
Nel mondo della cybersecurity si parla spesso di attacchi, vulnerabilità, incidenti. Si parla meno di una variabile silenziosa che attraversa tutto il settore: la fatica. Non la stanchezza di fine giornata, ma una fatica più profonda, cumulativa, spesso invisibile.
Quella che nasce da anni di vigilanza continua, responsabilità asimmetriche, pressione costante e confini sempre più sfumati tra lavoro e vita privata. È qui che il burnout smette di essere una parola abusata e torna a essere ciò che realmente è: un segnale di sistema.
La letteratura scientifica è molto chiara su un punto: il burnout non è una fragilità personale, ma il risultato di stress lavorativo cronico non gestito. L’Organizzazione Mondiale della Sanità lo definisce infatti come un fenomeno occupazionale, caratterizzato da esaurimento emotivo, distacco dal lavoro e ridotta efficacia professionale.
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Nel settore IT e cybersecurity, queste condizioni non sono eccezioni, ma rischiano di diventare la norma.
Studi recenti mostrano come i professionisti della cybersecurity riportino livelli di stress e burnout pari o superiori a quelli di altre professioni ad alta intensità, incluse alcune figure sanitarie. In particolare, ricerche condotte su team cyber e ruoli di leadership evidenziano livelli elevati di esaurimento emotivo, con impatti diretti sulla qualità del sonno e sulla lucidità decisionale.
La revisione sistematica di Singh et al. descrive il lavoro cyber come un contesto “paragonabile a una zona di guerra”, caratterizzato da un ambiente avverso in continua evoluzione, richieste di vigilanza costante e responsabilità elevate. Non sorprende quindi che lo stress venga indicato come uno dei principali fattori di insoddisfazione, abbandono del ruolo e intenzione di lasciare il settore.
Il burnout, in questo contesto, non va visto come un fallimento individuale, ma come la risposta prevedibile di un sistema umano esposto a richieste che superano, nel tempo, le sue risorse.
Uno degli elementi più critici del lavoro in cybersecurity è la vigilanza prolungata.
Non si tratta solo di intervenire quando succede qualcosa, ma di vivere in uno stato di attenzione costante, spesso accompagnato dalla consapevolezza che un errore può avere conseguenze immediate, gravi e pubbliche.
Diversi studi mostrano come questa condizione produca un carico cognitivo elevato e persistente. Reeves e colleghi li definiscono sleepless sentinels, “sentinelle insonni”, descrivendo come la combinazione di reperibilità continua, incident response e pressione organizzativa incida negativamente sulla qualità del sonno e sulla capacità di recupero, aumentando il rischio di burnout soprattutto nei ruoli di responsabilità come CISO e incident responder.
La ricerca parla chiaramente di alert fatigue, security fatigue e sovraccarico cognitivo.
Quando l’esposizione a stimoli critici è continua, il sistema cognitivo umano — che non è in grado di funzionare in uno stato di emergenza permanente — inizia a pagare un prezzo.
Studi qualitativi e quantitativi su incident responder, SOC analyst e figure di responsabilità mostrano come lo stress cronico riduca progressivamente attenzione e capacità decisionale. Non perché questi professionisti non siano competenti, ma perché nessun essere umano è progettato per sostenere indefinitamente un livello tale di carico cognitivo ed emotivo.
Questa fatica, però, non è sempre visibile. Si manifesta in modo più subdolo: difficoltà di concentrazione, decisioni più lente, tolleranza ridotta all’incertezza, distacco emotivo dal lavoro.
Un punto centrale, spesso trascurato, è che lo stress cronico non resta confinato nella sfera personale.
La ricerca sui fattori umani in cybersecurity mostra che l’esaurimento psicologico ha effetti diretti sui comportamenti di sicurezza.
Nobles parla esplicitamente di security fatigue, definendola come “una risposta psicologica a richieste di sicurezza percepite come eccessive, che porta a disimpegno, errori e aggiramento delle procedure”.
La revisione di Singh et al. evidenzia come lo stress elevato sia associato a:
Il paradosso è evidente: ignorare il benessere umano significa aumentare proprio quei rischi che la cybersecurity dovrebbe prevenire.
In altre parole, un professionista esausto non è un lavoratore più resiliente, ma una persona che lavora con risorse cognitive ridotte in un contesto che richiede il massimo livello di lucidità.
Eppure, nel settore cyber, il burnout è spesso sottovalutato e trattato come un problema individuale da risolvere “nel tempo libero”.
Nel dibattito pubblico sulla sicurezza informatica, il burnout resta spesso sullo sfondo.
Viene normalizzato, minimizzato, talvolta persino idealizzato come segno di stoicismo, dedizione o resilienza.
Eppure, la letteratura scientifica è chiara nel mostrare che il burnout è un indicatore di squilibrio strutturale tra richieste del lavoro e risorse disponibili.
Studi recenti su incident responder e ruoli apicali nel mondo cyber evidenziano come l’esposizione prolungata a eventi critici possa avere effetti comparabili, per intensità emotiva, a quelli osservati in altri contesti ad alta intensità decisionale.
Rendere visibile questa fatica non significa indebolire il settore. Al contrario, significa renderlo più consapevole, più maturo e sostenibile. Significa riconoscere che la sicurezza non è solo una questione tecnologica, ma prima di tutto umana, organizzativa e culturale.
Se abbiamo bisogno di difendere infrastrutture critiche, dati sensibili e sistemi complessi, dobbiamo iniziare a chiederci in che condizioni lo stiamo facendo.
La ricerca suggerisce che intervenire sui fattori organizzativi – carichi di lavoro, reperibilità continua, supporto, cultura del recupero – non è solo una scelta etica, ma una leva concreta di sicurezza e continuità operativa.
Il wellbeing, nel mondo IT e cyber, non va trattato come un benefit accessorio, ma deve diventare una condizione imprescindibile per garantire lucidità, affidabilità e resilienza autentiche nel tempo.
Perché la fatica invisibile della cybersecurity, se ignorata, prima o poi diventa un problema visibile, costoso e complesso da gestire.
E gli incidenti di sicurezza non riguardano solo gli addetti ai lavori.
Riguardano tutti noi.
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