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Ti sei mai innamorato di un algoritmo?

Ti sei mai innamorato di un algoritmo?

11 Marzo 2026 09:11

Nel 2013 usciva “Her”. All’epoca mi sembrava uno di quei film carini, un po’ malinconici, con una premessa da fantascienza romantica: un uomo che si innamora di un sistema operativo.

Non di una persona. Non di un corpo.

Di una voce. Intelligente, empatica, presente.

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Una voce che ascolta, ricorda, anticipa i bisogni. Praticamente il partner perfetto… se non fosse un software. Oggi non sono più così sicura che sia fantascienza. Perché diciamolo con onestà: quante volte abbiamo pensato almeno una volta nella vita: “Questo algoritmo mi conosce meglio di chiunque altro.”

Non è amore. È profilazione

Fermati un secondo a pensare, un solo secondo giuro… Netflix che sa cosa vuoi guardare prima ancora che tu lo sappia. Spotify che ti piazza la canzone giusta proprio quando stai guidando di notte. Instagram che conosce i tuoi interessi meglio dei tuoi amici. Ti senti al centro del mondo. Ma qui non siamo alla Vodafone. L’algoritmo non ci ama.

Però ci osserva eccome.

Sa che ieri sera hai guardato tre video di ricette alle 23:47 e capisce che ami la carbonara con la panna, ma non ti giudica. Che stamattina hai cercato “mal di schiena rimedi veloci” e ti mostra tutti gli esercizi che potesti fare ma già sai che nemmeno ci proverai. Ricorda che hai cercato un viaggio a Lisbona e per due settimane ti inseguono pubblicità di voli e hotel, ma tu hai cambiato idea già mentre lo cercavi. Ricorda quando ti fermi qualche secondo in più su un video. Ricorda perfino quando inizi a digitare qualcosa e poi cancelli. Non è magia.

Ogni ricerca, ogni click, ogni pausa davanti a uno schermo è un piccolo indizio. E tutti quegli indizi, messi insieme, raccontano molto di noi: cosa ci incuriosisce, cosa ci preoccupa, cosa desideriamo. L’algoritmo non prova sentimenti.

Ma impara a conoscerci sorprendentemente bene, anche troppo direi.

Quando la tecnologia diventa invisibile

Il problema non è la tecnologia. Non è mai stato quello. Non dobbiamo tornare al Nokia 3310, anche se lo adoravo, non faceva molto ma almeno non spiava nessuno. Il vero punto è: quanto spazio mentale occupa la tecnologia nella nostra vita?

Oggi viviamo in una dimensione ibrida tra carne e cloud. Le conversazioni passano da server, le foto da datacenter, le relazioni da piattaforme che archiviano ogni cosa. E mentre lavoriamo su noi stessi con meditazione e sedute di palestra estrema, raramente ci facciamo una domanda concreta: chi custodisce la nostra identità digitale?

Beh! Te lo dico, esiste. E spesso la trattiamo con la stessa attenzione con cui si trattano le password del Wi-Fi nei bar: 123456.

Il grande paradosso della vita online

Nella vita reale abbiamo imparato a mettere dei confini. Non raccontiamo tutto al primo sconosciuto in fila al supermercato. Oddio! Forse qualcuno lo fa. Mi è capitato.

Online invece? Stessa password dal 2014, sicura come la bustina dei cracker nello zaino che speri faccia da scudo alle mille briciole che troverai. Foto personali pubblicate ovunque, link cliccati con la velocità di un gatto davanti a un puntatore laser.

Non siamo stupidi. È solo abitudine. La tecnologia è entrata così profondamente nella quotidianità da diventare invisibile. Apriamo app, accettiamo cookie, concediamo autorizzazioni… tutto in pochi secondi, senza pensarci davvero. È come se il digitale fosse diventato automaticamente sicuro. Vuoi lo spoiler del secolo? Non funziona così.

La sicurezza digitale non è come la gravità, non esiste da sola. È una scelta.

