Prima di addentrarci in questo articolo, vorrei sfruttare l’occasione per iniziare con una domanda semplice, ma tutt’altro che banale: chi controlla oggi l’AI e, soprattutto, chi decide cosa è realmente in grado di fare?
Gli Hyperscaler del Cloud?
I laboratori di Intelligenza artificiale?
Chi li integra nei propri sistemi?
Oppure, alla fine, nessuno ha davvero il controllo completo di una tecnologia che sta diventando sempre più autonoma?
Sono domande che dobbiamo iniziare a porci con urgenza, perché il problema non riguarda più soltanto la potenza dell’intelligenza artificiale, ma la “capacità di governarla”.
E forse è proprio questa è la nuova frontiera della cybersecurity: non proteggere soltanto l’uomo dalle macchine, ma fare in modo che le macchine non possano mai oltrepassare il perimetro entro il quale gli esseri umani hanno deciso di farle lavorare.
Perché quando una tecnologia diventa capace di agire (e domani lo sarà anche nel mondo fisico e non solo all’interno di un datacenter), la sicurezza non si può più limitare a chiedersi cosa possa fare. Deve soprattutto stabilire cosa non le deve essere mai consentito di fare.
Ma proprio perché a queste domande ancora non c’è una risposta (e neanche i big della silicon valley hanno la ricetta magica per capirle se non proclamare “blocchi” e “audit di sicurezza”), oggi è stato “boom” per le aziende che si occupano di Cybersecurity trainate dalla “Paura Agentica”.
Si, coniamo questo nuovo nome perché si tratta di questo e tutti quanti in un qualche modo la stiamo subendo.
CrowdStrike ha chiuso a 241,83 dollari, con un aumento del 13,9%, registrando il suo massimo storico. Palo Alto Networks, la più grande azienda di sicurezza informatica al mondo per fatturato, è salita del 13,1% a 373,94 dollari, segnando la maggiore crescita da aprile 2025.
Entrambe le aziende svolgono un ruolo importante anche nel processo di sviluppo dei modelli AI, partecipando ai test non pubblici di modelli di OpenAI e Anthropic. Allo stesso tempo, l’azienda specializzata in sicurezza Fortinet è salita del 9,0%, mentre le aziende di sicurezza dell’identità Okta (12,0%) e SailPoint (15,3%) hanno mostrato un forte rialzo a due cifre.
Il rialzo delle azioni per le aziende di sicurezza informatica è derivato sia dalla così detta “Paura Agentica” e sia per il probabile rallentamento dello sviluppo dell’AI e dalla maggiore domanda di monitoraggio e controllo degli agenti.
Tommer Waingarten, CEO di SentinelOne, ha dichiarato a CNBC: “L’unico modo per identificare quando l’AI si discosta dal suo scopo originale è monitorarla in profondità”.
Kirk Martens, analista di Evercore ISI, ha affermato: “Anche se la velocità di addestramento dell’AI rallenta, gli agenti avranno comunque bisogno di sicurezza, governance e monitoraggio”, prevedendo una tendenza strutturale all’aumento delle spese per la sicurezza informaica.
Il punto, però, va ben oltre l’andamento dei titoli in Borsa. Se la crescita dell’AI porterà con sé una crescita parallela della domanda di sicurezza, è perché stiamo affidando ai modelli sistemi, dati e capacità operative sempre più importanti.
E qui emerge il vero problema: un modello AI non è soltanto uno strumento di produttività, ma è anche uno strumento di attacco.
Ritorniamo quindi al concetto di dual use: la stessa capacità che permette a un agente di automatizzare un’attività legittima può, se indirizzata diversamente, essere usata per individuare vulnerabilità, superare controlli o operare su sistemi informatici dai criminali informatici.
Quindi:
- Più autonomia concediamo ai modelli, maggiore diventa la necessità di sapere cosa stanno facendo. Ma noi vogliamo più autonomia per ridurre i costi e migliorare le performance.
- Spesso non sappiamo quali dati stanno manipolando. E probabilmente non lo sa nessuno.
- Quasi sempre, non sappiamo quali azioni possono svolgere realmente. Il thinking? Chi lo guarda? Disabilitiamo così non consumiamo i token.
Purtroppo, l’ago della bilancia dovrà pendere da qualche parte, ma la storia ci insegna che autonomia e controllo sono due grandezze inversamente proporzionali. E su questo, prima o poi, dovremo fare i conti.
Per questo il futuro dell’AI non potrà essere costruito soltanto aumentando potenza di calcolo e capacità dei modelli.
Serve controllo, monitoraggio, governance e soprattutto limiti verificabili all’interno delle black box “opache” che le rendono impossibili da controllare almeno ad oggi (lo abbiamo visto con gli attacchi di OpenAI ad Hugging Face e a RubyGems).
Perché quando un sistema diventa così potente da agire in modo autonomo, la domanda più sottile non è più “cosa è in grado di fare”.
Sarà soprattutto “in che modo la riesco a controllare?”
Responsabile del RED Team di una grande azienda di Telecomunicazioni e dei laboratori di sicurezza informatica in ambito 4G/5G. Ha rivestito incarichi manageriali che vanno dal ICT Risk Management all’ingegneria del software alla docenza in master universitari.
Aree di competenza: Bug Hunting, Red Team, Cyber Threat Intelligence, Cyber Warfare e Geopolitica, Divulgazione