C’è una notte, non molto tempo fa, che mi porto ancora addosso come una macchia che non va via.
Erano le 1:44. Lo so perché ho fatto uno screenshot dell’orario sul display del portatile. Stavo concludendo un articolo che, a pensarci bene, nessuno mi aveva chiesto di finire proprio quella notte. E soprattutto, stavo semplicemente non sentendo. Non sentivo il fatto di essere distrutta. Non sentivo il vuoto dentro. Non sentivo quella domanda che mi girava intorno: ma tu, chi sei quando non c’è nessuno che ti guarda?
Ho spento il computer e in quel momento ho capito una cosa: ero diventata bravissima a non vivere.
E penso che questa sia la storia di molti di noi……
Il bug più elegante del sistema
E allora mi è venuto in mente un super eroe che tutti conosciamo: Batman.
Se conoscete la sua storia, sapete che Bruce Wayne vede i suoi genitori (Thomas e Martha) venire uccisi quando ha otto anni, in un vicolo di Gotham. Da quel momento in poi, decide che nessun altro dovrà soffrire ciò che ha sofferto lui e costruisce mattone dopo mattone, anno dopo anno, muscolo su muscolo quello che probabilmente è il sistema difensivo più sofisticato che la narrativa popolare abbia mai inventato: una tecnologia da paura, una resilienza che sembra impossibile, una pianificazione che anticipa, praticamente, qualsiasi evenienza.
Robert Sapolsky, un neurobiologo di Stanford, nel suo libro fondamentale “Perché alle zebre non viene l’ulcera” descrive qualcosa che capita solo agli esseri umani: la capacità di attivare la risposta da stress non solo di fronte a un pericolo che c’è davvero, ma anche e soprattutto di fronte a un pericolo che si immagina, che si ricorda, che si anticipa. Le zebre scappano dal leone, e poi tornano a mangiare erba come se niente fosse. Noi invece non lo facciamo e teniamo il cortisolo alto per giorni, mesi o addirittura per anni.
La società della stanchezza e il prigioniero volontario
Byung-Chul Han, nel suo libro “La società della stanchezza“, spiega come siamo passati dalla “società disciplinare” di Foucault dove il potere veniva imposto dall’esterno con divieti e coercizioni a una “società della prestazione” dove non ci serve più qualcuno che ci sorvegli. Il soggetto di questa società della prestazione, scrive Han:
«non è più il soggetto che obbedisce, ma il soggetto che performa e che progetta. È imprenditore di se stesso».
Siamo diventati i carcerieri di noi stessi….
Batman è l’archetipo perfetto di questa trappola.
Nessuno lo obbliga a pattugliare Gotham ogni notte.
È libero, ma è proprio questa libertà che lo tiene incatenato.
La maschera non gli è stata imposta: se l’è scelta.
E questa, se ci pensate, è la forma più sottile di prigione che esista.
Nel mondo del lavoro, questo schema lo riconosciamo ovunque:
- L’executive che non prende ferie da due anni e ce lo racconta con un orgoglio non troppo velato
- Il CISO che risponde alle email alle tre di notte e la chiama dedizione
- Il manager che non delega perché «nessuno lo farebbe come lo faccio io ci dice»
In tutti questi casi, l’armatura è già diventata pelle!
Martin Heidegger e Gabor Maté: il corpo che tiene il punteggio
Nel 1927, Martin Heidegger pubblica Essere e Tempo e introduce un concetto che, se ci pensate bene, risuona in modo decisamente inquietante nei corridoi di qualsiasi azienda moderna: il Das Man, il “Si” impersonale.
Il “Si” è quella forma di esistenza in cui ci sciogliamo nel ruolo, nella funzione, in quello che tutti si aspettano da noi.
E nel 2022 il medico Gabor Maté, sostiene un’idea davvero sorprendente: la maggior parte delle malattie croniche che ci colpiscono non sono semplici guasti dell’organismo, ma risposte intelligenti a esperienze che il corpo non ha saputo gestire.
«Il trauma», scrive Maté, «non è ciò che ti succede. È ciò che succede dentro di te in risposta a ciò che ti è successo quando non c’era nessun testimone empatico presente».
Bessel van der Kolk in “The Body Keeps the Score” uno dei testi di psicologia del trauma, più importanti degli ultimi anni, dimostra attraverso neuroimaging e ricerche cliniche che il trauma non vive solo nei ricordi: vive nel sistema nervoso autonomo, nella postura, in come regoliamo le emozioni.
Il corpo tiene il punteggio anche quando la mente ha imparato a non sentirlo più.
L’armatura come single point of failure
In architettura dei sistemi, un single point of failure è un componente che, se si rompe, fa collassare tutto il sistema. Le infrastrutture critiche vengono quindi progettate con ridondanza proprio per evitarlo.
Batman è progettato come un single point of failure.
Non delega (chi potrebbe essere all’altezza?).
Non si fida completamente (la fiducia è una vulnerabilità e lui ne conosce il prezzo).
Non mostra mai incertezza (il dubbio è contagioso nei momenti di crisi).
E quindi cosa accade secondo voi?
Friedrich Nietzsche, in Così parlò Zarathustra , parla di tre metamorfosi dello spirito: il cammello che sopporta il peso del dovere, il leone che lotta per la propria libertà, e il bambino che crea nuovi valori con “innocenza e oblio”.
Beh, Batman è il leone perfetto. E nonostante ciò, siamo davanti ad un problema.
E il problema è che si è fermato proprio lì, alla seconda metamorfosi.
Batman non ha chiuso il cerchio, non ha fatto la terza metamorfosi e non è mai stato un bambino.
Nietzsche scriveva anche: «Ciò che non mi uccide mi rende più forte».
Eppure certe esperienze non ci uccidono e non ci rendono più forti, semplicemente ci plasmano in una forma che poi non riusciamo più a sciogliere.
Il coraggio della vulnerabilità: Brené Brown e Aristotele
Brené Brown, nel suo celebre TED Talk The Power of Vulnerability ci dice:
«La vulnerabilità non è conoscere la vittoria o la sconfitta», scrive. «È capire che entrambe sono necessarie».
Ma vorrei andare ancora un passo oltre prima di concludere.
Aristotele, nell’Etica Nicomachea, descrive la virtù come mesotes il punto medio tra due eccessi.
In pratica, il coraggio non è non avere paura.
È agire, nonostante la paura, in modo adeguato alla situazione.
Sono un filosofo e un coach e il mio lavoro non è dare risposte ma fare domande.
Vi lascio quindi con queste due domande:
- Chi sono io, quando non sto proteggendo niente?
- Chi sono davvero io, senza la mia corazza?
Ora vi state chiedendo.. perché vi esorto a rispondere a queste domande?
Perché quella persona – che siete voi veramente – merita qualcosa di più!
Merita il permesso di togliere la maschera, almeno ogni tanto, senza che il mondo crolli.
La vera forza non sta nel non cadere mai.
È sapere che anche se cadi, tu non sei la tua caduta!
La vera resilienza è la capacità di tollerare il downtime, senza interpretarlo come una catastrofe.
La vera resilienza è una postura!
Umanista per vocazione lavora in Cybersecurity per professione. In FiberCop S.p.a come Risk Analyst.
Aree di competenza: Cyberpsicology, Philosophy, Counseling, Coaching, Digital Wellbeing, Digital Ethics, Risk Analisys