Dal 20 giugno 2025 sono pienamente in vigore il Regolamento (UE) 2023/1542 e il Regolamento Ecodesign 2023/1670 sulle batterie dei dispositivi mobili. L’obiettivo dichiarato è avere batterie più durevoli, prodotti più riparabili, minore impatto ambientale.
Negli allegati tecnici però emerge una possibile conseguenza collaterale che rischia di produrre l’effetto opposto rispetto a quello promesso ai cittadini e consumatori europei.
Due strade per i produttori
Le nuove norme consentono sostanzialmente due approcci. Il primo impone batterie facilmente sostituibili da riparatori indipendenti o utenti finali (comunque esperti), senza l’obbligo di dotarsi di strumenti proprietari o procedure riservate esclusivamente ai centri autorizzati. Questo non si traduce in un vero e proprio battery swap stile anni ’90-’00, ma nel rendere l’operazione più accessibile a chi è competente, senza ostacoli di design… il che però potrebbe significare anche una scelta “calcolata” di celle meno longeve da cambiare più frequentemente.
Il secondo approccio, operativo dal Febbraio 2027, è riservato a chi vuole mantenere il design completamente sigillato (con protezione IP67 o superiore), obbligando ad offrire un dispositivo che soddisfi requisiti minimi di durata della batteria: almeno 800 cicli mantenendo l’83% della capacità nominale, oppure 1.000 cicli mantenendo l’80%. Ed è proprio in questo secondo percorso che compare una zona grigia tecnica.
La norma misura il battery pack, non la cella
Il regolamento verifica la capacità nominale dichiarata dal produttore dopo un determinato numero di cicli, ma non verifica quanta della reale capacità elettrochimica della cella venga effettivamente resa disponibile all’utente. A decidere quanta energia può realmente essere utilizzata è il BMS (Battery Management System), il firmware che controlla tensioni di carica e scarica, stima lo stato di carica (SoC) e lo stato di salute (SoH) per ogni singola cella, gestendo la finestra operativa entro cui essa lavora. In pratica, il produttore può scegliere quanta parte della reale capacità elettrochimica rendere accessibile all’utente, ma la normativa non contempla questo aspetto.
Il buffer nascosto esiste già oggi
Questo meccanismo non nasce con il regolamento UE, quasi tutti gli smartphone moderni utilizzano già buffer nascosti, in parte per compensare le tolleranze produttive delle celle, in parte per ridurre il degrado accelerato della chimica agli estremi di carica. Il problema è che il nuovo framework normativo rischia di incentivare e amplificare ulteriormente questa pratica, invece di renderla più trasparente ed omogenea.
Se il produttore utilizza una finestra operativa più conservativa tramite BMS, la batteria degrada più lentamente evitando le zone di maggiore stress elettrochimico: lithium plating, crescita dendritica, stress ossidativo del catodo, stress meccanico e termico. Questi meccanismi si sommano già al normale degrado dovuto all’energia complessivamente trasferita durante i cicli. Il buffer aiuta anche a mascherarne inizialmente gli effetti.
Il risultato è superare più facilmente i requisiti europei di durata senza necessariamente modificare chimica, hardware, spessori o design della cella, del modulo batteria e quindi del prodotto finale, e senza che la norma anti-elusione possa contestarlo: il firmware opera normalmente, il BMS espone la sua capacità nominale dichiarata, il tutto senza dover alterare nulla in fase di test.
Il possibile effetto collaterale europeo
Il prodotto resta perfettamente conforme, ma il consumatore potrebbe ritrovarsi con uno smartphone che preserva bene nel tempo la capacità nominale dichiarata partendo però già da una quota più ridotta della reale capacità elettrochimica disponibile. In un mercato dove gran parte dei produttori dipende dagli stessi grandi fornitori di celle, la soluzione più semplice per rispettare i requisiti UE senza aumentare costi o dimensioni potrebbe essere proprio un profilo BMS più conservativo: meno energia per ciclo all’utente europeo, più cicli certificati sul datasheet.
Dall’altra parte, i produttori di fascia più economica potrebbero scegliere celle e moduli batteria deliberatamente meno performanti, vedendoci un’opportunità industriale: introiti ricorrenti dal cambio più frequente della batteria, giustificando il modello con un esborso iniziale più contenuto per il consumatore e un prezzo di listino più basso.
Perché il consumatore potrebbe non accorgersene
Le moderne piattaforme SoC riducono continuamente i consumi energetici generazione dopo generazione, e una parte della capacità persa tramite buffer aggiuntivi può essere compensata dall’aumento di efficienza del sistema. L’autonomia percepita potrebbe quindi restare stabile anche con meno energia effettivamente accessibile per ciclo, almeno per una generazione.
Quello che la norma non impone, ma che forse dovrebbe
Il vero elemento assente è la trasparenza. Le norme europee non obbligano i produttori a dichiarare:
- la capacità elettrochimica totale della cella;
- la capacità residua stimata dal BMS;
- il buffer superiore e inferiore della cella scelto dal BMS;
- le tensioni reali di carica e scarica;
- la quota di capacità realmente accessibile all’utente;
- i profili di carica-scarica adottati.
Sarebbero queste informazioni a permettere un miglioramento degli utilizzi reali dei dispositivi.
Samsung, Google, Apple e pochi altri produttori premium offrono già modalità configurabili dall’utente che limitano la carica e la scarica centrando l’utilizzo intorno al 30-70% di SoC, dove lo stress elettrochimico è minimo. Implementata sistematicamente sul mercato, questa gestione consentirebbe di superare strutturalmente i requisiti di cicli senza ricorrere a buffer nascosti sempre più aggressivi.
Quello che i due regolamenti avrebbero potuto prescrivere, e che potrebbero ancora prescrivere negli atti delegati attesi o nella revisione prevista entro settembre 2027, è un obbligo di trasparenza sul profilo di buffer del BMS e sulla potenza massima di carica e di scarica, con la possibilità per l’utente di scegliere consapevolmente tra modalità conservativa e piena capacità. Un regolamento nato per aumentare sostenibilità e durata potrebbe incentivare indirettamente dispositivi più conservativi lato energetico, senza che il consumatore europeo abbia alcuna visibilità tecnica sulle limitazioni imposte dal firmware della batteria. Due righe che negli allegati tecnici non sono state scritte.
Il suo percorso accademico in Ingegneria Meccanica non è riuscito a tenerlo lontano dal mondo IT, abbandonato per scelta dopo alcune esperienze immature. La presa di coscienza, la passione per tutta la tecnologia ed suo hacking, la contezza delle loro implicazioni nel mondo reale lo riportano nel mondo IT. La consapevolizzazione delle persone comuni per le potenzialità dell'IT è il principale motivo di ricerca e divulgazione.