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Dentro le password: il fragile confine tra sicurezza e illusione

Quando parliamo di password, non stiamo parlando di stringhe casuali o di crittografia astratta. Stiamo parlando di persone che lavorano di fretta, di aziende che rimandano, di utenti che semplificano per sopravvivere alla complessità digitale. Ogni password è una scelta cognitiva: un compromesso tra sicurezza, memoria e comodità. Ed è proprio in questo spazio, apparentemente innocuo, che gli attaccanti trovano terreno fertile.

Il mito dell’hacker geniale serve a rassicurarci: se l’attacco richiede un talento fuori dal comune, allora “non riguarda noi”. Ma la realtà è opposta. La maggior parte delle compromissioni non nasce da exploit sofisticati, bensì dall’uso ripetuto degli stessi schemi mentali. Date, nomi, variazioni minime, pattern ricorrenti. Gli attaccanti non indovinano: prevedono. E lo fanno perché noi, come esseri umani, siamo prevedibili.

In questo senso, le password sono uno specchio. Riflettono come pensiamo, come ricordiamo, come ci autoassolviamo. Capirle significa capire noi stessi e smettere di immaginare la sicurezza come una sfida tra cervelli geniali. È, piuttosto, una battaglia contro l’automatismo, contro l’illusione del “tanto a me non succede”. Ed è proprio da qui che deve partire qualsiasi vera consapevolezza digitale.

In questa rubrica, Simone D’Agostino ci porterà all’interno di un mondo fatto di persone, prima ancora che di sistemi, dove la sicurezza nasce — o fallisce — all’interno della mente delle persone.