
In un’epoca dominata dall’automazione, il film italiano di Pierfrancesco Diliberto “E noi come stronzi rimanemmo a guardare” non è solo una satira sociale; è un trattato di psicologia comportamentale applicata alla tecnologia.
Vedo in questa pellicola un monito brutale: il rischio dell’eclissi dell’arbitrio umano a favore di un’efficienza algoritmica cieca. Questo articolo esplora come il sacrificio dell’empatia e del pensiero critico in favore dell’ottimizzazione crei, paradossalmente, le vulnerabilità più pericolose per la sicurezza dei dati e delle persone.
Nella storia, il protagonista Arturo (Fabio De Luigi) è un manager rampante che lavora con entusiasmo all’ottimizzazione aziendale. Il paradosso scatta subito: Arturo crea un algoritmo per snellire i processi lavorativi e l’algoritmo lo identifica come “superfluo”. Trovatosi improvvisamente senza lavoro, senza fidanzata e senza casa a 40 anni passati, Arturo finisce a fare il rider per una multinazionale. Questo ci insegna una lezione fondamentale. Affidarsi esclusivamente a difese automatizzate crea un falso senso di sicurezza.
L’algoritmo del film non si limita a suggerire, ma decide. Questo riflette una deriva pericolosa nella gestione dei sistemi. Se l’algoritmo di sicurezza eredita i pregiudizi del programmatore, inizierà a ignorare minacce reali solo perché “fuori statistica” (Bias cognitivo automatizzato). Come i rider del film che corrono senza sapere perché, i tecnici possono diventare semplici esecutori di alert generati da una dashboard, perdendo la capacità filosofica di chiedersi: “Perché questo sta accadendo?”(Perdita di critical thinking)
Il titolo del film è un grido d’allarme: “rimanere a guardare” è un errore fatale. La vera sicurezza non risiede nel firewall più costoso, ma nella cultura della consapevolezza. “L’algoritmo sa come farti arrivare a destinazione più velocemente, ma non sa dirti se la destinazione è quella giusta”
Non siamo solo dati in una matrice di rischio, siamo i custodi dell’eccezione. Vedo spesso che la più grande vulnerabilità non risiede nel software, ma nella rinuncia a stare nel presente.
L’automazione ci promette riposo, ma ci consegna all’apatia!
La cybersecurity del futuro non si misura in minuti di response time o percentuali di detection. Si misura nella capacità di un team di dubitare del comando rapido, di prendersi il tempo di un respiro prima del click.
Per non rimanere spettatori inermi dobbiamo rimettere l’uomo al centro.
Insegnare a riconoscere le manipolazioni emotive, non solo i link sospetti. Sviluppare protocolli dove l’ultima parola spetti sempre a un essere umano capace di assumersi la responsabilità morale del “No”.
Non possiamo fermare il vento della rivoluzione digitale né tornare a remare a mano, perché l’Intelligenza Artificiale è la nuova corrente che muove il mondo.
Il nostro compito non è opporre resistenza, ma smettere di essere passeggeri distratti e diventare timonieri consapevoli, capaci di usare quella spinta per decidere la rotta e non per farci trascinare dal largo.
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