La Federico II e il NeAcademy/DataFest 2026 segnano un cambio di paradigma: l’università non è più solo formazione, ma hub di innovazione dove aziende e ricerca si incontrano direttamente. Industria e ateneo collaborano per sviluppare competenze e tecnologie, invertendo la dinamica tradizionale: oggi è il mercato a cercare l’università.
Per un pezzo, alle nostre latitudini, una parte dell’opinione pubblica, ha sempre guardato l’università come ad una cattedrale nel deserto, brava a formare talenti che poi sbattevano contro le porte chiuse del sistema Italia ed erano costretti a scappare. Ma dentro i corridoi della Scuola Politecnica della Federico II qualcosa ha girato, silenziosamente e con una certa determinazione. Le aziende hanno cambiato strategia, e oggi non aspettano più l’invito: si è reso, per loro, più profittevole presentarsi direttamente.
Lo si è visto in maniera inequivocabile il 3 e 4 giugno, durante la due giorni di NeAcademy e DataFest2026 nell’Aula Magna di Piazzale Tecchio. Niente sfilate di loghi, niente salotti da speech istituzionale. L’evento, nato da un’idea di Federico Santulli, Imprenditore CEO @Youcall e NHM, e da lui fortemente voluto, ha fatto una cosa più difficile: mettere allo stesso tavolo studenti, docenti universitari, colossi e specialisti di reti e cybersecurity. I risultati sono stati inequivocabili e i numeri parlano da soli: 400 presenti, 40 speaker, 18 partner. Sul palco, tra gli altri, l’autorevole presenza del Prof. Giorgio Ventre a rappresentare la Apple Developer Academy della quale è Direttore Scientifico.
Foto: Carlo Denza
Il cambio di marcia che nessuno aveva scritto nel programma
Nella prima giornata, durante l’apertura dei lavori, è risuonata una frase che ha fatto un certo effetto. Qualcuno l’ha pronunciata con la misura di chi è abituato a pesare le parole:
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“Siamo sempre stati noi, l’università, a proporci alle aziende. A chiedere di essere considerati partner. Oggi la prospettiva si è ribaltata: sono loro che vengono a cercarci dentro la Federico II.”
Inversioni di questo tipo nei settori tecnologici avvengono sottotraccia per anni, senza comunicati stampa, fino al giorno in cui qualcuno le descrive ad alta voce. È un po’ come in un déjà vu, quando capita, ci si volta e tutti riconoscono di averle già vissute. Qui è successo esattamente questo.
Cosa c’è dietro, concretamente? Due milioni di euro dal Dipartimento per la Trasformazione Digitale per l’infrastruttura DAS; la SIC Academy a San Giovanni a Teduccio che fa scuola a livello nazionale; laboratori dove si fabbricano antenne a 300 GHz con nanomateriali, si sparano singoli fotoni in configurazione quantistica, si testano droni per scovare perdite idriche sottoterra. Qualcuno nei corridoi ha sintetizzato tutto questo con una certa fierezza dipartimentale:
“La prova che il futuro si fa con le mani, mica con le slide.”
Le aziende si presentano perché sanno che lì dentro si sta formando il capitale umano di cui hanno bisogno, quello che non compri già impacchettato sul mercato, ma si può incrociare mentre sta ancora crescendo. A differenza di un software, un ingegnere formato in un certo modo non si copia o si compra con una licenza.
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Foto: Carlo Denza
Gli “idraulici del web” e la caccia al traffico spazzatura
Nella prima giornata, la NeAcademy ha lavorato con un obiettivo preciso. Ha voluto azzerare la distanza tra la teoria dei manuali e i chilometri di cavi che corrono là fuori. Chi mastica di reti di comunicazione, sa che i protocolli BGP (Border Gateway Protocol), le dinamiche di peering o la sicurezza del routing, si capiscono davvero solo davanti a uno schermo che pulsa di traffico reale.
