Qualche giorno fa sul blog della ransomware gang LockBit viene pubblicata una rivendicazione piuttosto preoccupante: attacco all’Agenzia delle Entrate, con tanto di pubblicazione dei dati dopo due giorni.
La notizia, per quanto preoccupante, viene presa con le dovute cautele: non sono stati pubblicati samples a dimostrazione dell’attacco e il silenzio delle istituzioni e dei media intorno a quello che sarebbe stato, se confermato, un attacco dalle conseguenze catastrofiche, consigliava prudenza.
E’ bastato attendere poco, neanche 48 ore, perché la pubblicazione dei dati sottratti dalla presunta “Agenzia delle Entrate” ha in qualche modo confermato i sospetti: i documenti esfiltrati non sembrano proprio originati dall’Ente Pubblico che gestisce la fiscalità italiana quanto da uno studio di commercialisti veronese.
Advertising
Se è pur vero che il bislacco e complesso funzionamento della tassazione italica richiede di avvalersi di una figura di professionisti dedicata –i commercialisti– non molto comprensibile all’estero (questo potrebbe aver tratto in inganno la ransomware gang), bastava rendersi conto che gran parte dei documenti ha una intestazione ben evidente e che, certamente, una esfiltrazione dai server dell’AdE avrebbe permesso di entrare in possesso di ben altra mole di dati, non di soli 3700 files dentro una cartella dal nome piuttosto eloquente: “SCANNER“.
Qualcuno (sicuramente i funzionari e il reparto IT dell’Agenzia delle Entrate) avrà tirato un sospiro di sollievo.
Un po’ meno coloro che, senza volerlo e probabilmente senza neppure immaginarlo, si sono trovati i propri documenti anche riservati (basta scorrere l’elenco dei files esfiltrati per avere, già nel nome del file, informazioni personali) alla mercé di chiunque.
Infatti, sono finiti online, sul blog di Lockbit, informazioni relative ai clienti dello studio associato dei dottori commercialisti colpito dal ransomware.
Sono i clienti, in questo caso, le prime vittime dell’attacco, inconsapevolmente: chi di loro avrebbe mai immaginato che fornendo i loro documenti al commercialista se lo sarebbero ritrovato, come conseguenza di un attacco, pubblicato sul dark web? Parliamo di fatture, documenti relativi a pratiche fiscali, notule, bilanci…
Advertising
Il Regolamento Europeo 2016/679 “GDPR” pone in capo al Titolare precisi obblighi in merito alla protezione dei dati personali degli interessati, ovvero di tutti coloro che affidano le loro informazioni riservate per un qualsiasi motivo, come l’erogazione di un servizio. Ed è cura del Titolare adottare tutte le misure tecniche e organizzative necessarie a garantirne la protezione da occhi indiscreti.
Difficile, per un utente, valutare se il professionista a cui affida i suoi dati se ne prende cura in modo adeguato. Generalmente, purtroppo, la scarsa affidabilità si palesa solo a frittata fatta, quando i dati sono stati pubblicati e non c’è modo per arrestarne o controllarne la diffusione. Dati che hanno un valore economico e possono essere usati per furti d’identità, campagne di spear phishing o chissà quale altra attività criminale.
Anche se il Garante della Privacy, con tutta probabilità, avvierà una istruttoria per verificare se il Titolare dei dati adottasse davvero tutte le misure tecniche e organizzative necessarie alla tutela dei dati, i clienti hanno ormai subito un danno difficilmente riparabile.
Certo, la ransomware gang Lockbit è comporta da criminali senza scrupoli, che si intrufolano nei sistemi (poco protetti) delle vittime per rubare i dati e chiedere il riscatto. Ma, per contro, le vittime avevano adottato adeguate misure di protezione? O, forse, c’è ancora una certa leggerezza, soprattutto nell’ampio sottobosco italiano delle PMI, nella gestione dei dati informatici? Con la scusante (vera o presunta) delle “poche risorse disponibili per la cybersecurity“, stanno giocando alla roulette russa con i nostri dati.
Forse è il caso di iniziare a chieder conto a coloro a cui affidiamo i nostri dati. Chiedergli se sono custoditi con cura, in sicurezza e con le misure di protezione adeguate. Altrimenti, beh, forse meglio cambiare professionista.
📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su Google Discover (scorri in basso e clicca segui) e su 🔔 Google News. Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram. Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici
Nato e cresciuto a Siena, è Responsabile della Cybersecurity dell’Università di Siena. Lavora nel campo ICT da oltre 20 anni, usando esclusivamente software libero. Da sempre attento alle tematiche sulla privacy e sui diritti civili digitali, attraverso il suo blog nato nel lontano 2000, è ancora attivamente impegnato nel sensibilizzare i cittadini su queste tematiche.
Ritorna lunedì 18 e martedì 19 maggio la Red Hot Cyber Conference 2026, l’evento gratuito creato dalla community di Red Hot Cyber, che si terrà a Roma in Via Bari 18, presso il Teatro Italia. L’iniziativa è pensata per promuovere la cultura della sicurezza informatica, dell’innovazione digitale e della consapevolezza del rischio cyber. Rappresenta un punto di incontro tra professionisti, studenti, aziende e appassionati del settore, offrendo contenuti tecnici, workshop e momenti di confronto ad alto valore formativo.
L’edizione 2026 si svolgerà a Roma nelle giornate del 18 e 19 maggio presso il Teatro Italia e includerà attività formative, sessioni pratiche e la tradizionale Capture The Flag. L’evento è completamente gratuito, ma la partecipazione è subordinata a registrazione obbligatoria tramite i canali ufficiali, al fine di garantire una corretta organizzazione e gestione degli accessi.
Le iscrizioni saranno disponibili a partire dal 16 marzo 2026 attraverso la piattaforma Eventbrite, dove sarà possibile registrarsi ai diversi percorsi dell’evento: workshop, conferenza principale e competizione CTF. I link ufficiali di registrazione saranno pubblicati sui canali di Red Hot Cyber e costituiranno l’unico punto valido per la prenotazione dei posti all’evento.