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Telemedicina: quale sarà il futuro domani?

Autore: Daniela Farina

Data Pubblicazione: 3/09/2021

Cosa succederà alle visite dei pazienti in remoto con l’ausilio dei mezzi digitali, una volta che l’emergenza sarà terminata?

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Avevo diviso il tema della telemedicina, di per sé complesso ed articolato, in 3 articoli e questo è proprio il terzo.

Nei primi 2 (“Digital therapeutics: la nuova frontiera è nelle cure digitali” e “L’evoluzione digitale delle terapie mediche. Uno sguardo al futuro e al presente“) ho accennato ad un po’ di storia, alle aziende leader nel settore ed alle app sul mercato, in questo vi darò un breve avanzamento del panorama italiano e farò riferimento ai rischi informatici.

Quello della telemedicina è senz’altro uno dei settori più promettenti nell’ambito della sanità digitale, e le sue potenzialità sono state messe ampiamente in luce anche dalla pandemia degli ultimi mesi.

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La risposta più frequente a cosa succederà dopo la pandemia è che le visite in videoconferenza non sono destinate a scomparire, ma che allo stesso tempo dovranno diventare qualcosa di più di un semplice strumento di connessione per chiamate tra medici e pazienti. Insomma, dovranno essere fornite soluzioni end to end.

Un’azienda che sappia prendersi cura del paziente in unica soluzione digitale onnicomprensiva supererebbe sia i problemi posti dai servizi di telemedicina pura, sia dai soggetti che puntano, esclusivamente, sull’offerta al mercato di terapie digitali. I servizi di telemedicina d’altro canto hanno da una parte il vantaggio di un contatto diretto con i pazienti che può essere favorito da campagne pubblicitarie online, ma scontano il già citato problema di una difficile differenziazione, che porta molti prodotti a somigliarsi tra loro e a competere sul prezzo anziché sull’offerta.

Eventuali soluzioni integrate si candidano invece a prendere il meglio da entrambe le proposizioni eliminando i punti deboli.

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Ed in Italia?

Il Covid-19 del resto ha già funzionato, adeguatamente, come acceleratore per la diffusione dei servizi di assistenza in teleconferenza sul territorio, preparando un terreno fertile per aziende e startup pronte a fornire ai pazienti soluzioni integrate. Ad oltre un anno dall’inizio della pandemia, sono state attivate oltre 200 iniziative nelle varie Asl italiane per erogare servizi di telemedicina.

Anche i medici di base e i pediatri di libera scelta si stanno dando da fare in questo senso. Le indicazioni approvate lo scorso dicembre definiscono inoltre le modalità di rendicontazione e tariffazione ed al momento, le televisite possono essere attivate solo per i controlli ed i follow up con lo stesso costo di quelle effettuate in presenza.

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In questo anno e mezzo, quindi, abbiamo assistito ad un’esplosione della telemedicina, che da Cenerentola si è trasformata in Regina della Sanità Italiana Sicuramente il riconoscimento di questa tecnologia all’interno del Regolamento Europeo sui Dispositivi medici 2017/745 è una grande ed importante novità. Dal 26 maggio 2021 è pienamente applicabile il Regolamento (UE) 2017/745. che modifica le norme che disciplinano il sistema dei dispositivi medici.

Parlando di piattaforme, non si può non citare l’interoperabilità, vale a dire la capacità dei vari sistemi informativi delle Aziende Sanitarie di poter “parlare” fra di loro e poter scambiare dati in completa sicurezza.

Su questo fronte c’è ancora molto lavoro da fare, soprattutto sul fascicolo sanitario elettronico. Per consentire al personale sanitario o all’assistito la consultazione dei documenti del FSE relativi a eventi clinici che hanno avuto luogo in regioni o province autonome diverse da quella di residenza dell’assistito è stata predisposta l’Infrastruttura Nazionale per l’Interoperabilità dei FSE.

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Sul sito www.fascicolosanitario.gov.it è pubblicato lo stato di avanzamento della realizzazione del FSE(Fondo sociale europeo) nelle regioni e nelle province autonome e la sua diffusione sul territorio nazionale.

Questo apre degli scenari interessanti di coordinamento nazionale, incluso quello della cybersecurity. In Italia, infatti, c’è un organismo nazionale, il Computer Incident Security Response Team(Cisrt) che sta ragionando sulla sicurezza digitale dei dati in sanità.

Prima dell’arrivo della pandemia il gap digitale in Italia era notevole, sia tra i pazienti, sia tra i medici ma la Covid-19 ha spazzato in un colpo buona parte del problema perché le persone si sono ritrovate, dall’oggi al domani, a poter contare solo sulla tecnologia per lavorare, far frequentare le lezioni scolastiche ai figli, mantenere le relazioni con i parenti, anche anziani, che non potevano ricevere visite. E, da ultimo, curarsi!

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La percezione della telemedicina è cambiata con l’impatto pandemico ma bisogna ancora lavorare molto sulla cultura digitale, non solo pensando al singolo, ma considerando anche il sistema. Diverse aziende sanitarie in Italia stanno mettendo in campo attività che hanno l’obiettivo non solo di formare ma di aumentare anche la consapevolezza sul valore di questi sistemi.

Un consulto con il proprio medico via webcam o telefono, evitando lunghe code negli ambulatori e – di questi tempi niente affatto scontato – sembra la descrizione del nostro futuro.

Si pensi anche alle farmacie che in questa pandemia hanno dimostrato di essere un elemento importante di assistenza, il primo punto di riferimento per i pazienti e continua a esserlo. E in molti casi in farmacia sono stati erogati servizi di telemonitoraggio.

Ma attenzione, se vado in farmacia a fare l’ECG per poter andare in palestra, può avere senso ma se lo faccio perché ho dolore al petto, non va bene: in questo caso è il medico che deve prescrivermi l’elettrocardiogramma, che poi, eventualmente, posso fare anche in farmacia. Importante è come dicono si dice in latino: ”recte utere omnia” ossia “usare le cose in modo corretto”

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Conclusioni

La telemedicina può fare la differenza in futuro ma deve andare di pari passo con l’incremento dei sistemi di sicurezza digitali in ambito sanitario perchè digitalizzare vuol dire anche esporre i dati personali dei pazienti a rischi di hackeraggio. Gli attacchi ransomware sono molto diffusi e spesso portano all’esfiltrazione di dati.

Investire in formazione è il primo piccolo grande passo per vedere ridotto il rischio di attacchi informatici che, in alcuni casi, possono essere anche molto gravi.

Spesso si guarda a questo genere di attacchi come a qualcosa di lontano da noi e ci si illude, a volte, di esserne immuni o, addirittura, di riuscire a riconoscere sempre un’email sospetta da una reale ma, attenzione! Perché come disse Stephen Hawking: “Il più grande nemico della conoscenza non è l’ignoranza, è l’illusione della conoscenza”.

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