“Non avete idea di quanta vita ci sia dietro ogni singola notifica che vi arriva sul telefono. Parliamo di caffè bevuti insieme per stringere accordi, anni di esperienza condensati in millesimi di secondo.”
A dare spessore a questa visione ci ha pensato la community degli Internet Exchange Point. Gli esperti del MIX (Milan Internet eXchange), che gestisce una quarantina di macchine sul territorio e oltre 620 interfacce di peering per più di 450 operatori, hanno tirato fuori una vecchia definizione, efficace come poche:
“Siamo gli idraulici di Internet. Mettiamo a disposizione tubi grandi quanto gli operatori chiedono, poi quello che passa dentro non è affare nostro.”
Quando però l’idraulica si rompe o viene attaccata, le cose cambiano. Aruba ha mostrato in tempo reale come si respinge un attacco DDoS su scala industriale, portando alla luce una strategia nuova dei criminali informatici: l’obiettivo non è più solo saturare la singola vittima, ma colpire le infrastrutture comuni per mettere giù intere aree geografiche. Per farlo servono sistemi di filtraggio automatico capaci di tagliare l’80% del traffico spazzatura in pochi secondi, inviando il residuo nelle cosiddette “lavatrici” per ripulirlo prima della consegna.
A fine giornata, Luca Deri, fondatore di NTOP, ha presentato ntopng, uno strumento open source tutto italiano che integra intelligenza artificiale per monitorare e correlare i flussi di rete, pensato per chi viaggia nelle infrastrutture senza visibilità. Dal team è arrivata una dichiarazione d’intenti piuttosto netta:
“Noi non siamo persone che fanno AI. Noi siamo utenti. Noi non vogliamo fare AI. Vogliamo usarla, e applicarla a questo problema, che è anche il vostro problema.”
Quando il cloud tocca terra e guarda lo spazio
Al DataFest del 4 giugno l’aria in Aula Magna ha cambiato tono. Meno codice, più infrastruttura pesante: la platea si è riempita di decision maker e professionisti dei data center. Dai panel è uscito qualcosa che ha fatto riflettere i presenti: il digitale del domani sarà distribuito e di prossimità, perché la latenza non è solo un numero tecnico, sposta i mercati, ridisegna le architetture, sposta il tiro sulle scelte d’investimento. E la rete terrestre impara a dialogare con lo spazio.
Le nuove flotte satellitari LEO (Low Earth Orbit) diventeranno parte fondamentale di un sistema ibrido, l’unica strada, modo concreto per portare edge computing (elaborazione dei dati in tempo reale, direttamente alla fonte, senza doverli inviare a server remoti) e connettività dove l’orografia del territorio ferma la fibra, appoggiandosi ai grandi teleposti (postazioni periferiche dove si raccolgono e trasmettono dati e comunicazioni) storici nazionali come Fucino, Lario e Scanzano.
PNRR, Energia e Datacenter
A terra, la mappa delle connessioni corre sulla dorsale di OpenFiber. Giugno 2026 coincide con la chiusura dei cantieri PNRR, scadenza che si sentiva arrivare da mesi. Con 17,5 milioni di unità immobiliari raggiunte, il baricentro dell’impegno industriale si è già spostato: la fibra ha cablato oltre 25.000 strutture sanitarie per la telemedicina e adesso aggancia i nodi delle Smart Grid energetiche. Il salto da canale passivo a midollo del Paese è avvenuto.
Di quanta energia richieda tutto questo ha parlato Equinix, colosso da 280 data center nei cinque continenti. I nuovi cluster per l’intelligenza artificiale concentrano fino a 1 o 2 Megawatt in un solo metro quadro. Per una densità del genere il raffreddamento a liquido non è più opzionale ma è la conseguenza diretta, e ha rimesso in discussione il design delle sale server. Sul campo, la pressione si sente ogni mattina. Francesco Taurino l’ha raccontato dall’interno, descrivendo la costruzione di DataFelix, il data center Tier III+ di Caserta di cui lui è co-fondtore. Taurino dice:
“Quando abbiamo aperto il cantiere nel 2020, GPT-3 era appena uscito. Dal 2022 la richiesta di calcolo per l’AI ci è letteralmente crollata addosso. Non è più una tendenza da convegno, è un fatto solido da gestire ogni mattina.”
