
Premessa: il déjà-vu di Pietralata.
Avevo già in passato richiamato il nesso fra rischio demografico e processi formativi (scuola e università) come fattore abilitante – o limitante – della capacità nazionale. Di recente mi sono imbattuto in un libro che, pur raccontando un’esperienza didattica nella periferia romana degli anni Sessanta, suona come un promemoria contemporaneo: Albino Bernardini, “Un anno a Pietralata” (Edizioni Conoscenza).
La lettura – oggi, nel 2026 – rende difficile ignorare un punto: molti problemi descritti allora non risultano pienamente superati, pur in un contesto economico, tecnologico e geopolitico radicalmente mutato. Le crisi più pericolose arrivano come routine: un consiglio di classe che abbassa l’asticella, una verifica che misura l’umore e non la competenza. La scuola raramente crolla: spesso si sfilaccia.
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Nel 2026 lo sfilacciamento non è più solo un tema educativo, è una variabile di capacità nazionale. Come evidenziato dai recenti dati ISTAT sulla natalità e fecondità della popolazione residente, la demografia è la cornice ineludibile: con meno giovani si hanno meno lavoratori e una pressione insostenibile sul welfare, un trend confermato anche dalle proiezioni Eurostat sull’indice di dipendenza degli anziani.
In questo scenario, se la scuola non alza qualità e competenze, la demografia diventa un acceleratore del declino. Come ricordavo in un precedente contributo su RHC (Pagina Autore), il tema non è “includere” abbassando gli standard, ma garantire standard alti per tutti per trasformare il capitale umano in un asset di resilienza.
L’autonomia scolastica, se non bilanciata da standard nazionali misurabili, rischia di produrre micro-sistemi chiusi. La leva principale resta la qualità dell’insegnamento. Quando gli standard scendono si rischia un’inclusione formale che non riduce le disuguaglianze. È un tema che nelle parole di Bernardini emerge in modo disarmante: la povertà non si combatte con buone intenzioni, ma con metodo e aspettative alte. Senza una lingua comune e competenze spendibili, si perde la mobilità sociale e si frammenta il tessuto nazionale.
Il cyber non discute: sfrutta. Secondo il report ENISA sullo Stato della Cybersecurity nell’Unione, le vulnerabilità umane restano un vettore critico. In questo scenario, la scuola è resilienza: lingua, metodo e igiene digitale sono fondamentali per raggiungere gli obiettivi del Digital Decade policy programme 2030 della Commissione Europea. Dove mancano basi robuste di logica e comprensione del testo, crescono i costi di governance e gli incidenti informatici.
Per la coesione nazionale servono gerarchie chiare:
Spesso si evoca il caso francese, citando la Legge del 15 marzo 2004 sui simboli religiosi, ma l’errore italiano è stato copiare la superficie (il simbolo) senza consolidare i presupposti (standard didattici e integrazione concreta). L’analisi efficace deve guardare ai meccanismi di marginalità, non alle etichette, come suggerito dagli studi sociologici classici sulla periferia (si veda Franco Ferrarotti, Roma da capitale a periferia).
La scuola può funzionare come un sensore anticipatore. Il punto non è “fare sociologia”, ma trasformare i segnali in indicatori operativi per il decisore (PM) e le Forze dell’Ordine.
Per monitorare la tenuta del sistema, occorrono metriche precise:
Nel 2026, la coesione e la competitività sono capacità nazionali che si costruiscono nelle aule. Come ribadito durante la RHC Conference 2024, la sicurezza del futuro passa inevitabilmente per la formazione. La scuola non è un tema accessorio: è una priorità di policy con ricadute dirette sulla prevenzione e sulla difesa del sistema paese.
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