
Un’altra importante vulnerabilità di sicurezza è stata resa pubblica per la popolare piattaforma di automazione dei workflow n8n: si tratta di un difetto critico che, se sfruttato, potrebbe consentire l’esecuzione di comandi di sistema indesiderati con conseguenze gravi per le organizzazioni che la utilizzano.
Questo articolo esplora in modo chiaro come funziona il problema, quali versioni sono interessate e cosa possono fare gli utenti per proteggersi.
La debolezza, catalogata come CVE-2026-25049 con un punteggio CVSS di 9.4 su 10, deriva da una sanitizzazione insufficiente dell’input nei workflow di n8n.
In pratica, un utente autenticato con i permessi per creare o modificare workflow può sfruttare espressioni appositamente costruite nei parametri dei workflow per attivare comandi arbitrari sul sistema che ospita n8n.
Il problema è emerso nonostante fosse già stata cercata una soluzione per una vulnerabilità simile, identificata come CVE-2025-68613, patchata da n8n ma successivamente bypassata.
L’esecuzione di comandi di sistema da parte di un workflow non solo permette di compromettere il server, ma può anche portare al furto di credenziali, all’esfiltrazione di dati sensibili o persino all’installazione di backdoor per accessi persistenti.
Questo difetto interessa specificamente le versioni inferiori a 1.123.17 e 2.5.2 di n8n.
Se si utilizza una versione precedente a queste, è fondamentale aggiornare all’ultima release che contiene la correzione.
Oltre all’aggiornamento, n8n ha suggerito diverse misure di mitigazione se l’update non può essere immediato.
Ridurre i permessi di creazione e modifica dei workflow solo agli utenti completamente affidabili, così come eseguire n8n in un ambiente con privilegi di sistema limitati e accesso di rete ristretto, può ridurre significativamente la superficie di attacco.
Affiancarsi a pratiche di sicurezza solide, come la revisione attenta delle funzioni di sanitizzazione durante la revisione del codice, può prevenire il verificarsi di problemi analoghi in futuro.
Quando un difetto di questo tipo è combinato con funzionalità come webhook pubblicamente accessibili, l’impatto cresce notevolmente.
Un webhook non protetto può diventare un punto di ingresso attraverso il quale chiunque su Internet potrebbe attivare il workflow malevolo e ottenere l’accesso al server.
I ricercatori di sicurezza hanno spiegato come in scenari di abuso un avversario potrebbe rubare chiavi API, password dei provider cloud, token OAuth e persino ottenere accesso ai filesystem e sistemi interni.
Questo evidenzia chiaramente il valore di misure di sicurezza difensive, dove non solo una singola protezione deve essere considerata affidabile.
La ricerca e l’analisi di questa vulnerabilità sono state condotte da diverse ricerche nell’ambito della sicurezza IT, con contributi da più team che hanno collaborato per identificarla e descriverla nei dettagli, aiutando così l’ecosistema a reagire rapidamente.
La scoperta di CVE-2026-25049 sottolinea quanto sia importante mantenere aggiornate le componenti software critiche: una singola vulnerabilità può trasformarsi in un varco per accessi non autorizzati e danni estesi.
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