Bloccare l’AI in azienda non elimina il rischio ma lo sposta nello shadow AI. Serve governance, non veto: classificare i dati, scegliere strumenti enterprise, definire perimetro, monitorare e misurare per 30 giorni per adottare l’AI in modo sicuro e controllato.
Nelle ultime settimane ho avuto conversazioni molto simili con aziende diverse, in settori diversi e, indovina un po’, con dimensioni diverse. Il pattern che ho osservato è sempre lo stesso.
Il CEO, il team commerciale perfino i singoli operatori voglio usare l’AI. Anche giustamente direi, è uno strumento potentissimo, se utilizzato correttamente.
In tutto questo però il team di cybersecurity dice no, o quantomeno rallenta tutto finché non capiamo come gestirlo e di conseguenza nell’azienda si blocca l’aspetto di innovazione.
Voglio essere chiaro, il problema cyber è reale. Non sto dicendo che i team di sicurezza hanno torto nel sollevare le preoccupazioni, sto dicendo che trasformare una preoccupazione legittima in un veto permanente è una forma di rischio che nessuno sta considerando.
Chi lavora in cybersecurity è abituato a ragionare sui rischi dell’adozione di uno strumento. È il suo mestiere ed è giusto che sia così, c’è però un bias strutturale in questo approccio in cui il rischio dell’adozione è visibile, misurabile, attribuibile; mentre il rischio della non adozione è diffuso, lento, e di solito ricade su qualcun altro.
Bloccando l’uso di strumenti AI aziendali non stai eliminando il rischio, lo stai semplicemente spostando.
I tuoi colleghi non smetteranno di usare l’AI perché il CISO ha mandato una policy da seguire, se ne fregano, aprono ChatGPT o Claude con l’account personale, incollano documenti aziendali, contratti, email sensibili, dati di clienti. Il tutto senza controllo, log e soprattutto senza governance. Tutto ciò ha un nome, shadow IT che applicato al mondo AI diventa shadow AI.
Così facendo il dipartimento cyber ha trasformato la sua incertezza in un problema operativo dell’intera azienda, e lo ha fatto senza contabilizzare il costo di questa scelta.
Dirlo chiaramente mi costa qualcosa perché vengo da quel mondo, ma è necessario. Il punto è che non è che non sanno come bloccare l’AI, non sanno come strutturare il framework per governarla.
Il team cyber che dice “non siamo pronti” di solito non intende che l’AI è pericolosa, intende che non sa ancora come strutturare le policy di utilizzo, come classificare i dati che possono entrare in un modello LLM, come auditare gli output, come gestire la data residency, come integrare i controlli DLP con questi nuovi strumenti.
Queste sono domande legittime, ma la risposta a domande legittime non deve essere il blocco totale, piuttosto la sperimentazione controllata.
Se non sei mai entrato in contatto con uno strumento, non puoi costruire un framework per governarlo. È praticametne un circolo vizioso, non lo uso perché non so come gestirlo, non so come gestirlo perché non lo uso.
Un MVP in questo contesto deve avere un perimetro definito, con strumenti scelti, su un use case reale e con governance minima ma reale.
Ti condivido un framework che uso per costruire MVP di questo tipo.
Come sempre il primo passo è capire il perimetro in cui devi operare. In questo caso è importante definire una semplice matrice con quattro livelli:
Come sempre il primo passo è capire il perimetro in cui devi operare. In questo caso è importante definire una semplice matrice con quattro livelli:
La scelta dello strumento non è solo una decisione tecnica, ma anche una decisione contrattuale e di perimetro. Due strumenti con funzionalità identiche possono avere profili di rischio completamente diversi in base a come trattano i tuoi dati.
La prime cosa da verificare, ancora prima delle funzionalità, sono:
Se un vendor non risponde chiaramente a tutte e tre, la soluzione è cambiare strumento.
Quelli che passano questo filtro e hanno un profilo enterprise verificabile oggi sono:
Cosa escludere per default nella fase MVP, indipendentemente dalla qualità dello strumento:
La scelta di questo strumento non è una decisione delegata solo al team IT o di security, richiede il coinvolgimento del DPO o del responsabile della compliance perché la firma del DPA ha implicazioni legali che vanno oltre la configurazione tecnica.
Il perimetro deve rappresentare la risposta a tre domande concrete a cui devi poter rispondere in maniera precisa e semplice.
Questo non richiede assolutamente una nuova infrastruttura, richiede che tu usi quello che probabilmente hai già configurato per rispondere a queste tre domande:
Chi accede a cosa.
Ogni piattaforma enterprise ha un activity log, quello che ti serve è sapere chi ha usato lo strumento AI approvato, quando, e su quali contenuti.
