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Willy Wonka nella fabbrica di cioccolato

Willy Wonka aveva un problema enorme di Cybersecurity (e nessuno se n’è mai accorto)

27 Luglio 2026 08:00
In sintesi

La Fabbrica di Cioccolato è una sorprendente metafora della cybersecurity: insider threat, privilege creep, security awareness, leadership, automazione e fattore umano convivono nella storia di Willy Wonka. Una rilettura moderna che mostra come la sicurezza dipenda prima dalle persone che dalla tecnologia.

Esistono svariate versioni di questa storia entusiasmante che ti fa venire voglia di una barretta al cioccolato ora, adesso. Fondente, alle nocciole, al latte. Subito.

Che sia il romanzo originale di Roald Dahl, il film con Gene Wilder, quello con Johnny Depp, o qualsiasi altra rivisitazione, La Fabbrica di Cioccolato è un classico caso di insider threat, te lo ricordi?

Anni prima dei golden ticket, i rivali storici di Wonka mandano le loro spie infiltrate come dipendenti dentro la fabbrica, per rubare le ricette segrete, una dopo l’altra. Offrono soldi in cambio del tradimento. Si tratta di una falla nel sistema che si ripete con il consueto copione: un dipendente corrotto, una formula trafugata che finisce dritta dalla concorrenza, copiata e rivenduta. Il danno è tale da portare quasi al collasso l’intera azienda.

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La reazione di Wonka è umana, ma è anche il manuale perfetto di come non si gestisce un incident: licenziamento in tronco per tutto lo staff, cancelli sigillati, zero fiducia.

Certo che è una fiaba per bambini ma racconta di noi adulti che talvolta rispondiamo e decidiamo consapevolmente, talvolta reagiamo travolti dalle emozioni.

Già, si poteva rispondere con audit, procedure, policy interne, e invece la reazione picchia duro: una punizione collettiva e un sospetto perenne verso il fattore umano, trattato come il problema da eliminare.

Nonostante questo, l’azienda va avanti. Anzi, va alla grande, la produzione è supportata da una tecnologia strabiliante e da creature laboriose che eseguono senza fare domande.

Gli Oompa Loompa sono il sogno di ogni imprenditore che ha perso l’entusiasmo, di ogni ossessionato del micromanaging: personale che segue la procedura alla lettera, non clicca su niente di strano, non chiede mai perché, non fa resistenza. Esegue perfettamente e basta. (Sincero: ti sono venuti i brividini di piacere oppure brividini di inquietudine pensando a come lavorano gli adorabili Oompa Loompa?)

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L’efficienza è al massimo della gloria e va benissimo finché non succede qualcosa di nuovo, quel momento in cui una vera cultura della sicurezza dovrebbe emergere, e invece non c’è perché al suo posto c’è automazione travestita da workforce.

Gli Oompa Loompa sono straordinari ma il loro limite è proprio nell’esecuzione perfetta, nel manuale perfetto dove non tutti gli imprevisti sono catalogati.

Wonka decide ad un certo punto di riaprire la fabbrica agli umani attraverso un concorso. Cinque golden ticket, cinque bambini, un adulto accompagnatore a testa: cioccolato Wonka esaurito ovunque nel mondo. Una bomba del marketing, mi verrebbe da dire.

Ma cosa comporta questo concorso? Cinque bambini dentro un perimetro rigidissimo travestito del più meraviglioso e profumato dei parco giochi che, all’improvviso, si allarga con nuovi accessi concessi in blocco, certamente non previsti dai timidi protocolli interni di sicurezza. Nessun onboarding, nessuna policy spiegata, solo un biglietto d’oro e buona fortuna.

Chi in azienda non ha mai visto una cosa del genere alzi la mano. Quando firmi, pensi di essere nel più figo dei posti e, appena arrivi, ti mollano lì a cavartela come puoi.

E infatti, appena dentro, iniziano i disastri.

Mi piacerebbe dirti che sono il piccolo Charlie quasi perfetto, ma la verità è che mi rivedo più in Augustus Gloop che mi fa più simpatia di tutti: il primo che, davanti al fiume di cioccolata, ignora i cartelli, i divieti, le urla, e si tuffa comunque. Mica è cattivo, è solo un golosone.

