L’11 luglio, ora locale, è stato rivelato che Google DeepMind aveva “reclutato” con successo il team principale della startup di intelligenza artificiale Windsurf. Non molto tempo prima, OpenAI stava negoziando un’acquisizione da 3 miliardi di dollari con Windsurf, e anche Geek Park ne aveva parlato in un podcast. Inaspettatamente, la collaborazione tra le due parti non si è concretizzata, ma Google si è assicurata nuovo “sangue” nel settore dell’AI. Secondo indiscrezioni, Google pagherà 2,4 miliardi di dollari in licenze e compensi per ottenere il contributo di Douglas Chen, co-fondatore di Windsurf, insieme ad alcuni istituti di ricerca avanzata, per rafforzare i propri progetti nel campo della programmazione AI. Windsurf, dal canto suo, rimarrà formalmente indipendente e potrà continuare a concedere in licenza la propria tecnologia ad altre aziende.
Questo modello non è una novità, ma un riflesso di una strategia sempre più aggressiva da parte dei giganti tecnologici: Meta, Google, Apple e la xAI di Elon Musk competono ormai apertamente per attrarre i migliori talenti, anche a costo di “rubare” interi team alle startup emergenti o sottrarli direttamente a colossi rivali come OpenAI e Anthropic. Si parla di pacchetti retributivi che possono arrivare a decine o addirittura centinaia di milioni di dollari, bonus alla firma fuori scala e stock option che trasformano ricercatori e ingegneri chiave in vere e proprie “star” del mercato tecnologico. Spesso sono gli stessi CEO a scendere in campo, organizzando chiamate personali, meeting riservati o investimenti mirati per conquistare pochi profili di altissimo livello.
Tra tutti i big, l’approccio di Meta si distingue per la sua spregiudicatezza. A giugno, l’azienda di Mark Zuckerberg ha riorganizzato completamente il proprio team AI, creando un “super laboratorio” e acquistando quasi metà della startup Scale AI per 14,3 miliardi di dollari. Oltre alla quota societaria, Meta ha nominato il giovane CEO di Scale AI, Alexandr Wang, come nuovo Chief AI Officer, dimostrando quanto sia disposta a spendere per garantirsi figure strategiche. In parallelo, Meta ha puntato direttamente ai migliori ricercatori di OpenAI e Google, offrendo pacchetti contrattuali fino a 300 milioni di dollari in quattro anni, con possibilità di incassare subito una parte consistente.
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OpenAI si è trovata così a diventare, suo malgrado, una sorta di “supermercato” del talento AI. Secondo fonti interne, Meta avrebbe già strappato almeno sette tra i migliori sviluppatori e ricercatori di modelli AI della compagnia fondata da Sam Altman. Quest’ultimo, pur minimizzando la fuga dei profili più strategici, ha ammesso la necessità di intervenire, distribuendo bonus di fidelizzazione tra 1 e 2 milioni di dollari per convincere i ricercatori chiave a resistere alle offerte esterne. La situazione è stata aggravata dalle tensioni interne e dalle crisi di governance che hanno scosso OpenAI negli ultimi due anni, rendendo il personale più vulnerabile al corteggiamento dei rivali.
La concorrenza però non si limita a Meta. Anche Apple, storicamente restia a pubblicizzare le proprie ricerche AI, si è trovata costretta a cambiare rotta. Ha iniziato a permettere ai propri ricercatori di pubblicare articoli scientifici e ha avviato massicci investimenti nei modelli di grandi dimensioni. Tuttavia, questo non ha impedito a Meta di convincere il direttore della ricerca sui modelli di base di Apple a cambiare azienda, offrendogli oltre 100 milioni di dollari, uno stipendio che supera quello della quasi totalità dei dirigenti Apple, fatta eccezione per il CEO Tim Cook.
Nel complesso, quello che sta accadendo in Silicon Valley somiglia sempre più a un vero “calciomercato” dei talenti dell’intelligenza artificiale. Profili che in pochi anni passano da Google a OpenAI, poi a Meta o xAI, in cerca del pacchetto più ricco o della promozione più ambita. In alcuni casi, questi ricercatori decidono di fondare una nuova startup, attirando centinaia di milioni di finanziamenti solo grazie al curriculum accumulato.
Altri, invece, rifiutano le cifre stellari per non diventare “nomadi del talento”. Intanto, sui social, è diventata virale la foto che paragona un ricercatore AI cinese, pagato come una superstar del calcio, a Cristiano Ronaldo: un segno evidente che nella Silicon Valley il vero campione, oggi, non è chi segna più gol, ma chi scrive il miglior algoritmo.
I grandi colossi offrono pacchetti retributivi da decine o addirittura centinaia di milioni di dollari per sottrarre, in tempi rapidissimi, interi team e talenti chiave ai rivali. Spesso sono gli stessi CEO a scendere in campo in prima persona: organizzano chiamate dirette, incontri riservati o investono strategicamente in startup, con l’obiettivo di conquistare pochi fondatori o ingegneri di altissimo profilo. Le aziende “colpite” da queste manovre sono quindi costrette a reagire, distribuendo bonus di fidelizzazione sempre più elevati per arginare la fuga di competenze e trattenere i propri talenti migliori.
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Si può dire che la “guerra dei talenti” nel campo dell’intelligenza artificiale nella Silicon Valley abbia ormai raggiunto livelli parossistici, con la stragrande maggioranza dei fondi che finisce per alimentare un’esigua élite: quell’1% dei talenti più ambiti e qualificati del settore.
È l’ennesima conferma che il mondo del lavoro sta cambiando radicalmente: l’intelligenza artificiale rischia di concentrare nelle mani di pochi ciò che un tempo apparteneva a molti.
Ai posteri l’ardua sentenza.
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