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MonitoraPA: dopo Google Analytics, ora tocca a Google Fonts

AutoreStefano Gazzella

L’azione degli attivisti digitali di MonitoraPA non sembra conoscere ferie né pause estive, dal momento che è stata varata la nuova architettura dell’osservatorio automatico distribuito, che prossimamente verrà diretto anche al di fuori della Pubblica Amministrazione”.

La novità non è però solamente nei propositi annunciato, dal momento che nel mese di agosto, in modo pressoché identico rispetto a quanto era avvenuto a giugno con le segnalazioni della presenza di Google Analytics all’interno dei siti istituzionali delle pubbliche amministrazioni italiane poi sfociate in una segnalazione direttamente all’Autorità garante per la protezione dei dati personali, ben “10.162 Pubbliche Amministrazioni” sono state raggiunte da una PEC per segnalare l’inclusione di “font e css richiesti direttamente ai server di Google Fonts”.

La richiesta che viene formulata – in maniera altrettanto analoga rispetto alla precedente serie di comunicazioni – è l’interruzione del “trasferimento sistematico verso Google di diversi dati personali dei visitatori”, contestando – in linea con gli ultimi interventi delle autorità di controllo – l’illiceità del trasferimento verso gli Stati Uniti attraverso o la rimozione di Google Fonts, o altrimenti l’adozione di “misure tecniche supplementari efficaci a protezione dei dati personali dei visitatori”. Una misura esemplificativa viene esposta all’interno della stessa comunicazione:

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Ci teniamo a precisare che per quanto riguarda Google Fonts, da un punto di vista tecnico l’interruzione del trasferimento è piuttosto semplice: sarà sufficiente installare sul vostro server web suddette risorse e modificare le pagine del vostro sito affinché le incorporino attraverso chiamate locali invece di richiederle ai server di Google.”.

Al decorrere del termine indicato per ottemperare alla richiesta, l’esito di una nuova scansione sarà allegato ad una segnalazione diretta però al Garante Privacy ai sensi dell’art. 144 Cod. Privacy. Anche in questo caso, in modo totalmente analogo rispetto a quanto già avvenuto per Google Analytics.

Nonostante il testo della PEC venga presentato come “Una PEC… per affondare Google Fonts” sarebbe riduttivo interpretare la battaglia di hacktivism come rivolta contro l’impiego di uno o più strumenti o in contrasto ad uno o più fornitori di servizi.

Piuttosto, viene da pensare che la scelta di seguire la scia di una già riscontrata assenza di adeguatezza della legislazione statunitense e del trend applicativo di quel principio di diritto che si sta andando a consolidare in Europa e profila gli orizzonti della disconnessione dai servizi che comportano l’esportazione di dati personali verso gli Stati Uniti sia un metodo (più o meno condivisibile) per perseguire obiettivi politici di più ampio respiro e “che trascendono la pubblica amministrazione”.

Obiettivi che sono stati dichiarati in maniera emblematica nel testo che campeggia nel sito di MonitoraPA: “Viviamo in una società cibernetica, vogliamo che sia democratica”.