È l’utente che clicca sul link perché sembrava vero, perché è distratto, quello che disattiva l’antivirus perché rallenta il pc. Primo escluso dal gioco, e non a caso.

Dai, dimmi che non ti rivedi in Violet Beauregarde. Quella che mastica il chewing gum ancora in fase di ‘beta testing’, ignorando avvisi e istruzioni, appena accennate peraltro, perché tanto “lo so fare meglio di chiunque altro”. È il collega che installa il tool non autorizzato, che bypassa le policy perché “faccio prima io”, che testa in produzione perché la sandbox “fa perdere tempo”. Il risultato? Hai un mirtillo gigante da dover far rotolare fuori dalla sala.

Poi c’è Veruca Salt, la viziata che pretende tutto e subito, solo perché è lei. Vuole lo scoiattolo, vuole l’uovo d’oro, vuole ogni cosa a prescindere da cosa se ne faccia. È l’identikit perfetto di chi chiede accessi amministrativi per sicurezza (per sicurezza di chi, esattamente?), permessi che non userà mai, privilegi che non sa nemmeno a cosa servano. Ecco, il privilege creep allo stato puro. Finisce nello scarico dei rifiuti, sopra a un mucchio di monnezza… forse qualche least privilege policy in più le avrebbe risparmiato la caduta.

E poi Mike Teavee. Chissenefrega dei rischi, il teletrasporto va provato subito, anche se il sistema non è stato validato, anche se nessuno sa davvero cosa può succedere: peggio che andare oltre, diventa più piccolo di Memole.

(“folletto sono io, in una foresta sto e tanti amici ho”. Sorry, mi sono distratta).

È chi adotta la tecnologia nuova, non testata, senza risk assessment, solo perché è affascinante, solo perché è una figata, come l’innovazione senza governance che prima o poi si paga, e può costare moltissimo.

L’unico che si salva è Charlie Bucket. Sì, è un po’ il cliché del bambino povero e umile che compensa con sani principi, ma funziona (e io amo gli underdog, sia chiaro!). Lui e il nonno seguono le regole, rispettano gli spazi, non toccano quello che non devono toccare (o quasi, a seconda della versione). Non perché qualcuno li abbia formati meglio degli altri (nessuno li ha formati affatto, per carità!) ma perché portano già dentro un’attitudine giusta. Charlie non è il più smart, è solo quello con il senso del limite, più maturo degli altri.

La storia ci fa percepire Willy Wonka come un ottimo imprenditore: la fabbrica produce, il prodotto vende, è una delizia. Ma è un pessimo leader. Testa le persone anziché i sistemi e le testa lasciandole allo sbando, quasi allo scopo di vederle fallire per sentire confermato il suo pensiero: gli umani sono inaffidabili. La blame culture è la sua filosofia aziendale, quella punitiva, quella che cerca il colpevole prima di risolvere il problema.

Uh, se ce ne sono di posti così! Pieno! Sembra cioccolato e invece…

Ci sei mai finito dentro? Quei posti dove impari a sopravvivere e, se cresci, cresci a rilento, per anni ti convinci che è la gavetta, che funziona così. Non dovrebbe funzionare così, e se ti stai convincendo che sì, forse ti stai raccontando la versione che vuoi sentire.

Il tuo prodotto spacca, hai il tuo Everlasting Gobstopper: che voto assegneresti, su una scala da 1 a 10, all’ambiente in cui lavorate tu e il tuo team?

Quanta fiducia dai, e quanta te ne torna indietro?

Tutti, in questa storia, escono diversi da come sono entrati. Non tutti escono migliori.

Tu, in che direzione stai portando le persone che lavorano con te?


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Daniela Linda 300x300
Career & Business Coach, HR & Talent Expert. Da oltre vent’anni nelle Risorse Umane, tra Milano e Londra, supportando privati ed aziende in percorsi di crescita e trasformazione. Appassionata di scrittura creativa, fotografia e fitness.