comunicazioni più difficili da rilevare e disturbare, ma la maggiore furtività va a scapito della larghezza di banda. Un altro approccio mantiene un canale stabile finché l’interferenza non diventa percettibile, e solo allora cambia bruscamente. La scelta dipende sempre dall’obiettivo: in alcuni casi la furtività è più importante, mentre in altri la velocità di trasferimento dei dati è fondamentale.

È interessante notare che molte di queste tecnologie non sono nate da programmi militari. Inizialmente sono state utilizzate in contesti civili, dove le comunicazioni sono tutt’altro che ideali: in aree urbane densamente popolate, zone colpite da calamità naturali e aree remote prive di infrastrutture adeguate. Un esempio è rappresentato dalla creazione di sistemi di comunicazione al campo base dell’Everest, dove l’aria rarefatta, il terreno impervio e le condizioni meteorologiche imprevedibili complicano notevolmente le comunicazioni radio.

Conclusioni

Da quanto abbiamo compreso, l’operatività di droni e robot non dipende tanto dall’intelligenza dei loro algoritmi quanto dalla solidità del canale di comunicazione. La trasmissione dati rappresenta il vero collo di bottiglia: senza una connessione stabile, anche il sistema più avanzato perde completamente efficacia. Distanza, latenza e attenuazione del segnale non sono problemi risolvibili solo con il software, ma limiti strutturali imposti dalla fisica, che rendono il controllo in tempo reale una sfida costante.

Queste criticità si amplificano ulteriormente negli scenari più complessi, come quelli basati su logiche a sciame. Qui la rete non è più un semplice collegamento punto-punto, ma un ecosistema dinamico in cui decine di nodi comunicano simultaneamente, generando congestione, interferenze e perdita di dati. Elementi come la zona di Fresnel, la progettazione delle antenne e la gestione dello spettro radio diventano quindi fattori decisivi, dimostrando che l’ingegneria delle comunicazioni resta centrale quanto, se non più, dell’intelligenza distribuita.

Infine, l’aggiunta di interferenze intenzionali introduce un ulteriore livello di complessità, trasformando la comunicazione in un vero e proprio confronto strategico. Tecniche come il salto di frequenza offrono soluzioni parziali, ma aprono nuovi compromessi tra affidabilità, velocità e furtività. In questo contesto, emerge chiaramente come il futuro dei sistemi autonomi non sarà determinato solo dai progressi nell’AI, ma soprattutto dalla capacità di garantire comunicazioni resilienti, adattive e robuste anche negli ambienti più ostili.



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