A chiudere il cerchio ci ha pensato la RAI con un’analisi sul futuro dello streaming live: tra dieci anni la distinzione tecnica tra antenna, satellite e web sarà pura archeologia.
Foto Carlo Denza
Un ecosistema che ha smesso di aspettare
La notizia politicamente più pesante dei due giorni è passata quasi in sordina, ma merita di essere messa a fuoco. Il professor Nicola Pasquino ha annunciato la firma di un protocollo di collaborazione triennale tra la Federico II e il binomio NeAcademy/DataFest. L’ateneo napoletano apre le porte a una partnership permanente, e l’obiettivo dichiarato è trasformare la città nel principale riferimento tecnologico per tutto il Sud Italia.
Come faceva notare a margine un docente visibilmente soddisfatto, la rotta è invertita per davvero. I privati chiedono di sedersi al tavolo fin dal primo giorno, per co-progettare i profili tecnici insieme all’università. Federico Santulli di NeAcademy, che questo progetto lo ha costruito mattone dopo mattone, la mette giù con la concretezza di chi sa cosa costa alzare una cosa del genere:
“Vogliamo gettare una passerella vera tra l’accademia e le telecomunicazioni, raccontando il terremoto industriale che questa tecnologia sta scatenando sul campo.”
Gli economisti predicano una legge empirica, non scritta da nessuna parte ma che qui è stata evidenziata chiaramente.
L’innovazione nasce dove il sapere raggiunge una massa critica sufficiente a generare attrazione. La Federico II, fondata nel 1224, una delle università più antiche del mondo, questa attrazione la esercita da secoli. Quello che è cambiato è la direzione: oggi attira anche il mercato, non solo gli studenti.
Lo si vede dalla comunità tecnica che si ritrova ogni primo mercoledì del mese a discutere di routing, dai nodi di Namex e MIX attivi in città, dai data center che spuntano nel cuore industriale della regione.
Infine, chi scrive ha frequentato negli anni i grandi appuntamenti nazionali del settore, Milano, Bologna, Torino. L’energia respirata qui, la densità dei contenuti, la qualità del networking non hanno nulla da invidiare a quei modelli. Napoli da tappa periferica sta con fatica e pazienza sistemando tutti i pezzi di quel puzzle che, una volta composto, le garantiranno di avere tutte le carte in regola per diventare e confermarsi principale snodo tecnologico del Mediterraneo.
La posizione geografica al centro delle rotte, i cavi sottomarini, ingegneri a ciclo continuo, flessibilità creativa. In questi due giorni di giugno, tra le mura di Piazzale Tecchio, molte di quelle caselle sono state contrassegnate.
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Ha frequentato il corso di Informatica presso l’Università Federico II di Napoli, contribuendo allo sviluppo di applicazioni software in Java per il settore sanitario. Si dedica alla scrittura tecnica e alla divulgazione in ambito ICT e cybersecurity. Corrispondente per Red Hot Cyber, segue l’evoluzione dello scenario tecnologico nazionale e internazionale partecipando ai principali eventi di settore, raccontando le tendenze emergenti dell’innovazione digitale e della sicurezza informatica.
Aree di competenza:Storia dell'informatica, Awareness, Divulgazione, Inviato per Red Hot Cyber
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Docente: Pietro Melillo, PhD presso l’Università del Sannio e docente presso IUSI University
Livello: Intermedio
Durata: 15 ore in Live Class con docente dal vivo
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Certificazione : Cyber Threat Intelligence Professional (CTIP) previo superamento dell’esame finale
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