Immaginate di svegliarvi e scoprire che un pezzo di internet, magari dove sono attestate le vostre risorse, è semplicemente evaporato. Non funziona più. Non per un attacco hacker di qualche gruppo organizzato, ma per un banale aggiornamento interno finito male.
È esattamente quello che è successo il 20 febbraio 2026, quando una grossa fetta di utenti si è ritrovata isolata dal resto del mondo digitale. Insomma, una di quelle giornate che un sistemista non vorrebbe mai vivere, dove i prefissi BGP spariscono e i servizi diventano fantasmi.
Il post pubblicato su X da Cloudflare.
Cosa è andato storto nel cuore della rete
Il 20 febbraio 2026, Cloudflare ha subito un’interruzione di servizio di oltre sei ore che ha coinvolto alcuni clienti BYOIP, i cui prefissi IP sono stati ritirati involontariamente tramite BGP a causa di una modifica interna alla gestione degli indirizzi. L’incidente, annunciato sul social X, non è stato causato da attacchi esterni, ma da un bug in un sotto-task automatizzato dell’API di indirizzamento, che ha interpretato erroneamente tutti i prefissi come pronti per la cancellazione, causando timeout e problemi di connessione per numerosi servizi. Anche il sito 1.1.1.1 ha mostrato errori 403 durante l’incidente.
Advertising
La risposta dei tecnici ha previsto l’annullamento immediato della modifica e il ripristino graduale dei prefissi: circa 800 prefissi sono stati recuperati automaticamente, mentre altri 300 hanno richiesto intervento manuale. La diffusione della modifica iterativa ha limitato l’impatto ad una parte dei clienti BYOIP, ma alcuni hanno subito ripercussioni più gravi a causa della rimozione dei binding dei servizi. L’API di indirizzamento, sebbene progettata per automatizzare le modifiche e ridurre le operazioni manuali, ha quindi amplificato l’effetto del bug.
Cloudflare ha annunciato misure correttive nell’ambito dell’iniziativa “Code Orange: Fail Small”, tra cui la standardizzazione dello schema API, la separazione tra stato operativo e configurato, e sistemi di snapshot e monitoraggio per prevenire rollback di massa incontrollati. L’obiettivo è garantire modifiche più sicure e graduali in produzione, riducendo il rischio di incidenti simili e migliorando la resilienza della rete per clienti e servizi globali.
Il bug dell’API che ha svuotato le tabelle
Entrando un po’ più nel tecnico, il guaio è nato nell’Addressing API di Cloudflare. Durante una distribuzione di routine, un compito automatizzato ha inviato una query con un flag specifico, il “pending_delete”, senza però assegnargli un valore preciso. Una stringa vuota, insomma.
Il server, invece di ignorare il comando o dare errore, ha interpretato quel vuoto come un ordine per mettere in coda di cancellazione tutti i prefissi BYOIP restituiti. Un disastro. Diciamo che il sistema ha deciso di fare “tabula rasa” invece di limitarsi a una spolverata superficiale.
Cloudflare ha riportato alla fine della lunga analisi tecnica “Ci scusiamo profondamente per l’incidente odierno e per come ha influito sul servizio che forniamo ai nostri clienti e su Internet in generale. Il nostro obiettivo è fornire una rete resiliente ai cambiamenti e non abbiamo mantenuto la promessa fatta. Stiamo apportando attivamente questi miglioramenti per garantire una maggiore stabilità in futuro e per evitare che questo problema si ripeta.”
Advertising
E le “riflessioni europee” sul cloud USA si riaccendono
Dopo tre episodi di “down” di Cloudflare, occorsi in soli 3 mesi, è naturale che la community di esperti inizi a interrogarsi sulle scelte di cloud computing: quali sono i limiti, i vincoli e i rischi nell’adottare tecnologie esterne? Non si tratta solo di sicurezza nazionale: anche i disservizi hanno un impatto economico enorme.
Blackout di piattaforme globali come AWS, Azuree i tre recenti incidenti di Cloudflare hanno paralizzato servizi pubblici, aziende, istituti bancari, media, trasporti e sanità, generando ore di inattività che si traducono facilmente in milioni di euro di perdite dirette e opportunità mancate.
A questi problemi si aggiungono i rischi geopolitici. Ad esempio, l’intelligence israeliana ha visto il Ministero della Difesa israeliano temporaneamente bloccato nell’accesso a servizi cloud di Azure dopo che inchieste giornalistiche avevano rivelato l’uso della piattaforma per attività di sorveglianza sui residenti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza. Episodi del genere mostrano come le infrastrutture digitali possano diventare leve di pressione tra Stati, mettendo in gioco la sicurezza nazionale.
Di fronte a queste fragilità sistemiche, gli Stati e le grandi organizzazioni iniziano a interrogarsi seriamente su strategie alternative: ridurre la dipendenza dai fornitori esterni, implementare infrastrutture ibride o interne, rafforzare monitoraggio e controlli. La domanda non è più se il cloud possa fallire, ma quando, e con quali conseguenze economiche e strategiche per la continuità operativa e la sicurezza nazionale.
📢 Resta aggiornatoTi è piaciuto questo articolo? Rimani sempre informato seguendoci su Google Discover (scorri in basso e clicca segui) e su 🔔 Google News. Ne stiamo anche discutendo sui nostri social: 💼 LinkedIn, 📘 Facebook e 📸 Instagram. Hai una notizia o un approfondimento da segnalarci? ✉️ Scrivici
La Redazione di Red Hot Cyber fornisce aggiornamenti quotidiani su bug, data breach e minacce globali. Ogni contenuto è validato dalla nostra community di esperti come Pietro Melillo, Massimiliano Brolli, Sandro Sana, Olivia Terragni e Stefano Gazzella.
Grazie alla sinergia con i nostri Partner leader nel settore (tra cui Accenture, CrowdStrike, Trend Micro e Fortinet), trasformiamo la complessità tecnica in consapevolezza collettiva, garantendo un'informazione accurata basata sull'analisi di fonti primarie e su una rigorosa peer-review tecnica.
Sono ufficialmente aperte le adesioni al Program Sponsor della Red Hot Cyber Conference 2027, la sesta edizione dell’evento annuale gratuito promosso dalla community di Red Hot Cyber per diffondere cultura, competenze e consapevolezza sui temi della cybersecurity, dell’innovazione e delle tecnologie digitali. La Conference si terrà a Roma, martedì 18 e mercoledì 19 maggio 2027, presso l’Auditorium del Seraphicum, nel cuore del quartiere EUR, con una giornata dedicata ai workshop pratici e alle attività tecniche e una seconda giornata interamente dedicata alla conferenza.
Anche per il 2027, le aziende potranno scegliere di sostenere concretamente il progetto attraverso il Program Sponsor, partecipando alla crescita di un appuntamento che mette in relazione professionisti, aziende, istituzioni, studenti, ricercatori e appassionati di tecnologia. Il programma prevede la possibilità di aderire come Sponsor Sostenitore, una formula pensata per le aziende che desiderano essere tra le prime realtà a credere e contribuire alla realizzazione della nuova edizione, oppure attraverso i tre consueti livelli di sponsorizzazione Platinum, Gold e Silver. Ogni livello di sponsorizzazione acquistato, sarà accompagnato da un pacchetto Advertising, con l'opportunità di visibilità attraverso articoli, banner e contenuti all’interno del circuito editoriale di Red Hot Cyber.
Le aziende interessate a conoscere le formule disponibili, il Media Kit e tutte le opportunità previste dal Program Sponsor 2027 possono richiedere informazioni scrivendo a [email protected].