Su M365 è Purview Activity Explorer, su Google Workspace è l’Admin Audit Log, su qualsiasi altro stack è il log nativo della piattaforma o del tuo SIEM se ne hai uno. Non devi guardare questi log in real time, ma deve aiutarti a capise se qualcuno ha usato lo strumento su contenuti fuori dal perimetro dati definito, se ci sono picchi anomali di attività, se qualcuno ha ripetutamente ignorato un avviso.
Una volta che hai verificato che questi casi non si sono presentati per quattro settimane consecutive, puoi essere abbastanza sicuro che il perimetro regge ed estendere l’utilizzo anche a dati confidenziali.
Cosa esce dal perimetro.
Le DLP policy ti avvisano o bloccano quando un contenuto classificato viene spostato fuori dall’applicazione approvata, copiato negli appunti, caricato su un sito esterno.
Configurale prima in modalità avviso, non in modalità blocco, perchè nella prima fase è difficile che tu sappia sai qual è il volume reale degli eventi, un blocco aggressivo su falsi positivi crea attrito inutile nel gruppo pilota e ti porta a smontare le policy invece di affinarle.
Dopo un periodo di 30 giorni puoi direi di avere i dati per decidere cosa bloccare davvero.
Chi usa strumenti non approvati.
Se il tuo firewall o il tuo EDR ha l’URL filtering attivo, usalo per vedere quali domini AI vengono raggiunti dai device aziendali. Nella maggior parte dei casi, quando le aziende guardano questi dati per la prima volta, scoprondo che il problema dello shadow AI è già presente e diffuso. Quel numero non è un problema da punire, è il punto di partenza reale del tuo MVP.
Ti dice dove c’è domanda reale e chi la sta soddisfacendo da solo.
Dopo 30 giorni dovresti avere dati sufficienti per capire se il perimetro regge e se l’adozione controllata sta producendo valore reale. Idealmente ti bastano quattro metriche per trarre delle conclusioni sensate.
Ore risparmiate dal gruppo pilota sulle attività target.
Prima di partire con l’MVP, chiedi al gruppo pilota di stimare in linea di massima quanto tempo dedicano ogni settimana alle attività specifiche su cui useranno l’AI. Dopo 30 giorni, fai la stessa domanda e valuta il delta di differenza tra le due stime, questo è il tuo indicatore principale di valore. Non è di certo un dato scientifico, ma è sufficiente per decidere se allargare il perimetro o ricalibrare.
Alert DLP scattati e motivazione.
Ogni alert che sorge è una domanda alla quale dare una risposta. La domanda che mi fatto spesso è l’utente stava cercando di fare qualcosa di inappropriato, o la policy è troppo restrittiva e sta generando falsi positivi? entrambe le risposte sono utili per affinare il sistema.
Utenti fuori dal perimetro che usavano AI non approvata.
Questo dato viene dagli stessi log URL filtering che hai configurato in Step 4, non da sondaggi o dichiarazioni. Se dopo 30 giorni di MVP il numero di utenti che accedono a tool AI non approvati è calato, il perimetro funziona. Al contrario, se è rimasto uguale o addirittura è cresciuto, hai un problema di comunicazione o di adozione che va risolto prima di allargare il perimetro.
Zero incidenti di sicurezza legati all’AI nel perimetro definito.
Non è un risultato scontato, ma è la baseline minima per procedere. Se in 30 giorni non hai avuto nessun dato sensibile fuori dal perimetro, nessun account compromesso, nessun alert critico non gestito, hai dimostrato che il perimetro è sostenibile.
Con questi quattro numeri hai i dati per decidere cosa fare dopo, allargare il perimetro, aggiungere use case, correggere qualcosa, o fermarti. Senza di questi, non hai ancora fatto niente di diverso da chi blocca tutto perché non sa come misurarlo.
Come hai potuto leggere l’approccio di per sé non è complicato, richiede solo un po’ di consapevolezza e volontà di agire.
In questo articolo ti ho condiviso il framework che attualmente uso quando lavoro con aziende che vogliono adottare l’AI senza perdere il controllo sul rischio. Sia chiaro, non è l’unico approccio possibile, e probabilmente non è perfetto per il tuo contesto specifico, per questo l’importante non è che tu lo segua alla lettera, ma che che inizi a interagire con la tecnologia invece di aspettare che il contesto sia pronto.
Nella maggior parte dei casi il problema non è tanto la complessità tecnica, è proprio il punto di partenza. Non complicare troppo le cose dentro la tua testa, inizia e da lì poi vai ad affinare il tutto, meglio governare questo rischio in modo imperfetto che non governarlo affatto.
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