
Sottovalutare la sicurezza informatica oggi è quasi una posa. Un’abitudine.
Si parla ancora di sicurezza come di qualcosa che frena, che rallenta, che mette sabbia negli ingranaggi del business. Un’idea ripetuta così tante volte da sembrare vera. Ma resta un riflesso pigro, più che una valutazione reale.
Nel racconto aziendale, la sicurezza viene spesso dipinta come un costo secco. Un controllo in più. Una password lunga. Un passaggio che “fa perdere tempo”. Nessuno dice mai apertamente che la sicurezza sia inutile, ma il sottotesto è quello. Se serve correre, la sicurezza può aspettare. Tanto non succede niente.
O almeno non oggi.
Il punto è che questo conflitto è in gran parte inventato.
Sicurezza contro produttività, come se fossero due forze opposte. Come se una dovesse per forza mangiarsi l’altra. È un modo comodo di semplificare una questione più scomoda: progettare processi che funzionino davvero e con sicurezza.
Quando la sicurezza manca, o è trattata come un accessorio, il business non accelera. Si espone.
E prima o poi si ferma.
Non per mezz’ora, non per una call saltata.
Si ferma sul serio. Giorni. Settimane.
Reparti interi bloccati, sistemi irraggiungibili, persone che non sanno cosa fare se non aspettare. Altro che rallentamento.
Ci sono aziende che hanno smesso di operare per settimane intere. Produzione ferma. Logistica paralizzata. Clienti che chiamano e nessuno che può rispondere davvero. Non perché qualcuno avesse imposto troppi controlli, ma perché quei controlli non c’erano. O c’erano solo sulla carta, in qualche policy dimenticata.
In quei momenti il business scopre una cosa fastidiosa: la sicurezza non era un freno, era una cintura di sicurezza. Invisibile finché serve, fondamentale quando serve. E quando manca, il botto non è elegante. È caotico, rumoroso, costoso. E lascia strascichi lunghi, anche dopo il ripristino.
La narrativa del “la sicurezza rallenta” ignora sempre i costi indiretti. Il tempo perso dopo. Le decisioni prese di fretta. Le deroghe improvvisate. Le persone che aggirano i sistemi perché tanto “ora dobbiamo lavorare”. È lì che il business perde velocità vera, non quando implementa un controllo sensato.
E c’è anche un altro dettaglio, spesso trascurato: quando un’azienda è ferma per un incidente serio, non decide più nulla. Subisce. Ogni scelta è reattiva, confusa, sotto pressione. Non è produttività, è sopravvivenza.
E nemmeno fatta bene. Quella si chiama Crisis management.
Trattare la sicurezza come qualcosa che viene dopo, se avanza tempo, significa non aver capito il contesto attuale. Non è una questione morale, né ideologica. È operativa. Senza sicurezza minima, il business moderno non scorre. Si inceppa, e prima o poi si ferma. Traaaaaaaaaaak!
Le aziende che funzionano non sono quelle senza controlli, ma quelle in cui i controlli sono pensati per stare dentro il lavoro reale. Non contro. Non sopra. Dentro.
È meno spettacolare di quanto sembri, e forse per questo se ne parla male.
Eppure il mantra resta. “La sicurezza rallenta”.
Lo si sente ancora dire, magari a bassa voce, magari in riunioni chiuse. È una scorciatoia mentale, comoda. Poi arriva lo stop, quello vero, e nessuno parla più di rallentamenti.
E si scopre che il problema non era la sicurezza, ma l’averla trattata come un intralcio invece che come una condizione di partenza.
Un errore semplice, quasi banale. Eppure da molti fatto ancora oggi.
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