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Non è l’attacco informatico a farti cadere. È solo l’abitudine!

9 Febbraio 2026 07:07

Non è l’esplosione che ti fa cadere. È la cosa piccola. Quella che scambi per routine. Una latenza che “oggi va così”. Un alert che suona e finisce in fondo a una lista, perché “tanto è sempre lo stesso”. Un accesso fuori orario che sembra un dettaglio, e invece è un dito appoggiato sul vetro: qualcuno sta provando la temperatura della tua porta.

In zona grigia la caduta somiglia spesso a una buccia di banana. Non fa rumore. Non illumina il cielo. Ti fa solo scivolare nel momento sbagliato. E nel cyber, il momento sbagliato è già mezzo incidente.
Negli ultimi giorni, la Norvegia ha rimesso l’Artico e l’High North al centro delle sue valutazioni pubbliche: attività d’intelligence russa, pressione, ricognizione, e un’attenzione particolare alle infrastrutture critiche. Sì, è un teatro lontano. Ma la lezione non è geografica. È metodologica. È una questione di stile operativo: come si entra in una stanza senza far sbattere la porta. Come si sposta l’aria, senza che nessuno capisca da dove arriva il freddo.

Perché la guerra ibrida, quasi sempre, non cerca il blackout. Cerca la frizione. Cerca il dubbio. Cerca quell’istante in cui un’organizzazione si ferma e inizia a discutere su cosa sta vedendo: “È un guasto o è un’azione?” E mentre tu cerchi il nome giusto, l’avversario guadagna tempo, opzioni, spazio. Distruggere fa rumore. Degradare è elegante: non spegne, logora. E intanto ti mangia ore, reputazione, budget. Ti costringe a correre senza arrivare da nessuna parte.

In questo gioco il cyber non è un capitolo a parte. È il crocevia dove si decide tutto. È ciò che lega il mare alla terra, la logistica alla percezione pubblica, il gesto visibile all’azione invisibile. Ricognizione discreta, accessi iniziali, preposizionamento, piccoli inciampi messi lì per vedere come reagisci. Non grandi colpi di scena: piccoli graffi sul vetro. E poi, se serve, disruption mirata. Non per spegnere tutto, ma per costringerti a correre, a spendere male risorse, a mettere toppe di fretta. A trasformare il tuo lavoro in una serie di rincorse.

Lo dico in modo semplice: in zona grigia non vince chi ha più strumenti. Vince chi mantiene lucidità quando “sembra” che non stia succedendo niente. Vince chi sa stare fermo un secondo in più, guardare meglio, e non innamorarsi dell’abitudine. Perché l’abitudine, in questo mestiere, è un sedativo: ti fa credere che il rumore di fondo sia normale. Finché quel rumore diventa la musica dell’incidente.

E qui arriva il punto che mi interessa davvero, per noi, in Italia, e per chi lavora in cybersecurity senza bisogno di pose. Ho imparato una cosa semplice: le parole contano. Se parli “da cattedra”, la discussione si irrigidisce e si perde tempo. Il rischio, poi, è che tutto diventi orgoglio: chi ha ragione, chi è più tecnico, chi è più puro. A me non interessa. Io preferisco un’altra strada: guardare meglio, insieme. Mettere in comune quello che vediamo — anche gli errori, soprattutto gli errori — e trasformarlo in una postura. Condivisione, metodo, resilienza. Senza proclami. Senza teatro.
Prendiamo gli episodi che colpiscono grandi organizzazioni civili, come l’università.

Al di là dei dettagli tecnici — che spesso non sono pubblici e non devono esserlo — la dinamica è sempre riconoscibile: sistemi che vanno giù, servizi che si fermano, persone che non lavorano, studenti che non accedono, telefoni che squillano, reputazione che si incrina. L’obiettivo non è solo il dato. È la frizione. E la frizione, quando si accumula, diventa politica, diventa fiducia, diventa costo. Diventa stanchezza. E la stanchezza è un varco: ti fa accettare compromessi che ieri avresti rifiutato.
Allora che si fa? Non serve la posa da “siamo invulnerabili”. È una posa fragile, e spesso porta male. Serve un’abitudine più sobria: osservare, verificare, imparare. Tenere una baseline reale di ciò che è normale, e accorgersi quando qualcosa devia anche di poco.

Proteggere l’identità come si protegge una porta di servizio: perché è da lì che passano spesso. Trattare i log e la retention come infrastruttura, non come burocrazia. Segmentare per ridurre il raggio d’impatto. E allenarsi non solo sul blackout, ma sul degrado: quando tutto “funziona male” e ti consuma lentamente, goccia dopo goccia, fino a quando non ti accorgi che stai già pagando.
E soprattutto: non spegnere gli allarmi per abitudine. Se un alert è “sempre lo stesso”, allora è un ottimo candidato per essere sfruttato. È un posto comodo in cui nascondersi. L’avversario non ha bisogno che tu non veda niente: gli basta che tu veda tutto e ti abitui a ignorarlo. Questa è la trappola più pulita: non l’oscurità totale, ma la luce continua che ti stanca gli occhi.

Questa è, per me, la lezione dell’Artico portata a casa: la zona grigia è una scuola di attenzione. Non chiede panico. Chiede metodo. Chiede una postura mentale: stare un passo indietro, respirare, leggere il contesto, e scegliere con calma cosa è davvero normale e cosa no. Perché chi opera bene sotto soglia non ti avvisa. Non alza la voce. Si limita a guardarti camminare… e a vedere se scivoli.
Ogni allarme sottostimato può essere una buccia di banana. Non perché ti distrugge con un colpo solo, ma perché ti fa cadere quando sei convinto di camminare sicuro. E nel cyber, cadere significa perdere tempo, perdere fiducia, perdere margine. Significa regalare all’altro l’unica cosa che non dovresti mai regalare: la tua prevedibilità.

Per questo l’invito è semplice: migliorarsi sempre. Ridurre le abitudini pigre. Rafforzare la resilienza come si rafforza un muscolo: un po’ alla volta, ogni giorno. Senza proclami. Con continuità.
La zona grigia cammina accanto a te. Non parla.
Aspetta solo quel giorno in cui ti convinci che “è sempre lo stesso alert”. E lì, sorridendo, lascia la buccia di banana.

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Villani 150x150
Dilettante nel cyberspazio, perenne studente di scienze politiche, sperava di conoscere Stanley Kubrick per farsi aiutare a fotografare dove sorge il sole. Risk analysis, Intelligence e Diritto Penale sono la sua colazione da 30 anni.
Aree di competenza: Geopolitica, cyber warfare, intelligence, Diritto penale, Risk analysis