
L’intelligenza artificiale è entrata nel lavoro senza bussare.
Non come una rivoluzione urlata, ma come una presenza costante, quasi banale a forza di ripetersi. Ha cambiato il modo in cui le persone lavorano, sì, ma anche il modo in cui pensano al lavoro. Oggi si parla di collaborazione uomo-macchina come se fosse sempre esistita, quando invece è una cosa piuttosto recente, ancora un po’ sbilenca, ancora in assestamento.
Questa transizione non è stata lineare. È arrivata dopo un periodo confuso, fatto di carenze di competenze, lavoro da remoto forzato, aziende che cercavano di tenere insieme i pezzi. In quel contesto, molte organizzazioni hanno iniziato a guardare meno ai processi e un po’ di più alle persone, all’esperienza dei dipendenti. Non per bontà d’animo, ma per necessità.
Nel frattempo i dati sono aumentati, parecchio. Più di quanti una singola persona possa davvero leggere, capire, collegare. Fogli, dashboard, sistemi che parlano lingue diverse. L’intelligenza artificiale, inserita in modo strategico, promette di fare ordine o almeno di ridurre il rumore. Personalizza, suggerisce, riassume. Non pensa al posto delle persone, ma toglie un po’ di peso dalle spalle.
Il punto è che l’adozione è stata rapida. Automazione prima (machine learning), poi AI, poi AI generativa, ora agenti autonomi. Tutto in pochi anni.
Questo ha spostato qualcosa anche a livello culturale: l’AI non è più un affare solo per l’IT. Sta diventando una competenza trasversale, qualcosa che riguarda ruoli molto diversi tra loro.
Non tutti i leader si sentono a loro agio. Alcuni dati lo mostrano chiaramente: molti dirigenti si aspettano che l’AI trasformi il cuore del business, ma allo stesso tempo faticano a ottenere valore reale. Sistemi scollegati, tecnologie che non comunicano, investimenti che corrono più veloci dell’organizzazione. E poi c’è la cultura, che pesa più della tecnica. Molti CEO lo dicono apertamente: cambiare mentalità è più difficile che cambiare software.
Nel frattempo il mercato del lavoro si muove, che lo si voglia o no. Le stime parlano di automazione di una parte significativa dell’orario di lavoro e di milioni di transizioni professionali. Posti che scompaiono, altri che nascono. Non è una storia nuova, ma il ritmo è diverso.
Più veloce, meno indulgente (lo abbiamo visto con le offerte dei programmatori junior: inesistenti). Le competenze di oggi non bastano più per domani, e questo vale un po’ per tutti.
Alcune aziende stanno reagendo in modo sistemico. Non corsi spot, non iniziative isolate, ma AI integrata nei processi operativi. I risultati, secondo alcuni studi, sono migliori: più fidelizzazione, più crescita. E insieme a questo cresce l’attenzione verso nuovi modelli di gestione e formazione, pensati per persone che devono convivere con l’AI, non subirla.
In questo scenario, il presente viene visto come una finestra. Un momento in cui si può ripensare il lavoro valorizzando il contributo umano, costruendo sistemi più resilienti. Serve pianificazione, certo, ma anche una cultura che non reagisca con paura a ogni cambiamento. Detto così sembra semplice.
Nella pratica è molto meno ordinato e lo si vede in molte aziende. E’ complicato stare al passo con i tempi della digitalizzazione di oggi.
Sul piano tecnologico, alcune famiglie di strumenti guidano il cambiamento. L’AI generativa, basata su modelli linguistici di grandi dimensioni, produce testi, codice, immagini. È diventata popolare, quasi inflazionata, ma in azienda ha applicazioni molto concrete: marketing personalizzato, traduzioni, materiali formativi, sintesi di contenuti.
A volte funziona benissimo, altre meno. Dipende.
Poi ci sono gli assistenti AI, integrati nei software quotidiani che oggi creano più problemi che altro, ma domani funzioneranno bene, come tutte le altre cose che il digitale e l’uomo ha costruito: “Acceleratori”. Rispondono, suggeriscono, supportano decisioni. In alcuni casi arrivano a sostituire interi flussi di lavoro.
Esistono esempi di assistenti che gestiscono centinaia di richieste al giorno con poco intervento umano. All’interno delle aziende fanno qualcosa di simile, aiutando le persone ad accedere a informazioni contestuali senza doverle cercare ovunque. Le rimpiazzeranno? Una domanda da un milione di dollari o forse più.
Infatti gli agenti di intelligenza artificiale sono lo step successivo della GenAI. Sistemi più autonomi, capaci di portare avanti compiti complessi, accedere a dati esterni, “ricordare“. Vengono già usati in ambiti diversi, dalla sanità alle risorse umane, dal servizio clienti all’analisi delle informazioni. Non sono semplici chatbot. Sono instancabili lavoratori digitali.
Tutto questo cambia la natura del lavoro. Le attività di routine vengono delegate, la velocità aumenta. I flussi di lavoro si spezzano in parti: alcune alle macchine, altre alle persone. Gli esseri umani forniscono contesto e giudizio, l’AI riconosce pattern ed esegue. Non è solo una questione tecnica, è un cambio di postura mentale.
Il diritto, come spesso accade, arriva dopo. È quasi una costante storica: l’innovazione corre, sperimenta, sbaglia, rompe cose; le norme arrivano più tardi, quando il disordine è già visibile. È successo con internet, con i social, con i dati. Nessuna sorpresa. Solo che con l’intelligenza artificiale la faccenda si fa più strana del solito.
Perché questa volta non siamo semplicemente in ritardo. Siamo fermi, a guardare. Non sappiamo ancora che forma prenderà davvero l’AI, dove si stabilizzerà, se mai lo farà. Non è chiaro se diventerà uno strumento silenzioso, un’infrastruttura invisibile, o qualcosa di più invasivo, più opaco. E mentre aspettiamo di capirlo, le leggi restano indietro. Non per inerzia, ma per mancanza di oggetto. Regolare cosa, esattamente, se il perimetro continua a spostarsi?
L’etica poi è un altro discorso. O meglio, sarebbe un discorso, se non fosse spesso ridotta a slide, principi generici, comitati consultivi che arrivano quando le decisioni sono già state prese dall’algoritmo. Dalla scatola nera e dai suoi guardrail. L’etica dovrebbe anticipare, invece di insegue. O si limita a commentare. Intanto i sistemi vengono distribuiti, usati, normalizzati. E ciò che viene normalizzato smette presto di fare paura, anche se non è stato davvero compreso a fondo.
Il paradosso è tutto qui. Stiamo costruendo regole per qualcosa che non conosciamo ancora, mentre quella stessa cosa sta già cambiando il lavoro, il potere decisionale, la responsabilità e la società. Non è solo un problema giuridico. È un problema pratico. Chi risponde quando un sistema sbaglia? Chi decide cosa è accettabile delegare? Dove finisce l’automazione e dove inizia la rinuncia?
Forse la questione non è rincorrere l’AI con nuove leggi sempre in affanno. Forse è accettare che questa volta il vuoto normativo non è solo un ritardo, ma un segnale. Un invito a rallentare, ad osservare cosa stiamo davvero spostando fuori dall’umano, e cosa invece fingiamo di controllare.
L’intelligenza artificiale non chiede permesso.
Non aspetta regolamenti, né linee guida etiche ben scritte.
Funziona, viene adottata, diventa abitudine.
E quando qualcosa diventa abitudine, smette di essere messo in discussione. Non perché non abbia fatto il suo lavoro, ma perché il lavoro vero, nel frattempo, è già cambiato. E forse anche noi, senza accorgercene.
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