Guardare solo l’infrastruttura o governarne il funzionamento? Sembra una domanda banale ma non lo è. Ispirata dalla storia del passato, provo a darvi un punto di vista che prende spunto da un evento lontano, perché, le storie spesso, insegnano molto.
Questa storia riguarda un’infrastruttura critica centrale per la popolazione e, anche per questo motivo, diventata negli ultimi anni uno degli obiettivi preferiti degli hacker: gli acquedotti.
Nel 97 d.C. l’imperatore Nerva affidò a Sesto Giulio Frontino uno degli incarichi più importanti dell’Impero Romano: la gestione degli acquedotti di Roma – a valle di questo incarico Frontino scrisse un rapporto ufficiale dedicato in modo specifico ad un’indagine sulle infrastrutture idrauliche urbane ed è l’unico rapporto ufficiale di età romana, giunto fino a noi (“De Aquaeductu Urbis Romae”, Sesto Giulio Frontino sugli acquedotti di Roma, redatto in due libri alla fine del I secolo d.C.)
La gestione dell’acqua era un compito amministrativo molto importante: l’acqua arrivava nelle città da secoli e gli acquedotti erano, a tutti gli effetti, una delle più grandi opere e conquiste dell’ingegneria romana.
Quando Frontino cominciò il suo lavoro, scoprì qualcosa di inatteso “Inveni praeterea quosdam ductus minus quam in commentariis contineretur erogare”. Ovvero: “Ho constatato che alcune condotte distribuivano una quantità d’acqua inferiore a quella riportata nei registri”
La quantità d’acqua che avrebbe dovuto raggiungere Roma, avrebbe dovuto essere una quantità nettamente superiore rispetto a quella poi effettivamente disponibile. La cosa strana è che non c’era carenza d’acqua dalle fonti, né falle nell’infrastruttura; bensì, lungo il percorso, qualcuno aveva iniziato a prelevare più del dovuto, tramite deviazioni abusive, concessioni e privilegi fittizi.
Il problema non era nell’infrastruttura, ma nel suo controllo: fino ad allora si guardava l’acqua, ovvero una risorsa, ma Frontino spostò lo sguardo verso l’acquedotto. Verso il potere.
È chiaro che il potere non stava nella risorsa (a quel tempo assolutamente abbondante) ma nella capacità di controllarla, trasportarla e distribuirla, e questo – meglio degli altri – lo sapevano fare i Romani. Il vero vantaggio competitivo non era la materia prima, ma l’infrastruttura e la capacità, e, ancor prima, la possibilità di decidere come utilizzarla e gestirla, o, anche, di chiudere un’erogazione.
Ci ricorda qualcosa?
Pensiamo al caso Antropic: non importa dove si trovino i dati, dove abbia sede il fornitore o quale bandiera sventoli sopra il datacenter, di fatto conta chi può spegnere l’interruttore, chi governa l’infrastruttura, chi può decidere se spengerla.
L’AI (come tutte le altre tecnologie strategiche) sta diventando un asset geopolitico e, anche se la controversia tra Anthropic e il Pentagono dovesse placarsi, sono ormai attive domande fondamentali riguardo la distribuzione del potere;
Dovremmo vivere in un’economia di libero mercato dove le imprese private – a netto di accordi specifici e di chiarezza commerciale – godono generalmente di libertà nel determinare le condizioni alle quali forniscono i loro prodotti, ma si fa sempre più chiaro che la sovranità non dipende più (solo) dal possesso dei dati ma (anche) dal controllo di infrastruttura, cyber, rete, energia e capacità computazionale.
Dobbiamo cambiare ragionamento e tattica, l’idea che “utilizzare” qualcosa equivale a dire che possiamo controllarla è chiaramente fallace; possedere i dati non significa controllare l’infrastruttura che li rende accessibili, così come utilizzare una piattaforma non significa governarne il funzionamento. E, ancora, integrare un modello di intelligenza artificiale nei propri processi non significa avere il controllo sulla sua disponibilità futura.
Quando parliamo di resilienza, continuità operativa o sovranità digitale, la domanda – parafrasando Giulio Frontino, non è quanta acqua arriva, ma quali sono gli acquedotti da cui dipendiamo, chi li governa e come.
La cybersecurity ha sempre avuto un’ossessione: impedire agli attaccanti di entrare, una sfida che rimane fondamentale. Oggi a questa necessità si affianca una geopolitica complessa che ci porta ad un’altra domanda: capire chi può impedirci di continuare a operare.
È sicuramente una domanda che ha a che fare con la resilienza, ma anche con la consapevolezza della scelta.
E qui torniamo d’obbligo a parlare di sovranità digitale, ma non dobbiamo solo parlarne ai convegni, dobbiamo mettere a terra un piano preciso, che guardi alle eccellenze tecnologiche del nostro paese e che scardini il concetto di “leader di mercato” a tutti i costi. Gyala vuole contribuire a questo cambio di visione: lavoriamo con partner locali, abbiamo una tecnologia 100% italiana e mettiamo la governance dell’infrastruttura al centro delle scelte di sicurezza.
Head of Marketing & Communications Gyala, da oltre 20 anni accompagna le aziende nella costruzione di una presenza credibile e competitiva sul mercato tecnologico gestendo strategia di marketing integrata, automazione, dati e storytelling per creare valore tangibile e crescita sostenibile.