Il mito romantico del digital detox

Negli ultimi anni, poi, va di moda il “digital detox”. Spegnere tutto, sparire, andare a fare yoga su una montagna senza Wi-Fi. Bellissimo e poetico. Mi sento già meglio solo a pensarci. Ma anche irrealistico, diciamocelo.

Non dobbiamo eliminare la tecnologia, perché non puoi rimanere in montagna per sempre, “staccare la spina” non è la soluzione. Dobbiamo solo smettere di subirla.

Il vero benessere digitale è decidere quando essere disponibili, cosa rendere pubblico, come proteggere ciò che è nostro. Non è paranoia. È maturità digitale.

Proteggere i dati è un atto di rispetto verso se stessi

Quando si parla di cybersecurity molti pensano a hacker incappucciati in felpe nere e server segreti in parti del mondo sconosciute. Già li vedi, bunker in mezzo al nulla ripieni di ogni folle tecnologia avanzata. Ma la sicurezza informatica, te lo voglio dire, non è solo per le aziende che fatturano milioni di euro. In realtà è molto più personale. Attivare l’autenticazione a due fattori significa: mi rispetto abbastanza da proteggermi. Fare backup significa: quello che creo ha valore. Non usare la stessa password ovunque significa: la mia identità non è usa-e-getta.

I nostri dati raccontano abitudini, relazioni, fragilità. Tutto tracciabile e monetizzabile. Suona cinico. Ma è profondamente umano.

L’illusione dell’esclusività

Tornando al film che ha ispirato la mia riflessione, nel finale succede qualcosa di interessante. Theodore scopre che il sistema operativo con cui si sente speciale, che ama… sta parlando contemporaneamente con migliaia di altre persone e ne “ama” altrettante. In un attimo crolla l’illusione di essere l’unico.

È una metafora perfetta della tecnologia: uno strumento straordinario, progettato per scalare e ottimizzare. Non per farci sentire speciali. Quando deleghiamo tutto, stiamo cedendo qualcosa di molto prezioso: la nostra autonomia.

Restare accesi, ma consapevoli

La tecnologia continuerà ad avanzare. Diventerà più intelligente, più intuitiva, più silenziosa. Neanche te ne accorgerai magari. Non chiederà il permesso. Semplicemente… succederà. La domanda non è se accadrà. È: noi saremo pronti?

Perché il benessere digitale non è sparire tre giorni in montagna senza segnale, ma un tentativo puoi farlo. Non credo funzioni, però. Invece è smettere di vivere la tecnologia in automatico. Usarla senza diventarne dipendenti. Connettersi senza sentirsi obbligati a esistere online ventiquattr’ore su ventiquattro.

Oggi viviamo in due mondi: uno fatto di corpo, relazioni, silenzi. L’altro di account, notifiche, password. Imparare ad abitare entrambi con lucidità è diventata la nuova sfida.
Aggiornare una password, fare un backup, attivare un’autenticazione a due fattori: sembrano gesti tecnici, quasi noiosi.

In realtà sono piccoli atti di rispetto verso noi stessi. Dentro quei dati c’è molto più di quanto pensiamo.

Non dobbiamo mai dimenticare, infine, che anche l’algoritmo più sofisticato del mondo non potrà mai sostituire la cosa più potente che abbiamo: la coscienza.

Anche se, a giudicare da quante volte clicchiamo “accetta tutti i cookie” senza leggere nulla… viene da chiedersi: siamo davvero noi a usare la tecnologia, o è solo diventata più brava a usare noi?


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Erminia Minieri 300x300
Professionista in Marketing & Communication con esperienza nel settore ICT e soluzioni tech per l’hospitality. Attualmente in MEGINET, coordino attività di comunicazione strategica, gestione progetti e iniziative formative su cybersecurity per il turismo alberghiero.
Aree di competenza: Marketing & Communication, Cyber Security, Graphic Design, Web Design